Ancora una telefonata

I toni della tastiera del telefonino mi danzano davanti, mentre compongo per l’ennesima volta il tuo numero. Sono anni che lo faccio. Anni che mi manchi come un braccio perso in battaglia, come una speranza delusa, di quelle che non riesci più a provare. Ogni volta resto per una frazione di secondo in attesa, come un idiota, prima che la voce gracchiante dell’operatore telefonico mi avvisi di aver chiamato un numero inesistente (“Attenzione!”). Il pollice corre sulla cornetta rossa del display. La chiamata si chiude, e io resto qua con questa sensazione di abbandono addosso. Un panno umido sul viso, che mi fa respirare a fatica.

La notte che te ne sei andata faceva freddo. Era il primo vero giorno di inverno e ti avevo chiesto di fermarti. Quasi supplicato. Per una volta non sarebbe cambiato nulla. Le nostra “cosa”, come dicevi tu che avevi sempre paura delle parole, andava avanti da parecchi mesi e tutti e due eravamo sempre più convinti che la cosa migliore fosse uscire finalmente allo scoperto. Raccontarlo a tutti e affrontare quello che c’era da affrontare. Una separazione per te, col suo strascico schifoso di avvocati e giorni di visita. Una nuova vita fatta di abitudini stravolte e bambini sconosciuti per me.

“Resta ancora un po’, dai! Non lo senti il freddo che fa là fuori? E il vento? Ma dove vuoi andare con quel motorino scassato?”, ti chiedevo aggrappandomi ai vestiti che raccoglievi da terra.

Hai riso mentre ti rivestivi rapida e mi hai dato un bacio sulla fronte, prima di uscire. Dovevi fare in fretta, altrimenti la tua gita settimanale al cinema si sarebbe rivelata per la dolorosa bugia che era. Mi hai salutato un’ultima volta con la mano e mi hai lasciato fra le coperte del nostro rifugio. Ho provato a mandarti un sms, più tardi. Ti ho immaginato a dormire in un letto che non conoscevo, con quell’uomo che odiavo e compativo.

Non credere a quello che dicono tutti. Gli amanti sono sempre gli ultimi a sapere le cose. Quella notte ho dormito come un bambino, il tuo calore ancora sul corpo. Mi sono svegliato, ho fatto colazione e sono andato a lavoro. È stato solo quando ho acceso il computer e mi sono messo a leggere le news del mattino che ho visto la foto del tuo scooter sdraiato su un fianco, il parabrezza in plexiglass spezzato a metà e macchie di sangue sul sellino. Mi si è appannata la vista, ho perso il controllo delle mani e mi sono scoperto a urlare mentre poche parole filtravano dalla nebbia che mi avvolgeva. “Precedenza”, “una macchina ha invaso la corsia opposta”, “poco dopo il trasporto in ospedale”. Non mi ha avvisato nessuno. Mentre un altro uomo piangeva la tua morte, abbracciato ai propri figli, circondato dal conforto delle persone più care.

Per questo vorrei sentire ancora la tua voce. Anche solo per il tempo di una parola sussurrata veloce. Vorrei dirti che mi dispiace di non essere riuscito a fermarti. Che mi sono dato la colpa mille e mille volte, anche se non avrei mai potuto convincerti. Non eri ancora pronta. Mancava poco e quel poco non siamo riusciti a prendercelo. Al tuo funerale non avevo diritto al lutto e al dolore. Ho osservato in disparte le strette di mano, gli abbracci, gli occhi lucidi. “Ma dove volevi andare col tuo motorino scassato?”, continuavo a chiedermi. Dove sei finita?

I toni della tastiera del telefonino mi danzano davanti, mentre compongo per l’ennesima volta il tuo numero. Sono anni che lo faccio. Ogni volta resto per una frazione di secondo in attesa, come un idiota, prima che la voce del…

“Pronto?”.

Vaìa

“Il sogno di Giovanni”, reloaded

Ho un brutto vizio. Dopo aver scritto qualcosa, ci torno sempre sopra prima o poi. Non è mai un bel momento, perché divento ipercritico, riprendo in mano il tutto e ci do dentro di taglia e cuci. Sposto frasi, tolgo parole, ricostruisco periodi. Solo così mi sento in pace con me stesso. E solitamente, pur insultandomi da solo per la mia manifesta incapacità, trovo un qualche sollievo per i successivi sei mesi.

Qualche tempo fa, complice una rilettura notturna su Kindle, mi è venuto in mente di farlo con “Il sogno di Giovanni”. Ci è voluto il tempo che ci è voluto, ma adesso il tutto mi sembra scorrere meglio. Sia chiaro, soddisfatto mai. Ma almeno è un netto passo avanti. Diciamo che siamo al livello di una ristampa, o di una versione 2.0 Con l’aggiunta di un nuovo racconto (“Una giocata inattesa”), che ha già fatto il suo esordio qui sul blog.

Le mie nozioni sul mondo eBook mi suggeriscono che l’avviso di aggiornamento dovrebbe arrivare direttamente sui dispositivi di  chi ha già comprato il libro. Se così non fosse, sappiate che la nuova versione è disponibile per vecchi e nuovi lettori su Amazon e sugli altri principali store on line. Oltre che su carta.

Vaìa

Un giorno fortunato

Terzo giro dell’isolato e niente posteggi, ne ero certo. Che città! A quest’ora è impossibile anche solo pensare di trovarne uno. Accidenti ai dentisti e accidenti a me, che me ne sono scelto uno in pieno centro. Avessi almeno potuto fissare un appuntamento più tardi. Figuriamoci! Non c’è verso di far valere le proprie ragioni con quella razza di squalo, d’altra parte a lui che gli frega?

– Mi dispiace, o domani alle 15 e trenta  o fra un mese alle 19. Che fa conferma?

Confermo, befana d’una segretaria, confermo. Va bene signora, mi fissi alle 15 e trenta, che son tre giorni che non dormo per quest’ascesso! Altro che un mese di attesa…

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No, io in piedi su un banco non ci sono mai salito.

No, io in piedi sul banco non ci sono mai salito. Non ho fatto parte della “Setta dei poeti estinti” e non ho mai cercato di baciare la ragazza che mi piaceva, ubriaco, davanti al suo fidanzato giocatore di football americano. Ma ho avuto anche io sedici anni e anche io ho frequentato un museo chiamato scuola, in cui anziane figure prive di una qualsivoglia forma di empatia passavano il loro tempo a umiliare e terrorizzare giovani menti con le armi affilate del greco e del latino. Era il 1989, l’anno in cui caddi vittima dell’esame di riparazione di quinta ginnasio, in quel non-luogo chiamato “Liceo Classico Camillo Benso Conte di Cavour”.

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Tre regole d’oro

Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a capire cosa volesse fare con quella pistola. La teneva in mano come un oggetto estraneo, che non era in grado di dominare. Cercava di non darlo a vedere, ma non appena era certo che nessuno lo guardasse i suoi occhi, velocissimi, cadevano sulla canna bruna dell’arma. Un batter di ciglia, un movimento da niente, impercettibile. Come a controllare che fosse tutto a posto: la pistola con la canna puntata dalla parte giusta, i clienti terrorizzati immobili davanti a lui (molti con la faccia a terra) e i cassieri, bianchi come stracci, impegnati a riempire freneticamente la borsa che aveva lanciato sul bancone, insieme a poche parole balbettate una dopo l’altra: “Me… mettete den… dentro tutto quello che a… avete!”. Più lo guardavo e più me ne rendevo conto. Eravamo nelle mani di un principiante.
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Spettacolo continuato

Quando sta male una persona che amo, mi tornano in mente di lei i ricordi più strani. Di mia madre, questa mattina, mi è tornata in mente una sua bizzarra abitudine di quando da piccolo mi portava al cinema. Tutte le volte arrivavamo in ritardo, a film già iniziato, e non c’era verso che riuscissi a capire mai del tutto la storia. Anche se era solo un cartone animato o uno di quei film tutto cazzotti di Bud e Spencer che davano solo la domenica, al cinema Star sotto casa, dopo una settimana di soft-porn e commedie spinte (Erano gli anni ’70 e s’usava così. Ancora non era tempo di riconversioni a supermercati o condomini nuovi di zecca. I cine spesso erano luoghi piccoli e ruspanti, che accontentavano tutti).
Di fronte alle mie lamentele, mia madre si lasciava convincere e mi permetteva di restare anche per l’inizio dello spettacolo successivo, per mettersi in pari. Mi ricordo ancora quella sensazione di superiorità che mi prendeva ogni volta che gli altri, quelli arrivati in orario, uscivano dalla sala ed entravano i nuovi spettatori. Le luci che si accendevano e si spegnevano di nuovo. Mi pareva di essere un privilegiato o uno di quelli furbi, che trova il modo di vedersi due spettacoli al prezzo di uno solo (non so nemmeno se oggi sarebbe ancora possibile, ma temo di no…).
Quando ricominciava il film era bello sapere come sarebbe andato a finire prima degli altri. Conoscere già il ruolo e il destino dei personaggi appena si affacciavano sulla pellicola. Mi faceva sentire sicuro, quasi onnipotente. Quando uscivamo dal cinema, al buio come vi eravamo entrati, tutti ci guardavano un po’ strani e a me scappava sempre da ridere.

Vaìa