Archive for Me, myself & I

Gattopardo socialista

Vogliamo parlare di Craxi? Parliamo di Craxi. Va di moda e ci vuole poco:

Era un politico di prim’ordine, altrimenti non sarebbe diventato ciò che era.

Era un uomo che non si è mai capacitato che il suo potere fosse limitato e che fino all’ultimo è vissuto credendo di subire un’ingiustizia. Senza scendere a compromessi che potessero ridurne la colpa. Esattamente come altri, che vent’anni dopo urlano di nuovo al complotto delle toghe. Circondati da un plotone di sgherri, pronti a mettersi in salvo.

Era un uomo che ha effettivamente subito un’ingiustizia, non giudiziaria ma sociale. Non perché sia stato incriminato e condannato. Ma perché fuori dalle aule di tribunale è stato fatto diventare il capro espiatorio di un sistema marcio fino al midollo, che negli anni dopo la sua scomparsa politica e fisica si è mantenuto esattamente uguale a se stesso, cambiando solo di nome.

Ha pagato (quasi) per tutti. E si meritava di pagare, sia chiaro. Ma il vero scandalo, il vero punto su cui oggi ci si dovrebbe interrogare sgomenti è perché abbia pagato da solo.

Il vero scandalo è questa Italia che cerca sempre colpevoli su cui scaricare cinque minuti di rabbia e qualche monetina, prima di lasciare tutto il resto com’era e tornare a farsi i fatti suoi.

Un’Italia che non può cambiare, per il semplice fatto che non si accorge nemmeno più di essere tutta sbagliata. I tribunali, ieri come oggi, servono a poco.

Vaìa

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Giuro, è stato Totò

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Sabato sera. Freddo polare. Passeggio per via Roma semiassiderato, in direzione piazza castello. Entrato in piazza San Carlo mi appare un enorme vessillo della lega nord. Un’albertone da giussano che spada sguainata campegga sui (pochi) presenti.

Già mi monta il fastidio.

Mentre mi avvicino sento un brutto rumore. Una voce irosa, roca, rozza… che appartiene a una figura con il cappotto marrone. Sgraziata, brutta, arrabbiata. Non con la natura matrigna - come sarebbe naturale attendersi - ma con “loro”, intendendo con “loro” i catto-comunisti-favoreggiatori-di-immigrazione-clandestina-che-non-conoscono-il-Piemùnt e che sostengono la Bresso (candidata del centrosinistra, per i fuori sede che ci leggono).

Borghezio.

Borghezio, sì. Quello che profumava a forza la prostitute nigeriane sui treni. Quello condannato per l’incendio doloso sotto il ponte dormitorio. Quello che sbraita contro le moschee appena gli danno un microfono. Quel Borghezio lì…insomma.

Borghezio, che in un crescendo di rabbia sosteneva il candidato presidente della Regione Piemonte Cota. Timidamente al suo fianco - o almeno credo fosse lui - quasi imbarazzato per tanta veemenza. E c’è da capirlo, di moderati ce n’è anche da quella parte (i moderati sono ovunque, dicono)… e non è che li conquisti se in piazza ti ci accompagna Goebbels.

Lo sfogo in piemontese è andato avanti poco, per mia fortuna, o ero io che ero arrivato alla fine. Per chiudersi un paio di minuti dopo col grido a squarciagola di “Viva la Lega! Viva il Piemùnt! Viva la Padania!”.

Ecco… Il più delle volte io questo tipo di manifestazioni le ignoro. Passo accanto, non do confidenza. Mi faccio i fatti miei. Solo che sabato… Sarà stato il freddo. Sarà stata l’incazzatura che avevo… Ma mi è venuto in mente Totò. E allora ho aspettato che il comizio finisse. Poi mi sono portato una mano (guantata) alla bocca e:

PPPPRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!!!!!!!!!!!!!!!!

Non credo mi abbiano sentito dal palco. Non si è girato nessuno, tranne un paio di leghisti surgelati. Ma io avevo già rinfoderato in tasca il corpo del reato e avevo ripreso ad avanzare.

Congelato. Ma molto, molto, molto più rilassato di prima. Perché va bene tutto, ma fa già freddo e io con certa gente c’ho proprio poca pazienza.

Vaìa

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Far finta di essere sani*

È atrocemente beffarda questa nuova influenza A. Non finirà il mondo, questo è certo. Così come è molto probabilmente che si stia facendo un gran baccano per nulla (o quasi). Se si pensa che ogni anno (ogni anno!) le normalissime asiatiche, australiane, cinesi e compagnia cantante si portano via in silenzio circa 8000 persone.

Ma la vera novità è che ci stiamo trasformando tutti, media e spettatori, in novelli apprendisti nazisti, desiderosi di giustificare ogni morte con una  qualche “patologia pregressa”. Come se l’essere già sfigati di proprio (obesi, diabetici, cardiopatici e chi più ne ha più ne metta) sia una colpa sufficiente per beccarsi anche il biglietto di solo andata per l’aldilà.

La morte assume improvvisamente un senso, se chi muore è “diverso” da noi. Se ha un problema, una malformazione, un deficit fisico che non noi abbiamo. Tutto questo ha un nome: eugenetica. Un concetto che dovrebbe farci orrore, ma che a quanto pare è più difficile pronunciare a parole che indossare nei fatti.

- “È morto un 42 enne”
- “Ah, beh… ma soffriva di diabete!”
- “E il ragazzino di ieri? Si è saputo?”
- “Cardiopatico”
- “Fiuuuuuu… Meno male!”
- “Davvero. Che culo!”

Siamo abituati da sempre a pensare che la morte sia la naturale “livella” della vita, come diceva il Principe De Curtis. L’influenza A ci sta insegnando che davvero piove sempre sul bagnato. Con gran pena di chi già soffre e gran consolazione di quelli sani come pesci, che si convincono di passare indenni anche questa tempesta.

Chi aveva il diabete o una qualche malformazione, in fondo, se l’è andata a cercare. Noi, integri e produttivi membri della società, non ci meritiamo alcun male. O no?

Vaìa

*Avrei voluto intitolare un post sulla nuova influenza “Mi aspettavo la maiala, è arrivata la suina”. Ma alla fine avevo poca voglia di scherzare e ho preso a prestito un titolo del Signor G. Uno che ci azzeccava sempre.

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L’opposizione con la reflex

Lo ammetto. Questa mania di Repubblica di far mandare una foto dai lettori per protestare contro i mali della nostra democrazia io davvero non la sopporto più.

Uno dei ministri lacché ci dà dei farabutti (mi ci metto dentro anche io, in quanto geneticamente di sinistra)? E giù con gallerie fotografiche piene di volti, ritratti, facce di bella gente che va giù di click con la scritta “siamo tutti farabutti”.

Qualche giorno dopo il premier offende pesantemente la Bindi? E via con altre centinaia di foto piene di bei visi di donne di tutte le età che si mettono in posa per protestare. Nemmeno fosse l’otto maggio al cubo.

Tutte e tutti consapevoli, belli, patinati. Ricercati nelle pose. Così nel giusto… Tutti così insopportabilmente appartenenti a quel cliché di votante di sinistra (meglio se del Pd) che sa di essere la parte sana del paese, quella che vorrebbe emergere e non ce la fa, quella che potrebbe cambiare davvero questo mondo. Giovani e vecchi, uomini e donne.

Voglio dire… ce lo ricordiamo il video del Pd per le elezioni o no? Quanto era pieno di retorica da quattro soldi? Ci sono cascato anche io, ma alla fine ho aperto gli occhi. Io lo so di essere nel giusto. Non ho bisogno di farmi rassicurare. HO BISOGNO DI QUALCUNO CHE MI RAPPRESENTI!

Vi danno dei farabutti? Offendono le donne? Bene. Un consiglio a Repubblica e a tutti quelle belle icone di uomini e di donne da manifesto elettorale del Pd: INCAZZATEVI UNA BUONA VOLTA!

Invece di usare la rete per mandare una inutile foto che ci fa sentire inutilmente “belli & bravi”, usiamola per darci un appuntamento in piazza. Per andare a urlare il nostro sdegno e schifo verso chi ci governe e soprattutto verso chi dovrebbe contrastarlo e invece quando ne avrebbe la possibilità trova mille scuse per far mancare il necessario numero di deputati. Come nel caso dello scudo fiscale.

Io non voglio scrivere sulla mia foto: “Sono un farabutto”. Voglio urlare: Binetti? Melandri? Ma dove cazzo eravate quando si votava? E perché vi ci hanno mandato? Scommetto che non mi pubblicherebbe nessuno.

Impariamo a essere meno fighetti di sinistra una buona volta. Gli altri, quelli che governano, se ne fregano delle vostre belle immaginette. Anzi, si ammazzano dalle risate.

Se stanno dove stanno e non pensano minimamente di andarsene è solo perché il nostro modo di essere “sinistra” ormai si è ridotto solo più a questo: scattare una foto del proprio ombelico e mettela on line.

Pateticamente convinti di aver fatto il proprio dovere.

Vaìa

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Quel bus chiamato intolleranza

Leggo cronache sempre più disperate.

Due ragazzette coatte fumano sull’autobus e se una donna di colore glielo fa notare la insultano e la prendono a schiaffi.

L’episodio è disgustoso in sé. Perfettamente in linea con il paese che siamo (sono) diventati. Perfettamente rappresentato dall’oligarchia mafiosa-razzista che lo governa.

Una volta mi sarei chiesto con indignazione come mai nessuno era intervenuto a sostegno della donna nigeriana e della sua, mi si passi il termine così banale e desueto, educazione.

Mi sarei stupito di fronte alla passività del guidatore. Che non si è sognato neppure lontanamente di intervenire e di far rispettare le regole sul suo autobus. E avrei gridato allo scandalo per l’assenza della polizia.

Adesso tutto mi scorre addosso come merda fresca. Non mi soprende più. Ed è la cosa peggiore.

Domani, o stasera stessa, ci spiegheranno che la civile nigeriana e la incivile coppia italo-ucraina erano da sole a bordo. E che l’autobus era teleguidato. Quanto alla polizia, doveva scovare due o tremila criminali clandestini, poteva mica perdere tempo?

Ma forse non ne parleranno nemmeno, gli altri. Perché l’Italia non è un paese razzista. Siamo tutti buoni e ci vogliamo tanto bene. E chi non lo pensa ha già pronto il suo posto sul barcone del rientro.

Vaìa

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Piacere, Maurizio

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Ecco. Ci sono cose che a volte non si riescono a dire. In questo caso qualche sceneggiatore di Hollywood può darci una mano.

Perché, non lo so, ma certe frasi a effetto agli uomini normali (men che meno a me, che sono altamente anormale) non vengono proprio naturali.

Ma in fondo sono fortunato. Io la mia Sally l’avrei anche trovata. E sono pure molto più bello di Billy Crystal.

Vaìa

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Punti di vista

A sinistra: un genio comico in anticipo sulla storia.

A destra (non a caso): un ridicolo cretino in irrimediabile ritardo.

(e che il Signore mi perdoni l’accostamento).

Vaìa

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25 anni

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25 anni dopo. E un’era geologica indietro, per quello che riguarda la nostra povera democrazia.

Vaìa

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