Mazzola: “La nostra nazionale? Era granata e vinceva al di là del mare”

Valentino Mazzola, lo storico capitano del Grande Torino e della Nazionale italiana campione del mondo nel ’50, è morto oggi nella sua casa di Milano all’età di 86 anni. Lo ricordiamo con l’ultima intervista che ha rilasciato al nostro giornale, qualche anno fa, in occasione del cinquantesimo anniversario del mondiale brasiliano.

Ci sono uomini il cui fascino non tramonta mai. Giganti che hanno fatto la storia del nostro paese. Che hanno unito un popolo spingendo su un pedale o dando un calcio al pallone. Che hanno scritto pagine di storia, non soltanto sportiva. Come Valentino Mazzola, il “Capitano”. Con la c maiuscola, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Oggi, in occasione del cinquantesimo anniversario del trionfo brasiliano ci ha aperto la porta di casa sua, a poche decine di metri da corso Como, dove si trova anche la sede dell’azienda di famiglia.
Valentino Mazzola ha i capelli radi e candidi. Le spalle si sono incurvate ma la forza dei muscoli pare ancora guizzare sotto al tessuto della camicia che indossa, rigorosamente bianca. Osservi i suoi occhi e capisci che lo sguardo è rimasto quello deciso dell’uomo che portò il Torino sulla vetta dell’Italia sportiva per dieci campionati consecutivi. E l’Italia sul tetto del mondo, quando ancora buona parte del paese era piena di macerie.

valentino

Valentino? Tulen? Capitano? Cavalier Mazzola? Come ti devo chiamare?
E come mi vuoi chiamare che ti conosco da trent’anni, che giocavi a fare il giornalista quando già lavoravo per la Federazione? Valentino, chiamami Valentino come sempre.

Però ti hanno fatto cavaliere, nel 1951…
Per forza, avevamo vinto un mondiale. Mica giravano tutti i soldi di adesso. Essere nominati cavaliere era una dei premi più ambiti. Per l’onore, prima che per il denaro.

Cosa ti ricordi di quell’estate brasiliana? Fra pochi giorni saranno cinquant’anni esatti.
Due cose soprattutto. Il viaggio infinito in transatlantico e la finale. Noi eravamo il Torino in pratica, ma con la maglia azzurra. Eravamo i favoriti ma il Brasile era una nazionale fortissima e giocava in casa. Anzi, giocava per la vita. Come si è visto quando l’arbitro ha fischiato la fine e la follia si è diffusa in tutto il paese. Che poi mi è sempre dispiaciuto. Mi sentivo quasi in colpa a festeggiare mentre tutti intorno si disperavano che manco in guerra.

Mazzola, Loik, Ossola e ancora Mazzola. In mezzo la rete di Ademir, per un pareggio che durò meno di dieci minuti.
Abbiamo giocato la partita che volevamo. È stato l’epilogo drammatico di un girone altrettanto drammatico, che ci ha visto arrivare alla partita decisiva proprio contro i padroni di casa. Sapevamo di avere un intero paese contro ma abbiamo fatto quello che sapevamo fare meglio: giocare a pallone insieme, come facevamo ormai da sei anni. E come avremmo fatto per altri quattro.

Dal Grande Torino alla Grande Italia. Che sensazione dava vincere sempre?
Era strano. Ogni anno pensavamo che non sarebbe potuto continuare eppure ogni anno si ripeteva. I campionati iniziavano e dopo qualche mese eravamo in testa saldamente, fino alla fine. Ne abbiamo messi in fila 10 di campionati, praticamente più della metà dei 17 che il Toro ha vinto fino a oggi. In Nazionale portavamo l’allegria di quella formazione fantastica. Nel ’50 abbiamo conquistato la Coppa Rimet per la terza volta. Nel ’54 abbiamo provato a difenderla, ma abbiamo ceduto davanti a una grandissima Germania Ovest. Eravamo invecchiati e loro correvano il doppio di noi. Giusto così e comunque prima o poi dovevamo pur perdere.

Com’è stato, perdere?
In un primo momento mi ha dato fastidio. Non ci potevo quasi credere, tanto ero abituato a vincere. Ma alla fine è stato quasi liberatorio. Come quando capisci che si è chiuso qualcosa e che è giunto il momento di dedicarsi ad altro per vivere.

E così hai appeso le scarpe al chiodo.
Già. Mi sono preso qualche anno di pausa. Mi sono dato da fare in negozio di articoli sportivi, che piano piano ho trasformato in una piccola azienda e quindi in qualcosa di ancora più grande. Anzi, a quello ci ha pensato Ferruccio, che si è dimostrato fin da giovane un “negoziante” molto più abile di me.

Più che negoziante direi industriale. Oggi il marchio “Mazzola” è sponsor tecnico di molte squadre di calcio e lo stesso Torino lo indossa da molte stagioni.
Ferruccio è bravo. E meno male, che con il padre che si ritrovava serviva qualcuno che mettesse in ordine gli affari di casa. Non si può vivere di solo pallone. Non ai miei tempi, almeno. Forse adesso sì in effetti.

Nessun rimpianto insomma?
Come potrei dopo tutto quello che ho avuto? E poi mica ho smesso del tutto col mondo del calcio. La pausa è durata sei anni, poi sono tornato come sai.

È iniziata la tua seconda vita: team manager della Nazionale.
No dai, li odio questi paroloni in inglese. Io la nazionale la accompagnavo, stavo vicino ai giocatori, davo consigli, li stimolavo. Ero al loro servizio insomma. E qualcosina lo abbiamo combinato, anche se ci abbiamo messo trentadue anni. Dal ’50 all’82 senza vittorie mondiali non è poco per un paese come il nostro. Dopo quella vittoria ho deciso di ritirarmi, questa volta sul serio. Avevo avuto tutto.

A parte Sandro, nessuno dei tuoi altri figli ha più giocato a calcio. Paura dei paragoni?
Non credo. Piuttosto voglia di affermarsi in altri campi da gioco. Sandro ha sfondato con l’Inter e si è confermato al Torino. Ferruccio è diventato industriale e i suoi figli stanno prendendo in mano l’azienda, portano metodi nuovi, nuove tecnologie di cui a malapena capisco qualcosa. Nicola è un medico famoso, vive a New York e ormai lo vedo solo per Natale. Simona invece ha scelto il palcoscenico, ha sempre avuto la passione dello spettacolo, come sua madre.

Ti manca?
Giuseppina? Beh siamo stati tanto insieme. Ma soprattutto abbiamo lottato tanto per poterci riuscire. Sai cinquant’anni fa non c’erano tutte queste possibilità e per chi decideva di separarsi la vita non diventava certo più facile. Sono sicuro che l’essere un calciatore famoso mi ha aiutato, non so se sarei riuscito avessi continuato a lavorare all’Alfa Romeo. Sono stati anni intensi. Siamo invecchiati insieme. Ha assistito a ogni mio trionfo e a quello dei miei figli. Da quando non c’è cerco di riempire il tempo, ma a volte mi scopro ancora a parlarle. In fondo è normale così.

Cos’è che invece non ti manca per nulla?
I viaggi. Ho sempre odiato viaggiare. Auto, treno, nave. La nostra vita era un continuo movimento, qualcosa di davvero faticoso. Non c’è una partita o una vittoria che nella mia mente non sia collegata al ricordo di qualche mezzo di trasporto. E quanti aerei, quanti maledetti aerei!

Mai piaciuto volare, vero?
Mai. Non una volta. Non è naturale. Ho sempre avuto paura, non mi vergogno a dirlo. Nella maggior parte dei casi senza motivo. Altre volte meno. Una volta però ce la siamo vista davvero brutta. Eravamo di ritorno da Lisbona, per un’amichevole. Pioveva a dirotto e non vedevamo a un metro dal finestrino. A un certo punto la basilica di Superga, la chiesa proprio sopra Torino, è sbucata dal nulla sotto l’aereo. Praticamente a una decina di metri da noi. Forse meno. Un’apparizione nel nulla. Quando siamo atterrati ho chiesto al pilota di quanto l’avessimo mancata. Ha riso, ma mica ha risposto. Si chiamava Meroni, mi pare. Come il capitano del Torino che nel ’72 ha vinto la Coppa Campioni contro lo Sheffield Wednesday.

Una coincidenza?
Mah. Non credo molto alle coincidenze a dire il vero. Però quel giorno forse il pilota Meroni ha fatto qualcosa di importante per tutti noi. Di sicuro lo ha fatto molti anni dopo il capitano Meroni, sollevando la Coppa Campioni per i granata.

Tutto ha un senso quindi?
Oppure è tutto solamente un caso, chi lo sa. Io ho lavorato da ragazzino, ho visto la guerra, ho vinto e ho perso. E ho imparato che non serve stare a farsi troppe domande. Molto meglio prendere a calci un pallone, no?

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