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RESTIAMO IN CONTATTO

Rosso antico

apr24
2013
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Il primo colpo raggiunse il Rosso alla schiena, mentre stava camminando in fila indiana con i suoi due compagni, Ottobre e Libero, per il lato ovest della collina. Una pugnalata improvvisa in mezzo alle costole, silenziosa come un’ombra. La vista gli si appannò per il dolore, mentre cadeva nel fango umido e molle di quel marzo appena iniziato. Poco prima di toccare terra un secondo colpo gli finì dritto nel polpaccio destro, appena sotto il ginocchio, mettendolo definitivamente fuori combattimento.
Ottobre fu colpito subito dopo e crollò senza neanche il tempo di imbracciare lo sten che portava a tracolla. Se si girava appena sul fianco il Rosso lo poteva vedere, steso a pochi metri da lui, con gli occhi aperti e l’espressione stupita, come se gli avessero giocato un brutto scherzo proprio quando ne aveva meno voglia. Libero fu raggiunto per ultimo e non appena fu a terra il rumore degli spari terminò di colpo per lasciare il posto a un silenzio irreale.
I colpi, superato il primo momento di sbigottimento il Rosso riusciva a rendersene conto, gli erano piovuti addosso dal lato opposto del campo che stavano costeggiando e con tutta probabilità erano quelli di una mitragliatrice di ordinanza delle brigate nere, accompagnati da qualche raro colpo di moschetto. “Brutta storia” – pensò – “Sta a vedere che oggi ci lascio davvero le penne”.

Marcello Riccardi era sdraiato in un letto dell’ospedale Martini. Il numero 5, stanza 22, quarto piano. Due mesi prima, mentre stava preparando la colazione per sua moglie Roberta, la testa aveva iniziato a fargli male all’improvviso e tutta la parte destra del corpo gli si era come afflosciata. L’ultimo ricordo che aveva di quella domenica mattina era l’odore forte del caffè che invadeva dolcemente la stanza e la voce di Roberta che dal bagno gli raccontava dell’ultima telefonata ai nipotini. In quel preciso istante Marcello Riccardi aveva ottantacinque anni, un portamento ancora invidiabile, due vecchie cicatrici e un ginocchio ballerino, che ogni tanto gli faceva male. Specie quando cambiava il tempo o quando stava troppo chinato sulle gambe.

Ottobre morì quasi subito. Una volta a terra rimase qualche istante a soffiare forte con il naso, la bocca impantanata nella terra bagnata e nel sangue. Poi di punto in bianco ogni rumore che proveniva dal suo corpo cessò, come se gli avessero staccato la spina. Libero gli era poco lontano, a metà strada fra lui e il Rosso. Il colpo di mitragliatrice gli aveva tranciato di netto la spina dorsale, facendolo crollare sulla schiena. Sbatteva piano le palpebre, così lentamente che il Rosso non capiva se lo facesse per proteggersi dal sole o perché ancora non capiva quel che gli era accaduto.
Il Rosso cercò di allontanare il pensiero dalla sorte dei suoi compagni, concentrandosi sui rumori della campagna, che erano tornati a prevalere sul silenzio seguito al concerto per mitragliatrice di poco prima. Fra tutti si poteva distinguere l’abbaiare di un cane, a giudicare dalla direzione quello dei Mascaroli pensò, e lo scrosciare del torrente che avevano superato poco prima di finire nell’imboscata. Una tranquilla mattinata di primavera. Se non fosse stato per quel brusio di voci lontane, che presto si sarebbe minacciosamente avvicinato. Si fece coraggio e si girò non senza dolore sul fianco destro, sollevando appena la testa. “Libero, ehi Libero… come ti senti?”.
“Oh Rosso… non so… non sento male. Ma le gambe non le muovo più. Ho paura Rosso, m’han preso alla schiena. Ho paura di morire e ho paura che non cammino più”. La sua voce era un lamento fatto di angoscia e voglia di vivere. Aveva solo diciassette anni, Libero, e la voce gentile di un ragazzo di città. Si era aggregato alla loro formazione soltanto da un paio di settimane e al Rosso faceva male pensare che avesse lasciato i suoi studi al liceo per finire pancia all’aria con un proiettile nella schiena. Pensare che doveva essere una tranquilla azione di pattugliamento.

“Certo che cammini!. Ma non ci pensare adesso. Se ti può consolare non posso alzarmi nemmeno io. M’han preso alla gamba e alla schiena. Sai che si fa? Si sta qui e s’aspetta che se ne vadano e che qualcuno ci venga a prendere. Va bene?”. “E se non viene nessuno? Dì un po’ Rosso, e se prima che qualcuno ci aiuti quelli vengono e ci finiscono? E se quelli vengono e ci sparano in testa? Rosso!”.
Certo che sarebbero venuti i neri. Rosso lo sapeva che sarebbero venuti. Ma come si può dire a un ragazzo di diciassette anni che la sua vita sta per finire? Senza dubbio, senza possibilità di scampo. Come si può dirgli che è solo questione di tempo? “Non so Libero. Non credo”.
Appena finì la frase gli parve di sentire delle voci in lontananza, sempre più nitide e vicine. Poi rumore di scarponi militari e ordini gridati a mezza voce. Guardò Libero e gli sorrise, perché i fascisti stavano arrivando.

Marcello si era risvegliato due giorni dopo in ospedale, pieno di tubi e cavetti, e ne aveva dedotto di non essere troppo in forma. L’unica cosa positiva è che non sentiva più male al ginocchio, che pure lo aveva tormentato per un’intera settimana, da quando aveva iniziato a piovere.
Era stata la moglie a spiegargli tutto. Gli aveva raccontato di come una vena della sua testa avesse deciso all’improvviso di essere molto stanca e si fosse chiusa su se stessa, impedendo il passaggio del sangue. E di come questo avesse causato la rovina di un’ampia zona del suo cervello,  nell’emisfero sinistro, lasciandolo inerme sul pavimento della cucina e paralizzato per tutto il lato destro del corpo. “Ecco perché non c’ho più male alla gamba”, pensò.
Lui l’aveva ascoltata con attenzione e pazienza. Poi si era spostato con la mano buona la mascherina dell’ossigeno e le aveva fatto una sola domanda, con una voce impastata e confusa che lui stesso aveva stentato a riconoscere. “Per quanto?”.
La moglie lo accarezzò dolcemente sulla fronte e gli diede un bacio sulle labbra, prima di rimettergli a posto la maschera. Come si fa a dire al proprio marito che non camminerà mai più, che dovrà guardare il mondo attraverso il soffitto di un letto d’ospedale e mangiare attraverso un cannello impiantato nello stomaco? “I medici non lo sanno ancora, amore. Bisogna aspettare e sperare”. Pregare no, quello non glielo avrebbe mai detto. Ci avrebbe pensato lei, come al solito.

“Stai zitto e fermo Libero. Dammi retta e non temere”. I passi si erano fatti sempre più vicini. Poi i neri raggiunsero il corpo di Ottobre e gli spararono una raffica addosso. Il Rosso li controllava con la coda dell’occhio, e il rumore del mitra, che aveva spezzato l’aria come un grido, lasciava ben pochi dubbi.
“Sarti, che cazzo stai facendo? Ti ho detto che non dobbiamo sprecare le munizioni. Te lo vuoi ficcare in quella testa di cazzo che ti ritrovi? Non dobbiamo sprecare le munizioni!”. “Scusi Sergente. Mi sono fatto prendere la mano. Colpa di questi comunisti di merda”. L’accento di Sarti non era di quelle parti. Al Rosso sembrava la voce di un uomo avanti con gli anni, forte, rude e spavalda. Chissà perché gli ricordò quella di un amico di Roma che non vedeva da troppo tempo.
“Quante volte ve lo devo dire, eh? Un colpo in testa e via se sono ancora vivi. Un colpo in testa e via”. Evidentemente al sergente piaceva ripetere le frasi per sembrare più autorevole. O forse perché i suoi uomini erano molto stupidi. Da buon comunista il Rosso preferì questa seconda ipotesi. In altre situazioni si sarebbe fatto una grossa risata, ma ora non ne aveva proprio voglia. Se fosse stato da solo tutto gli sarebbe sembrato più facile. Invece proprio di fianco a lui la voce di Sarti si era avvicinata a Stalin. “Stai fermo e zitto, Libero”, pensò il Rosso. Ma lo sapeva che non sarebbe servito a nulla. “Questo è vivo, Sergente!”. Il Rosso chiuse gli occhi. Un colpo e via, Libero non c’era più.
Avrebbe voluto stringere le palpebre fino a farsi scoppiare gli occhi. Mordere il fango e scavarlo coi denti per nascondercisi dentro. Fuggire come un verme nel cuore caldo della terra per non sentire e vedere più nulla. Ma non poteva, perché fuggire gli aveva sempre fatto orrore più della morte. Così aprì gli occhi, per non doversene vergognare.

“Hai visto amore? Hai un nuovo compagno di stanza”, gli disse premurosa la moglie. “Eh già – pensò Marcello – un nuovo arrivo nella camerata. Benvenuto!”. Ma riuscì soltanto a biascicare un sì a mezza bocca. Poi si tirò su, facendo leva con il braccio sinistro per girarsi un po’ e guardare il letto che gli si trovava di fianco. Sopra c’era un uomo, appena più giovane di lui, con il corpo trafitto da mille tubicini e collegato a un macchinario che lo faceva respirare a intervalli regolari. Marcello non poté fare a meno di pensare a un moderno San Sebastiano, martire della scienza medica.
“Cosa…?” mormorò guardando Roberta. “Un incidente. Un’auto lo ha investito mentre tornava a casa e lo hanno già operato tre volte”, gli rispose lei abbassando la voce e avvicinandosi. Poi in un soffio: ” Non sanno se se la caverà, ha sempre emorragie interne. Pensa che il figlio viene a trovarlo tutti i giorni”.

Davanti al Rosso c’era un repubblichino. In piedi e con la pistola spianata gli parve terribilmente giovane, persino un po’ impacciato nella sua divisa nera. Lo guardava fisso negli occhi e sembrava indeciso sul da farsi. Forse era la prima volta che si trovava a dover uccidere un uomo a sangue freddo. Forse addirittura non aveva mai capito realmente cosa significasse dover puntare un’arma contro qualcuno che ti osserva, con gli occhi fissi e lo sguardo fermo di chi ha già reso conto di tutti i suoi peccati. La prima volta faceva sempre lo stesso effetto. Solo l’esperienza permetteva di sbloccarsi.
Il ragazzo era biondo, con gli occhi neri e una fossetta gentile in mezzo al mento. Sulla guancia destra una piccola cicatrice rosa pallido. “Minguzzi, è vivo quello? Dai che voglio tornare in paese… se è morto andiamocene, sennò sai cosa devi fare”. La voce del sergente contribuì ad accorciare ogni attesa. “Un colpo e via”, pensò il Rosso. “Un colpo e via”, ripetè meccanicamente il soldato. Poi fece fuoco.

La notte in ospedale è fatta di rumori diversi e insistenti. C’erano i sussurri delle macchine che elargivano cibo e liquidi con i loro tentacoli trasparenti. I bip freddi dei monitor di controllo. Cuore, pressione, temperatura. E sopra tutto i respiri affannati dei malati più gravi, il soffio ininterrotto che proveniva da quelli con i respiratori o le mascherine di ossigeno e i tanti colpetti di tosse fatti per schiarirsi la gola. I mugugni di chi si lamentava per il dolore o perché non riusciva ad addormentarsi e il russare pesante di chi era crollato in un sonno profondo e senza sogni. Le invocazioni poi, quelle parole mormorate a fior di labbra – Mamma! Dio! Madonnina! – che Marcello detestava con tutto se stesso perché gli stringevano il cuore ogni volta che era costretto a sentirle. Vale a dire tutte le notti, ininterrottamente, da due mesi.
Quella notte, verso le quattro, si aggiunse al solito sottofondo anche il rantolo del suo compagno di stanza. Dapprima forte, poi sempre più debole e fioco. Con qualche sforzo Marcello si girò su un fianco, come aveva imparato a fare. Sull’altro letto un paio di occhi neri lo guardavano sbarrati e pieni di paura. Come un urlo muto. Più sotto il sacchetto delle urine si stava riempiendo velocemente di sangue e nel giro di qualche minuto era già tanto colmo da scoppiare.
Calcolando il tempo passato dall’ultimo giro, Marcello valutò che l’infermiera non sarebbe passata prima di un’ora. Guardò il suo vicino e poi il pulsante delle chiamate di emergenza, che dondolava appeso a un filo ad almeno mezzo metro dal suo letto. Non ci sarebbe mai arrivato. “Non ce la faccio…”, riuscì a mormorare al compagno di stanza. Fu in quel momento che lo riconobbe.

Il Rosso aspettò un’ora buona prima di sollevare la testa da terra. Voleva prima di tutto essere sicuro di essere ancora vivo, e per questo ci mise una mezz’ora buona, e poi che non ci fosse nessuno in giro. Quindi si girò sulla pancia e incominciò a strisciare con la poca forza che gli era rimasta lontano dal luogo dell’agguato. Guardò un’ultima volta il volto di Libero. Sembrava sereno, quasi addormentato, tanto che il Rosso pensò che forse sarebbe bastato scuoterlo un po’ per svegliarlo e portarlo via con sé. Ma il foro circolare sulla fronte del giovane uccise sul nascere anche questa fantasia.
Per sua fortuna non aveva perso troppo sangue e riuscì a mettersi al riparo dietro una grande roccia sulla riva del torrente. Verso sera fu recuperato da un gruppo di compagni che passavano in perlustrazione là vicino. La sua convalescenza fu molto lunga, ma si rimise abbastanza in forze da festeggiare la fine della guerra su una vecchia sedia a rotelle, piazzata su un camion scoperto poco prima di entrare in città per la parata.

L’uomo che lo stava fissando era di un bianco cadaverico, ma aveva capelli color cenere, una piccola cicatrice rosa pallido su una guancia e una fossetta gentile proprio in mezzo al mento. Marcello lo rivide in piedi, giovane, con la pistola puntata verso la sua testa. Si aggrappò con il braccio buono alla balaustra del letto e si spinse ansimando verso il campanello. Il tubo che aveva in pancia gli tirava terribilmente e iniziò seriamente a temere che gli si potesse strappare via dal corpo.
A qualche centimetro dal pulsante gli esplose di nuovo nelle orecchie il frastuono del proiettile che lacerava la terra poco distante dalla sua fronte. Quando il giovane soldato si girò per andarsene (“Adesso è morto, signor sergente”), le sue dita afferrarono l’interruttore, facendo oscillare violentemente il filo che lo teneva sospeso. Perse i sensi nello stesso momento in cui sentì rimbombare per il corridoio il passo affrettato e pesante dell’infermiera di guardia.

Vaìa

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Pubblicato sotto "Il sogno di Giovanni", Racconti - con tag 25 aprile, Liberazione, Libertà, Partigiani, Storia

Il PD è morto, ma non è un lutto di sinistra.

apr20
2013
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Il PD è morto, ma non è un lutto di sinistra. Anzi, parafrasando la battuta di una comico di tanti anni fa: è partito democratico ed è arrivato democristiano. In questo caso è morto, democristiano.

Ma la cosa peggiore non è neanche questa. Quanto il fatto che nei suoi 20 anni di vita, a ben vedere, non ricordo a memoria un solo tema veramente di sinistra che sia stato difeso, portato avanti dal PD (e dai suoi antenati PDS, DS e compagnia). Non uno per cui il partito abbia lottato davvero. Non l’eutanasia. Non i matrimoni o le adozioni omosessuali (manco le unioni civili, figuriamoci). Non la scuola pubblica. Non la laicità dello Stato. Non il conflitto di interesse. Non la riforma “sostenibile” del mercato del lavoro. Niente di tutto questo.  Parole, tante. Slogan, una marea. Impegno, zero.

Tutti questi argomenti, che per una persona di sinistra come me sono ESSENZIALI nell’agenda di ogni partito che si proclami altrettanto di sinistra, sono stati ogni volta rimossi o rimandati a tempi migliori con le motivazioni più varie. Le alleanze coi cattolici, la mancanza di voti sufficienti, l’impellenza di altri fini più urgenti . Eccetera, eccetera, eccetera. Non siete d’accordo? Ottimo! Basta che mi citiate una sola grande lotta del PD di questi anni è io ne prenderò atto. Una. Non è difficile, no?

L’unico collante del PD in tutto questi anni è stata una facile (facilissima per altro) presa di posizione ideologica contro il berlusconismo. L’unica cosa che ci ha spinto a votarli, fino a oggi, è stata l’idea che dall’altra parte fosse molto, ma molto peggio. Non un voto “per”, come abbiamo sperimentato sulle nostre spalle (turandoci il naso), ma sempre un voto “contro”. Lo stesso giochetto che oggi iniziavano a mettere in pratica, prima del tracollo, contro i Grillini. E che ci ha portato, negli anni, a perdonare l’imperdonabile o a votare gente improponibile come Rutelli.

Ma il punto è che oggi, dopo vent’anni di questa solfa, agitare lo spettro del “male” non basta più. Gli scandali, pochi in senso assoluto ma significativi (il Monte dei Paschi o l’Unipol di “abbiamo una banca?”, solo per citarne alcuni) si sono aggiunti a uno scollamento totale dal paese e a una incapacità conclamata di trovare vie veramente di sinistra per proporsi davvero come forza di governo e per uscire dalla crisi, economica e di valori, in cui l’Italia stava precipitando. Come un ragazzo che spreca i suoi anni migliori senza mai provarci davvero con la tipa che gli piace, nella speranza che prima o poi lei capisca quanto in realtà lui sia affascinante, anche se fino a quel momento è rimasto fermo a mimetizzarsi con la tappezzeria.

La spaccatura interna e la totale incapacità di presentarsi come una forza credibile, dimostrata una volta di più in questi giorni con l’elezione del nuovo Capo dello Stato (ormai potrebbero votare anche Topolino, cambia poco), sono state soltanto la ciliegina marcia su una torta che ormai è diventata indigesta agli stessi elettori del PD più fedeli alla linea. A volerla difendere e mangiare sono ormai solo più gli ultimi capi e capetti delle varie correnti. Gli ultimi rappresentanti della nomenklatura. Gente che ha vissuto tutta la vita sulle spalle agitando lo spettro di Berlusconi, senza opporvisi mai veramente per non perdere la propria facile posizione di potere.

Perché è molto più facile “dirsi” di sinistra, che “esserlo”.

Perché dimostrare di essere di sinistra avrebbe significato assumersi responsabilità chiaramente troppo grandi per le spalle piccole e fragili di questi ultimi burocrati. Il risultato è che oggi, se penso al centro sinistra che abbiamo avuto (di certo il peggiore al mondo) penso a una marea di occasioni mancate e a pochissimi esempi di buon governo. Un buon governo, per altro, da semplici amministratori seri e onesti, che in un mondo di affaristi strafatti di viagra assurgono subito al ruolo di statisti.

Perché dopo 20 anni di degrado morale e antropologico del berlusconismo, quando ci siamo trovati davanti il buon Monti ci è sembrato di avere a che fare con JFK, salvo scoprire che l’unica soluzione che era in grado di trovare per rimettere a posto i conti era l’aumento di benzina e sigarette. Altro che esperto di economia. Pareva un doroteo qualsiasi, di quelli con gli occhiali neri e la pancia da mangiatori di cannoli siciliani.

All’ombra di quel degrado il PD si è accoccolato come un gatto davanti al caminetto. Soffiando svogliatamente il nemico, ma guardandosi bene dal graffiarlo, altrimenti… chissà… magari avrebbe dovuto alzarsi da quella posizione tanto comoda e mettersi a cercarne un’altra, sicuramente più instabile e faticosa. Sai la fatica?

Se adesso guardo ai pochi che ancora pensano di poterlo cambiare da dentro, il PD, se ascolto le loro parole, se percepisco il loro impegno, non so sinceramente se provare più rabbia o tenerezza. Mi fanno venire in mente quelle persone che mentre la casa crolla, cercano di afferrare le macerie un pezzo alla volta per rimetterle a posto. E non importa se mentre ricostruiscono un metro di muro tutto il tetto se ne viene giù. Mentre tutto intorno chi potrebbe aiutarli non muove un dito o peggio, di nascosto dà un calcio alle parti ancora in piedi.

Tanto vale, a questo punto, osservare il crollo e aspettare che cessi del tutto. E allora sì, mettersi a scavare a mani nude, senza nemmeno aspettare i soccorsi, per vedere se c’è ancora qualcosa da salvare e da portare con sé. Un ricordo, un valore, un ideale, un’idea, una prospettiva. Scommetto che ne verrebbe fuori una casa tutta nuova e più bella. Magari non perfetta, di sicuro meglio frequentata. Ma dico io, dopo vent’anni di prese in giro e mal di pancia, non sarebbe anche l’ora?

Vaìa

 

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Pubblicato sotto Me, myself & I

Quelli che… Bersani

apr18
2013
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Grazie a tutti i compagni fedeli alla linea.
Quelli che alle primarie avevano le idee chiare.
Quelli che “voto Bersani perché Renzi è di destra”.
Quelli che “voto Bersani perché Vendola è troppo comunista”.
Quelli che “voto Bersani perché è ancora comunista, dentro”.
Quelli che “voto Bersani perché è una brava persona”.
Quelli che “voto Bersani perché dai che lo smacchiamo!”.
Quelli che “voto Bersani perché è di sinistra, ma moderno”.
Quelli che “voto Bersani perché Renzi è amico di Berlusconi”.
Quelli che “voto Bersani perché sa tenere a bada la nomenklatura”.
Quelli che “voto Bersani perché D’Alema lo odio dal 1998″.
Quelli che “voto Bersani perché purtroppo D’Alema non si candida”.
Quelli che “voto Bersani perché è una persona onesta”.
Quelli che “voto Bersani perché lui è uno che beve le birrette, come noi”.
Quelli che “voto Bersani perché unirà il partito e rilancerà il paese”.
Quelli che “voto Bersani perché lui vede oltre”. Cosa, non si sa.
Quelli che “voto Bersani perché quando lo fa Crozza è divertentissimo!”.
Quelli che “voto Bersani perché è amico di Fassino, il miglior Sindaco d’Itaglia”.
Quelli che “voto Bersani perché è della Juve, ma non vuol dire”.
Quelli che “voto Bersani perché è della Juve, ma onesto”.
Quelli che “voto Bersani perché è della Juve”. Punto.
Quelli che “voto Bersani perché sì”.
Quelli che “voto Bersani perché lo dice il Partito!”. Amen.
Quelli che “voto Bersani perché comunque è ancora giovane”.
Quelli che “voto Bersani perché Renzi è troppo inesperto”.
Quelli che “voto Bersani perché non lo so, ma intanto do 2 euro al partito”.
Quelli che “voto Bersani perché non voglio altri inciuci con il nano”.
Quelli che “voto Bersani perché come fa le metafore lui…”.
Quelli che “voto Bersani perché non lo so, ma sono fiducioso”.
Quelli che “voto Bersani perché… sono fatti miei!”.
Ecco, grazie. A tutti voi. Di cuore.

Vaìa

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Pubblicato sotto Me, myself & I - con tag Berlusconi, Bersani, Marini, Pd, politica, Presidente, Renzi

Un “iSogno” per tutti

apr10
2013
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Devo ammetterlo, una delle domande più frequenti che mi sono state rivolte a proposito de “Il sogno di Giovanni” è la seguente: ”Bella la copertina del libro, ma chi l’ha disegnata?”.

Ebbene adesso ve lo posso dire. L’autore è mio fratello Claudio Gomboli, artista, grafico e designer attualmente di stanza a Berlino (qua trovate il suo sito, con tutti i lavori passati, presenti e futuri).

È lui che, a seguito di una mia mia precisa e puntuale richiesta (“Oh! Mi serve qualcosa da mettere in copertina, fai tu che sei il creativo!”), ha partorito l’idea delle braccia intrecciate e l’ha adattata sia per la versione Kindle che per quella cartacea (a proposito, le trovate rispettivamente sempre qua e qua, se ancora non ve le siete procurate).

Sempre sua l’idea di trasformare oggi quell’immagine in uno sfondo per i nostri iCosi, da mettere a disposizione dei fan davvero accaniti de “Il sogno di Giovanni”.

Contenti? Mi fa piacere. Li potete trovare qua:

  • iPhone 4
  • iPhone 5
  • iPad non retina
  • iPad Retina

Andate e scaricate, discepoli. Inutile dire che il mio amico Obama lo ha già fatto. Ma lui è sempre un passo avanti a tutti.

Vaìa

 

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Ah, la carta!

mar28
2013
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L’odore delle pagine, violate per la prima volta. Il loro fruscìo così familiare, quando le si sfoglia una dopo l’altra. Quella sensazione sulle dita, i polpastrelli che godono, mentre gli occhi, avidi, seguono lo scorrere dei caratteri sul bianco della carta. Riga dopo riga. Pagina dopo pagina.

Ok, un libro vero è un’altra cosa. Altro che eBook. Per questo, per voi nostalgici del bel tempo che fu e amanti delle buone cose di una volta, “Il sogno di Giovanni” arriva anche in edizione cartacea. Sempre su Amazon e sempre a un prezzo più che onesto… (con buona pace della foresta amazzonica e del futuro dei nostri figli tutti).

Il consiglio è sempre quello: compratelo, leggetelo, recensitelo e fatelo conoscere. Secondo me, inutile dirlo, ne vale la pena.

Sia chiaro che se nel frattempo avete provato l’ebbrezza di un Kindle e volete buttarvi sul libro elettronico, non c’è problema!

Vaìa

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Pubblicato sotto "Il sogno di Giovanni", Racconti - con tag "Il sogno di Giovanni", Amazon, Kindle, Racconti, vita

Washington Post

mar21
2013
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Dopo lo scoop che ha visto il Presidente Obama sorpreso all’aeroporto con una copia de “Il sogno di Giovanni” (foto che – ricordiamo – ha consentito al New York Times di balzare in vetta alle classifiche mondiali dei giornali più letti), il Washington Post ha deciso di replicare duro, inviando in Italia niente meno che il “duo delle meraviglie” Bob Woodward e Carl Bernstein.
I due guru del giornalismo a stelle e strisce hanno incontrato l’autore del libro che ha stregato Barack e pubblicato un ampio reportage sul sito del quotidiano. Ne abbiamo ripreso alcuni brevi stralci, con la promessa di non divulgarlo interamente…

Il successo
Bob Woodward: “Allora Maurizio, come ci si trova nella veste di autore?”
MG: “Ottimamente, Bob. Devo dire che lo immaginavo, ma non così. Tutta questa seta… tutti questi velluti, gli ori… non mi sono ancora abituato”.
BW: “Ah! Lo confessi allora: il successo ti ha dato alla testa”.
MG: “Assolutamente no, Bob. E non si tratta di soldi. D’altra parte anche Ernest fino al terzo romanzo, come si sa, rimase il ragazzo di un tempo. E non significa nulla che i suoi eredi mi abbiano scritto – aspetta, ecco leggi la mail, prendi il mio iPad d’oro – per dirmi che gli ricordo il nonno, come stile e capacità narrativa”.
CB: “Sei una sagoma, Maurizio!”
MG: “Grazie Carl, anche te. E lascia che te lo dica, Dustin non ti ha reso giustizia sul grande schermo! Gliel’ho detto proprio ieri su Skype!”

Giovanni
BW: “Dai ora puoi dircelo. Chi è Giovanni?”
MG: “Guarda, Bob. Non l’ho detto a nessuno, ma era mio nonno. È nato proprio un secolo fa, nel 1913. E mi è piaciuto ricordarlo con un libro e con il personaggio protagonista del racconto omonimo”.
CB: “Tutto ciò è molto bello, Maurizio. E ti rende un uomo migliore di quel che pensassimo”.
WB: “E – lasciami aggiungere – visto che già eri un nostro idolo, beh… Siamo davvero MOLTO colpiti”.
MG: “Oh, Bob… Oh, Carl… Grazie!”

Il prossimo libro
MG: “Ehm… Carl? Bob? La volete una piccola anticipazione?”
CB e BW: “Sììììììììììììììììììì!!!”
MG: “Magari volevate sapere del mio prossimo libro…”
CB e BW: “Sììììììììììììììììììì!!!”
MG: “Bene, sarà una fiaba. Qualcosa che ho scritto per spiegare certe cose ai miei figli”.
CB e BW: “WOW!!! Che uomo! Che cuore d’oro! Che pedagogo!”
MG: “Poi, certo, c’è anche il progetto del Nuovo Romanzo Italiano, che ridefinirà i canoni della letteratura nei decenni a venire. Ma forse, adesso, è davvero troppo presto per parlarne”.

Vaìa

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Pubblicato sotto "Il sogno di Giovanni" - con tag "Il sogno di Giovanni", Racconti

19 marzo.

mar19
2013
1 commento Scritto da Gommaweb

Perché sono cresciuto con i dischi di Gaber e Battisti.

Perché ora so distinguere un’opera d’arte da un misero tentativo. Senza leggere la firma.

Per i suoi gatti e i suoi Pinocchi.

Per l’odore di pittura e solventi che lo ha sempre accompagnato.

Perché mi ha fatto scoprire Totò, Fellini, Mastroianni, Manfredi, Gassman, Sordi, Monicelli, eccetera, eccetera, eccetera.

Per la nostra Firenze, tra via Bocchi e Lungarno Ferrucci.

Perché se vedo una replica di “Canzonissima”, mi sembra di esserci cresciuto insieme.

Perché i miei ricordi più belli sono in bianco e nero.

Per i suoi miliardi di mozziconi.

Perché la fortuna ha sempre girato al largo.

Per la sua faccia preoccupata, mentre Antognoni era a terra col cuore fermo.

Perché mi ha fatto sentire orgoglioso delle mie origini.

Perché quando voleva parlarmi di cose serie mi scriveva una lettera, anche se avevo da poco imparato a leggere.

Perché abbiamo giocato poco e abbiamo litigato tanto, quando era il caso.

Per le Lettere Luterane e gli Scritti Corsari.

Perché non mi ha mai imposto nulla, ma mi ci ha fatto arrivare col ragionamento.

Per aver sempre cercato di capire le ragioni degli altri, anche se avevano torto.

Perché se ci tiene si infervora sempre come se fosse su un palco, di fronte a una platea.

Per la sua esultanza davanti al gol di Magath, con in mano la forchetta della cena.

Perché non scrive sms, al massimo li legge. A volte.

Per i muri pieni di quadri e i mobili ricolmi di libri e sculture.

Perché non ha ancora smesso di cercare.

Per il suo essere diventato così fragile, prima del previsto.

Perché adesso ho paura io di non saperlo aiutare.

Auguri, Babbo.

Vaìa

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Pubblicato sotto Me, myself & I - con tag Anni '70, Arte, babbo, Mostre, Ricordi, vita

Al risveglio

mar18
2013
3 commenti Scritto da Gommaweb

Il mio letto di bambino era nel bel mezzo di una stanza da studioso. Una poltrona sistemata fra una lunga vetrinetta ricca di libri e una scrivania di legno ottocentesco bucherellata da generazioni di tarli professionisti. Davanti, una piccola televisione in bianco e nero, appoggiata su una cassapanca di legno lavorato a intarsi che formavano una storia fatta di esploratori ed elefanti. Un richiamo all’India completamente fuori posto, ma che aveva ormai conquistato la sua patente di familiarità.

Quando andavo a dormire, l’imbottitura veniva completamente rimossa dallo scheletro metallico e la poltrona si allungava docile a mostrare la sua anima morbida e adorna di lenzuola, che le mani domestiche di mia madre riuscivano a rendere sempre profumate e fresche di bucato. A volte, prima di abbandonarmi al sonno, mi era concesso di guardare ancora un po’ la televisione. Un’abitudine che ho conservato fino a oggi e che più di una volta, nell’epoca difficile dell’adolescenza, ha ostacolato la tranquillità delle mie notti.

Tutto intorno a me, su ogni parete, decine di quadri si rincorrevano in punta di chiodo. Ritratti, panorami, disegni astratti, chine, litografie. Mi osservavano severi mentre scivolavo nel sonno, tenendomi compagnia silenziosamente per tutta la notte. Il treno sperso nella neve e lanciato verso una stazione calda e accogliente. La dama con le mani incrociate, che sembrava volermi proteggere dal buio. Mio padre bambino, camiciola bianca e riccioli indemoniati, e la testina di putto che mi spiava di sbieco, quasi vergognandosi. Tutti erano diventati miei buoni amici. Perfino il cavaliere scomposto e sfaccettato che dominava il letto dall’alto della parete principale, che mi piaceva immaginare pronto a difendermi da ogni pericolo potesse balzar fuori dall’oscurità.

Certe mattine di primavera, quando la scuola era finita e potevo dormire più del solito, mi capitava di svegliarmi con il sole già alto. Abbastanza almeno da superare il tetto della fabbrica che si elevava con la sua facciata grigia subito dopo il muretto del cortile, per gettare la sua ombra sull’intero palazzo. Solo in quel momento la luce del sole riusciva a filtrare dalle finestre del balcone della cucina, tagliando la stanza come un coltello nel burro e infilandosi gioiosa nell’ingresso, per concludere il suo viaggio nello studio dove era stata ricavata la piccola nicchia della mia infanzia addormentata.

I raggi del sole piovevano proprio sopra il mio cuscino, riportandomi tutto a un tratto nel mondo. Era una sensazione di gioia pura. I miei occhi, che si aprivano per serrarsi subito per la troppa luce, ci mettevano sempre un po’ per abituarsi a quel flash improvviso. Poi il buon umore si impadroniva di me, scacciando definitivamente il sonno. E ogni volta, col corpo ancora sprofondato fra le lenzuola, mi fermavo a osservare gli spicchi di sole che venivano tagliati dagli angoli dei mobili, dalle cornici dei quadri, dai profili delle sculture. Proprio in mezzo a loro, l’aria pareva animarsi, popolata da miliardi di minuscole particelle di polvere in sospensione. Pulviscoli dorati che galleggiavano nel niente, nel breve spazio fra due zone d’ombra, e sparivano all’improvviso inghiottiti dal buio.

Ancora non lo sapevo che era un po’ come osservare la vita degli altri, il loro affannarsi, il loro gioire, il loro essere trafitti da un po’ di luce, prima della fine. Ancora non lo sapevo, perché ero un piccolo bambino ignorante, che non conosceva i poeti ed era felice del suo solo esistere. Trascorrevo i minuti assaporando quell’innocente sensazione di totale benessere e non potevo immaginare che un giorno avrei ucciso per risentire sulle palpebre quella lama calda e gialla. Quando esistere non mi sarebbe bastato più e avrei scoperto sulla mia pelle quant’è difficile restare a galla, cercando di non farsi inghiottire.

Vaìa

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"Scrittore e toreador di primissimo piano. Me lo ricordo nel '37 a Barcellona, bello come il sole, sotto una pioggia di rose" (Hernest Hemingway)

"Credo sia a tutti gli effetti il maggiore ispiratore della mia carriera calcistica" (Gabriel Omar Batistuta)

"Viene da una famiglia di artisti fiorentini. Credo di non dover aggiungere altro" (Pablo Picasso)

"Se non ci fosse stato lui a credere in noi la Apple non sarebbe mai diventata quello che è oggi. Thank you, guy" (Steve Jobs)

"Se non me lo avesse insegnato lui, sarei ancora qua a cercare di capire il concetto di lunghezza focale" (Robert Capa)

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