Archive for Me, myself & I

Ezzelino

Un cappello da alpino appeso al muro, pieno di spillette.
Una poltrona comoda.
Una radio per ascoltare le partite del Toro.
Un cappotto verde scuro nelle giornate invernali.
Una bestemmia schietta, masticata fra i denti.
Una Ritmo. Una Punto.
Un balcone con la tendina, su via Borgomanero.
Un affetto abrasivo e sincero.
Un sorriso. Una battuta sempre in canna.
Una faccia da brav’uomo.
Un cuore forte, rosso fino alla fine.
Un altro pezzo di vita che se ne va.
E ne restan sempre meno.

Vaìa

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Amici miei

Se sei fortunato, nella tua vita hai un amico che ti starà sempre vicino. Non importa quel che accade. Una persona che possono passare anche mesi, ma che quando la rivedi sembra che tu l’abbia salutata la sera prima, dopo un’infinità di sigarette e litri di birra e San Simone.

Io sono molto fortunato. Di amici così ne ho quattro.

C’è Andy, il fratello di una vita. Sempre accanto, da bambini, da adolescenti, da uomini e da padri. Una garanzia assoluta. Basta un cenno e ci ritroviamo. Sempre affacciati sui nostri balconi di via Domodossola, con la collezione di playmobil sul mobile in ingresso e troppi Atlantic a guerreggiare su torri di “Topolino”.

C’è Max, che sembra cinico e baro e incazzoso. Ma che è una pasta d’uomo. Generoso e scriteriato come sanno essere solo le persone vere. Con idee chiaramente confuse, ma con una passione che non si riesce a contenere negli schemi di una vita fatta solo di doveri o in un lavoro fatto solo di gerarchie.

C’è Pino. Il mio amico attore. Il nostro Nicola Scheggia. Compagno di vita da una vita intera. Capace di sparire per un tempo indefinito e di riapparire con la faccia di chi ti chiede: “Beh? Che c’è da guardare, sono qua”. Un maestro assoluto nell’arte del reinventarsi e del non prendere mai nulla troppo sul serio.

C’è Gianluca, per molti versi il mio alter ego. Un carbone ardente sotto un bonario strato di cenere, forse il più saggio di noi. Mi dice sempre che sono una roccia, quindi lo posso considerare anche un illuso ottimo motivatore personale. Di certo un ottimo ascoltatore, capace di leggere fra le righe come pochi.

Ecco ragazzi. Sarò forse un po’ troppo sentimentale. Ma sono felice di poter contare su di voi, “unici punti fermi di un mondo in costante mutamento”, volendo citare Holmes quando parlava del suo fidato Watson. Perché fra dieci, venti o trent’anni (non vi toccate, per favore) so che saremo ancora qua a sentire le ultime novità, a indignarci del governo, a scambiarci i malanni e a raccontarci la vita così come viene, senza la pretesa di saperla o poterla governare più di tanto.

Come i vecchietti di Aldo, Giovanni e Giacomo. Sordi e un po’ rimbambiti, sempre a punzecchiarsi e a farsi i dispetti fra un bicchiere e un mozzicone. Ma sembre vivi dentro, in cerca della battuta perfetta. Sempre con il senso del limite e del ridicolo ben affinato. Sempre fuori dagli schemi.

E vaffanculo a chi non lo capisce.

Vaìa

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Swhatzentov - Il video

Dagli autori di “Katana” e dagli sceneggiatori de “I 46″, il nuovo corto di Max Schiro.

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Vaìa

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Servono mica tante parole per descrivere una sconfitta

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Otto anni passati invano. Altro che Beppe Grillo.

Vaìa

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Katana

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“Katana”… Corto libero e improvvisato.

Vaìa

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Questionando con la questura

ROMA, 20 MARZO - Nella foto una panoramica del milione di persone in piazza per Berlusconi.

Vaìa

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Gattopardo socialista

Vogliamo parlare di Craxi? Parliamo di Craxi. Va di moda e ci vuole poco:

Era un politico di prim’ordine, altrimenti non sarebbe diventato ciò che era.

Era un uomo che non si è mai capacitato che il suo potere fosse limitato e che fino all’ultimo è vissuto credendo di subire un’ingiustizia. Senza scendere a compromessi che potessero ridurne la colpa. Esattamente come altri, che vent’anni dopo urlano di nuovo al complotto delle toghe. Circondati da un plotone di sgherri, pronti a mettersi in salvo.

Era un uomo che ha effettivamente subito un’ingiustizia, non giudiziaria ma sociale. Non perché sia stato incriminato e condannato. Ma perché fuori dalle aule di tribunale è stato fatto diventare il capro espiatorio di un sistema marcio fino al midollo, che negli anni dopo la sua scomparsa politica e fisica si è mantenuto esattamente uguale a se stesso, cambiando solo di nome.

Ha pagato (quasi) per tutti. E si meritava di pagare, sia chiaro. Ma il vero scandalo, il vero punto su cui oggi ci si dovrebbe interrogare sgomenti è perché abbia pagato da solo.

Il vero scandalo è questa Italia che cerca sempre colpevoli su cui scaricare cinque minuti di rabbia e qualche monetina, prima di lasciare tutto il resto com’era e tornare a farsi i fatti suoi.

Un’Italia che non può cambiare, per il semplice fatto che non si accorge nemmeno più di essere tutta sbagliata. I tribunali, ieri come oggi, servono a poco.

Vaìa

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Far finta di essere sani*

È atrocemente beffarda questa nuova influenza A. Non finirà il mondo, questo è certo. Così come è molto probabilmente che si stia facendo un gran baccano per nulla (o quasi). Se si pensa che ogni anno (ogni anno!) le normalissime asiatiche, australiane, cinesi e compagnia cantante si portano via in silenzio circa 8000 persone.

Ma la vera novità è che ci stiamo trasformando tutti, media e spettatori, in novelli apprendisti nazisti, desiderosi di giustificare ogni morte con una  qualche “patologia pregressa”. Come se l’essere già sfigati di proprio (obesi, diabetici, cardiopatici e chi più ne ha più ne metta) sia una colpa sufficiente per beccarsi anche il biglietto di solo andata per l’aldilà.

La morte assume improvvisamente un senso, se chi muore è “diverso” da noi. Se ha un problema, una malformazione, un deficit fisico che non noi abbiamo. Tutto questo ha un nome: eugenetica. Un concetto che dovrebbe farci orrore, ma che a quanto pare è più difficile pronunciare a parole che indossare nei fatti.

- “È morto un 42 enne”
- “Ah, beh… ma soffriva di diabete!”
- “E il ragazzino di ieri? Si è saputo?”
- “Cardiopatico”
- “Fiuuuuuu… Meno male!”
- “Davvero. Che culo!”

Siamo abituati da sempre a pensare che la morte sia la naturale “livella” della vita, come diceva il Principe De Curtis. L’influenza A ci sta insegnando che davvero piove sempre sul bagnato. Con gran pena di chi già soffre e gran consolazione di quelli sani come pesci, che si convincono di passare indenni anche questa tempesta.

Chi aveva il diabete o una qualche malformazione, in fondo, se l’è andata a cercare. Noi, integri e produttivi membri della società, non ci meritiamo alcun male. O no?

Vaìa

*Avrei voluto intitolare un post sulla nuova influenza “Mi aspettavo la maiala, è arrivata la suina”. Ma alla fine avevo poca voglia di scherzare e ho preso a prestito un titolo del Signor G. Uno che ci azzeccava sempre.

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