Chiedimi cos’è la felicità

Maratona di Roma 2017
2 aprile, Maratona di Roma 2017, quarantesimo chilometro

È stato quando ho superato il quarantesimo chilometro che ho realizzato di avercela fatta. È stato quello il momento in cui ho capito che ogni volta che avevo corso senza averne voglia, col freddo, con la pioggia, con le gambe rotte… ogni volta era servita ad arrivare fino a quell’esatto istante.

Non sentivo la stanchezza, non vedevo niente intorno. Percepivo il vociare della gente. Osservavo la schiena di quello davanti e mi sentivo svuotato, come se dalla punta dei capelli a quella delle scarpe non ci fosse più niente. Solo due gambe che si muovevano da sole. E una mente che pensava e pensava e pensava.

Pensavo al giorno in cui ero partito per questo viaggio e ridevo per l’idea folle che mi era venuta. Pensavo a mio padre, che mi manca ogni istante da due anni, anche se lo avevo sentito vicino a me in ogni centimetro di strada. Ricordavo le volte che durante i lunghi avevo fatto in modo di finire ad allenarmi vicino a dove riposa, per raccontargli tutto. E, chino sulle ginocchia, me lo immaginavo guardarmi stupito e preoccupato (“Ma un ti farà male? Stai attento!”).

Pensavo a mia madre, che cerca pace nella guerra. Che ogni giorno affronta la sua battaglia quotidiana con un po’ più di stanchezza e sempre meno ironia. E che pure è la stessa che solo qualche minuto fa mi portava al cinema ogni sabato, a vedere i cartoni animati e i film di Bud Spencer. O che senza volere mi tingeva di rosa le magliette più alla moda (“Dai, non si nota…”), quelle che era tanto raro riuscire a compare.

Pensavo a chi non c’era e che invece avrei voluto vicino. E pensavo anche a me, che ero morto un’estate di tanti anni fa e poi rinato più forte, più veloce, più determinato. Così, mentre la strada scorreva via fradicia d’acqua, un piede via l’altro, capivo che tutto andava dove doveva andare. Che ogni tessera aveva il suo posto numerato. E che io ero proprio nel bel mezzo del disegno che si stava componendo. Felice e dolorante. Tanto felice da non incazzarmi nemmeno per il pensiero retorico che ero riuscito a partorire, chiaramente per colpa delle endorfine.

Quello che a tutti sembrava un ghigno di fatica era il mio più bel sorriso. “Tutto andrà bene”, mi ripetevo. “I problemi si risolveranno. Le decisioni giuste verranno prese e avrai una vita piena e soddisfacente. Basterà non fermarsi mai”. Ancora un chilometro e un altro ancora. E un altro, ancora.

Vaìa


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