Chiamami ancora Maurizio

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È difficile contenere mia madre in poche righe, perché era fatta in un modo tutto suo. Era irruente, non contava mai fino a dieci prima di parlare, non era capace di raccontare una bugia o di mantenere un segreto ed era la persona più impulsiva che abbia mai conosciuto. Io e Claudio dicevamo sempre che di quello che raccontava la mamma bisognava fare la tara, perché lei era capace di piegare la realtà in base ai propri desideri.

Se usciva un mio articolo su un giornale, per esempio, per parenti e amici ne diventavo automaticamente il direttore. C’è stato addirittura un momento, quando ero in fasce, in cui pensando al mestiere che avrei fatto le venne il dubbio di come chiamarmi se fossi diventato Papa: era indecisa fra Maurizio e Santità. Era il suo modo di affrontare le difficoltà, di superare i problemi, di ignorare ciò che non voleva vedere, anche se glielo piazzavano davanti agli occhi. Era il suo meccanismo di difesa.

Abbiamo avuto i nostri momenti difficili, io e mia mamma. Abbiamo litigato tanto, soprattutto quando ero giovane e pensavo di aver già capito tutto della vita. Poi, grazie a Dio, invecchiando e accumulando errori ho compreso che quella che confondevo per incoscienza era solo la sua fortissima voglia di vivere. Nonostante i problemi, le crisi, le malattie.

C’è una frase di Samuel Beckett che su mia madre calza a pennello: “Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò ancora. Fallirò meglio”. Per questo molto, troppo è stata giudicata. Eppure ogni volta ha saputo rialzarsi, migliorandosi. Nella sua vita è stata tante cose e sempre ha dimostrato un’incrollabile curiosità. Negli ultimi anni, quelli segnati a più riprese dalla malattia, è stata volontaria della Croce Rossa, tata e cartomante. Ha fatto il suo primo volo in aereo e ha scoperto il Buddhismo, in cerca di quella pace interiore che non ha mai davvero trovato. Solo un mese fa progettava di comprarsi un camper e andarsene in giro con Attilio, “perché non possiamo mica starcene qua come due vecchi”, mi diceva.

Io la fissavo stupito e ogni volta imparavo qualcosa su di lei, e su di me. Perché i genitori ci plasmano nel profondo, nel bene e nel male. E i nostri, col loro essere tanto distanti fra loro, ci hanno donato un’infinita gamma di sentimenti e capacità. Adesso che è finalmente venuto il tempo del riposo, mamma, ti prometto che terrò viva la fiamma della tua allegra follia e racconterò il mondo come lo desideri e non com’è davvero. Me lo hai insegnato tu: è tutto così difficile per poter essere affrontato con troppa serietà. E se mai diventerò Papa, potrai chiamarmi ancora per nome. Te lo sei ampiamente meritato.

Vaìa


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