Archive for Racconti

Una limatina

- Non ci siamo.
- Cosa?
- Non ci siamo.
- Va bene, ma su cosa?
- Non ci siamo. Non ci siamo per niente.
- L’attacco? Lo posso cambiare, l’attacco. Parto con qualche numero.
- Ma no. Ma no.
- Sì, che poi volevo fare l’originale. Ma mi sa che son stato fumoso…
- Non solo.
- Ma torno con qualche numero! Un paio di percentuali…
- No, no…
- Senta, però così lei non è costruttivo!
- Costruttivo?
- Sì. Dovrebbe dirmi esattamente cosa c’è che non va.
- Esattamente, dice?
- Sì.
- Fa schifo tutto. Esattamente.
- …
- L’attacco. Lo svolgimento. La conclusione.
- Ah…
- Non c’è ciccia. Legga qua… Cosa volevi dire?
- Beh… Tanto per iniziare che questa piattaforma…
- Piattaforma? Siamo al porto? Trivelliamo petrolio?
- No, cioè… Volevo dire che facendo sinergie…
- Sinergie?
- Sì! La collaborazione fra alcune società consente di…
- Sinergie… Lo sai Moretti che fa quando sente certe parole?
- Chi?

– stciaf! –

- Faceva questo Moretti?
- Esattamente.
- Capisco.
- Fa male?
- Un po’
- Meglio. Così se lo ricorda.
- Magari riscrivo tutto.
- Magari.
- Magari punto sui numeri.
- Magari. Ma non garantisco nulla.
- Ok.
- Bene. Ora vada.
- Ok, vado.
- Vada, vada…
- Ah… e un cenno al trend del mercato ce lo metto?

– stciaf! –

- Capito. Magari già che ci sono gli dò anche una limatina, eh?
- Magari.

Vaìa

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Libretto di istruzioni

- Buongiorno!
- Buongiorno… Mi han detto di passare qui da lei per…
- Certo! Ecco. Prenda. Ha dieci minuti per leggere tutto. Poi, chiaro… Se avesse delle domande.
- Che roba è?
- Legga, legga…
- 16 maggio 1998… “Scelta del liceo scientifico”… “Impatto positivo fino al dicembre 2001”… Ma che diavolo… ?
- Per cortesia. Legga tutto che ce ne sono molti altri dopo di lei.
- Marzo 2007… “si fidanza”… Giugno 2019… “la compagna storica lo abbandona e va a vivere in Sudamerica”. 2021 “fa causa per mobbing all’azienda”… 2025… “si mette in proprio e apre un agriturismo”… 2030 “dichiara fallimento”… 2039… “viene affidato ai servizi sociali”… Ma qui… C’è tutta la mia vita!
- Vada avanti.
- 2043… “arrestato per ubriachezza molesta”… 2045 “viene messo in lista per il trapianto di fegato”…
- Fino in fondo, per cortesia.
- 27 novembre 2047, “…termina la propria esistenza presso la casa di cura “Ultima spensieratezza” di Villarbasse”…
- Finito?
- Così pare.
- Che le sembra?
- Una vita di merda, mi sembra.
- Ecco… no, volevo dire… ha qualche domanda?
- Ma che ne so… Cosa vuol dire?
- Ma chiedete tutti la stessa cosa, sa? L’ho sempre detto che questa procedura ha bisogno di più tempo, ma non mi ascoltano…
- …
- Non c’è precisione…
- …
- D’accordo, lasciamo stare. Ascolti. Allora… Ha presente quelle classiche domande che ci si fa nei momenti di sconforto? Tipo…
- …
- Tipo “dove ho sbagliato?”, “Perché a me?”. Queste domande qua. Se le sarà fatte, no?
- Beh, sì.
- Bene! Adesso riguardi il modulo che le ho dato.
- E allora?
- Li vede i punti elenco segnati in rosso?
- Sì…
- Nota nulla?
- No.
- D’accordo. Facciamo un esempio. Si ricorda il 12 settembre del 2031?
- Beh, così su due piedi…
- Pioveva. Si era svegliato tutto sudato, con un terribile male alla testa…
- Avrò bevuto troppo, come al solito…
- Sì, ma quel giorno poi arrivò l’addetto comunale per pignorarle i mobili. Erano mesi che non riusciva a pagare i fornitori… Erano, mi faccia controllare… Sì, le 10 e 11 minuti esatti.
- Sì. Adesso ricordo.
- Ecco. Ora guardi il ventisettesimo punto elenco. È uno di quelli in rosso.
- Sì.
- Che dice?
- 6 giugno 2026: “sceglie di investire in piantagioni di fragole afgane”.
- Legga la nota 2.
- …”nonostante il parere contrario dei suoi agronomi”.
- Ecco. Lo vede il legame?
- Un po’…
- Capisce adesso?
- Cos’è? Una specie di libretto di istruzioni della mia vita?
- In un certo senso.
- Vediamo un po’…
- Mi dica.
- Se è come dice lei, il 15 giugno del 2019, quando quella stronza di Isabella è sparita per andarsene a Buenos Aires… sarebbe collegato a… a… A cosa?!
- Trentaduesimo punto elenco.
- Sì, grazie… Al 7 luglio 2017: “incoraggia la fidanzata a iscriversi a un corso di tango con veri maestri argentini”.
- Giusto! Ha visto? Tutto si spiega… Commenti?
- Che dire… Tutto molto scenografico.
- No, intendo… ha qualche domanda?
- Una.
- Sì?
- Adesso con tutte queste belle informazioni io che ci dovrei fare?
- Mio caro… Ma capire! Capire tutta la sua vita. Sa, pensiamo che serva per farsi una ragione di tante cose. Magari anche per comprendere cosa ci fa oggi qua da noi.
- Ecco, appunto… Parliamone. Da quel che mi hanno detto…
- Non importa! Lasci stare! Vorrà mica lamentarsi?
- Beh… Non so lei, ma io al pensiero di…
- Lasci perdere, le dico! Non serve. Piuttosto legga, legga, legga! E cerchi di capire.
- Ma adesso, così, su due piedi?
- Ma certo che no… Che idea! Avrà un sacco di tempo libero d’ora in poi. Lo usi per questo.
- Ci proverò.
- Bene. Mi scusi ma adesso devo salutarla. Come le ho detto la coda oggi è bella lunga. Sa già dove andare vero?
- Mi hanno dato una cartina. Senta, rivuole indietro i fogli?
- No! No! Lo tenga pure. Ne ho una copia. E poi gliel’ho detto… Lo porti con sé. E legga, legga, legga sempre!
- Sa che lettura… La trama la conosco già ed è pure uno schifo.
- Lo dice lei! Non ha idea di quante connessioni, curiosità… Di quante soprese verranno fuori!
- Sarà… Io però…
- Dica.
- Io un’altra domanda gliela devo fare.
- Sono tutto orecchi. Ma in fretta, eh?
- Sarò rapidissimo.
- Dica!
- Ma cazzo! E farvi vivi prima con sto foglietto?

Vaìa

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L’Emilia

L’Emilia che ti accoglieva la prima volta tutta curiosa, con il suo sguardo da bimba. Lo stesso che ti lanciava all’improvviso, dopo averne sparata una un po’ troppo grossa. L’Emilia che spalancava gli occhi e rintanava appena la testa fra le spalle, mascherando con un sorriso l’audacia delle parole. Che ti faceva sedere sul divanetto ricco di centrini, facendo sferragliare la macchina per l’espresso fino a cavarne fuori un caffè tutto suo, da sorbire lentamente come una delicatezza.

L’Emilia che diceva che ero bello, uno da non farsi scappare. Che mi accettava senza fare una piega, come una ventenne dal corpo invecchiato, che trovava normale quello che a tanti ancora oggi può sembrare sconveniente. O che semplicemente non si poneva troppe domande e vedeva una possibilità in quella che poteva sembrare una strada troppo dissestata per essere percorsa in sicurezza.

La golosa Emilia, che si faceva comprare crostate e torte al cioccolato con la scusa dell’amica che la passava a trovare e che mangiava più di lei. “Vuoi mica farle trovare la dispensa vuota? Che poi io con il mio diabete non posso mica. Figurati!”. L’Emilia che conosceva tutti e che quando si infervorava le scappava un dialetto tutto curve, come le strade della sua terra. Una lingua misteriosa che io non capivo, ma che mi divertivo a indovinare, facendola ridere. E meno male che c’era la mia dolce traduttrice a sussurrarmi la versione giusta, che noi di Firenze con il nostro italiano certe cose non le impareremo mai, nemmeno in una vita da emigranti.

L’Emilia sarta fantasiosa e sapiente, con la casa piena di modelli in carta ritagliati da riviste per professioniste del cucito. Pezzi di carta incomprensibili che solo lei sapeva interpretare e trasformare in camicette, abiti da sera e gonne ricche di fiori da esibire con orgoglio in ogni occasione importante. E chi se ne frega se a qualcuno potevano sembrare demodé.

L’Emilia che mi spiace aver conosciuto troppo tardi e che mi ha fatto pensare di poter essere come lei, un giorno. Capace di godermi la vita e di dire quello che penso con semplicità, anche a costo di litigare. Che potrà anche essere una caratteristica che si conquista con l’età, ma che come il coraggio di quel tale o uno ce l’ha o non se la può dare da solo.

L’Emilia che oggi è tornata fra le colline del suo Monferrato, più belle del solito. Col sole forte di mezzogiorno a scaldare le vigne e troppi alberelli di nocciolo a far da contorno. Avrebbe voluto andarci presto per riprendersi dall’inverno di Torino e governare il suo piccolo impero in espansione. Adesso vi si fermerà per sempre. Non ne sono certo, ma credo che non avrà nulla da obiettare. Al massimo si farà una delle sue risate infantili, con un bicchierino di limoncello fra le dita e una bella fetta di torta da mangiare con gusto, aspettando le amiche.

Vaìa

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Mulino Bianco

Eccolo là che mi aspetta al solito dehor. Lo sguardo furbetto e affusolato come quello di una volpe che punta un canarino. I capelli lunghi il giusto, appena sopra le spalle, mosca sul mento e occhiali da sole tirati su a far da contorno. Lo riconoscerei da un chilometro. Affronta il caldo di settembre con la sua solita maglietta da giovane taglia “s”, il logo d’ordinanza stampato in bella vista sul petto. Giocherella con le dita, tiene il ritmo di una canzone immaginaria che sente solo lui, toccando con i polpastrelli il bordo del posacenere. Una bottiglietta di Ceres mezza piena (oggi mi sono alzato ottimista) è posata a pochi centimetri dal bordo metallico del tavolino. Quando mi siedo gliela sposto un po’ verso il centro. Non si sa mai.
- Allora cazzone, com’è? – gli faccio. Mi piace salutarlo come merita.
- Ciao bestia. Bene! Sereno come un pesce.
- Bella faccia che c’hai. Cos’è hai appena finito di ciulare?
- Beh… – mi risponde, allargando le braccia come chi ha dovuto adempiere a un dovere fastidioso ma necessario.
- O Cristo!… Mi fai morire. Io in ufficio a farmi le balle à la julienne e tu che ci dai dentro. Ma sarà una merda la vita o no?
- Per me mica tanto…
- E chi era la disperata?
- Ma niente, la nuova impiegata della sala prove. Era una settimana che era arrivata e mi sembrava corretto darle il benvenuto.
- E certo…
- Allora. Che prendi, bestia?
- Boh… non ho nemmeno mangiato a pranzo. Aspetta che vado a fare il carico di tartine. Ehi? Scusa? – faccio al ragazzo del bar – Porti una Ceres anche a me?
- Dai, fai il pieno. Ti aspetto.
- Ok. Vado e torno.
Mi riempio il piattino che nemmeno un profugo in fuga dai bombardamenti. Il cameriere mi incrocia con la mia birra in mano e mi osserva un po’ schifato. Faccio finta di nulla e torno da Riccardo. Eccolo là, l’orecchio attaccato al cellulare e lo sguardo annoiato. Sarà di certo una sua fiamma un po’ rompicoglioni. Quando mi siedo sento che ha già attaccato con le frasi standard. Una fiamma molto rompicoglioni, penso.
- Ma no… È che ho avuto da fare. Il lavoro… E poi il pensiero del piccolo in arrivo non mi fa dormire. No… Domani non posso – “ora stacco”, mi fa, “scusami…”
- Tranquillo – gli sussurro, buttando giù il primo sorso di birra gelata.
- No… domani no, te l’ho detto. Magari giovedì della prossima. Devo vedere come sono messo. O una mattina in ufficio da me, quando lo schiavo è fuori… Dai ti richiamo che sto finendo un lavoro, ok? Ma sì che starai meglio… Cazzo, vuoi che non lo sappia io che ti conosco così bene? Dai, bella… Coraggio che ci vediamo presto, ok? – attacca, finalmente. E alza gli occhi al cielo – Eccomi, bestia!
- Ma certo, come no. Insultami pure… Ma pensa te. Io lo aspetto e lui mi insulta. Allora? La tizia della sala prove? – gli chiedo indicando il cellulare con una tartina al tonno.
- No, un’altra… Cosa, lì… Te ne ho parlato…
- Ma chi? Sempre quella? È tornata alla carica? Come si chiama… Franca?
- Quasi… E comunque, che cazzo ti devo dire? Mi chiama, mi scrive… Manda sms… E meno male che sto cellulare lo tengo sepolto in ufficio. Che se ci mette le mani sopra Elena…
- Ti sfonda – sintetizzo, mettendomi in bocca una pizzetta alle acciughe.
- Mi sfonda, bravo. Che già c’ha i suoi pensieri…
- Appunto, novità? – e via con un’oliva ascolana.
- Eh… Siamo al conto alla rovescia. Se i calcoli sono giusti siamo a meno dieci!
- Sticazzi! E poi Riccardino diventa papà… Ma pensa te. Riccardo “trapano senza cuore”… papà!
- Grazie! Bell’amico che sei.
- No… dico… Caro mio, almeno quando diventi padre lo vorrai mettere un po’ di sale in zucca? “Papa-rino biri-chino”… “Cambia svelto, il tuo bambino”… – gli canticchio sulle note di The Wall.
- Finiscila, che mi dai fastidio!
- Oh, scusa. Oh, oh oh… “scusa scusa, papa-rino”… – ricomincio, azzannando un salatino agli asparagi – E come lo chiamate? Vi siete decisi finalmente?
- No. Va a finire che gli daremo due nomi… D’altra parte tale padre, tale figlio…
- Beh, spero che venga su un po’ più morigerato se è per quello.
- Dai Cristo! Lo sai com’è, no? Che fai? Se te la porgono su un piatto d’argento la lasci stare? La butti via? Io a te non ti ci vedo a buttarla via. E non ti vedo nemmeno tanto nel ruolo del padre modello…
Un tizio due tavolini più in là ci osserva tutto concentrato. Dobbiamo essere uno spettacolo decisamente interessante.
- Vabbè, lasciamo stare che ti stai già incazzando. Io lo dico per te, poi fai come ti pare.
- Troppo buono! Dai, che ho suonato tutto il giorno e mi sono spaccato le dita, non vorrei ferirmi a mollarti un ceffone.
- Recepito il messaggio. Ok… Allora? Al telefono mi hai parlato di un nuovo tour. Quando si parte? – Gli chiedo, mentre butto giù un altro bel sorso.
- Se tutto va bene a ottobre. Sempre che quel cretino del bassista, riesce a farsi dare qualche giorno di ferie.
- Andate in giro stavolta?
- Poca roba. Un po’ di Milano… due giorni a Rimini. Però, cazzo, io c’ho una sensazione troppo positiva. Stavolta spacchiamo, cazzo. Spacchiamo di brutto.
- Mmmmm….
- Che vuol dire “mmmmm”?
- No, pensavo. Quant’è che ci conosciamo? Vent’anni?
- Ventuno.
- Ventuno. E quant’è che suoni col gruppo? Una quindicina?
- Tredici! E allora?
- E allora mi avrai detto “stavolta spacchiamo” almeno un migliaio di volte. Per carità, però…
- Ma vaffanculo!
- No, dai! Io ho fiducia, davvero. Magari spaccate sul serio. E che cazzo, ve lo meritate!
- Puoi dirlo che ce lo meritiamo. Fanculo! Tre anni fa abbiamo aperto anche il concerto di Mal… Te lo ricordi Mal, no?
- Mal dei Primitives… Lo so, lo so.
- Tornando sul pezzo… Allora – mi sporgo un po’ in avanti sul tavolino e gli sparo un bell’occhiolino a tradimento – questa qua che vuole ancora da te?
- O cazzo! Ancora?
- Dai! Se ti chiedo del paparino ti incazzi, se ti parlo di musica ti incazzi! Almeno parliamo di figa, così non ti scasso più!
- Minchia se sei molesto! Che vuoi che ti dica? Non può fare a meno di me, si vede – mi dice, mentre sogghigna e butta giù la sua ultima boccata di Ceres.
- Beh… questo è certo. Quant’è già che va avanti? Tre anni? Quattro?
- Cinque – mi fa, aprendo bene le dita della mano sinistra.
- E cazzo! Cinque anni sono da roba seria… Ma tu? Che fai? Le dai ancora corda?
- Diciamo che se la prende, la corda. Non so se mi spiego.
- Perfettamente, marchese…
- Ma niente, ci siamo visti ancora qualche giorno fa. Era depressa e aveva voglia di parlarmi un po’. Poi sari com’è… “Vieni qua”… “Fatti consolare…” e via che si balla.
- Beh… chiaro! Motivo?
- Boh, dice che è di nuovo in crisi col tizio. Lei dice che è per un’altra. Secondo me si è solo rotto il cazzo, pover’uomo. Fra lei e i gagni avrà sclerato.
- Vacci piano, giudice… che fra un po’ magari tocca a te.
- A me non capita. Lo sai che io… Scusa, ma che cazzo guardi?
- Ma niente, c’è uno che ci guarda da un po’… E non ti girare cazzo!
- Boh… vorrà un autografo. Guarda che abbiamo dei fans noi…
- Sì, certo. Comunque, il tizio di questa qua lo conosci o no? – gli chiedo, mentre il nostro pubblico solitario si alza e si dirige alla cassa.
- Ci manca solo quello! Lei ogni tanto me ne ha parlato… Boh… sicuramente è uno che si fida. Ma in fondo chi se ne fotte, no? Se non ero io era un altro. E poi a sta qui basta solo darci sotto ogni tanto. Due paroline dolci per fare il pieno di autostima e via…
- Voglio vederlo se viene a spaccarti la faccia se fai tanto il disinvolto.
- Ehi! Mica si lasciano per colpa mia!
- Io non ti ho detto nulla.
- Seeeeee, ti ho già visto là, con l’occhio da madre superiora… Io non ho niente da rimproverarmi. È sempre stata lei a cercarmi e io sono sempre stato super chiaro: sto con Elena e non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di mollarla.
- Di mollarla, no. Però di riempirla di corna… quello è un altro discorso.
- Ma vaffanculo, te! Che ne sai delle corna? Vuoi dire che non le hai mai fatte a Michela?
- No. Io alla mia famiglia da Mulino Bianco ci tengo sul serio. Mica come te…
- Ehi, bestia! Ci tengo anch’io! Non ci provare nemmeno.
- Di’, quando si dice il caso… Senti un po’ la radio…
L’altoparlante appeso al muro sembra divertirsi a intervenire nella discussione: …curo le foglie… saranno forti…
- Smettila. Manco mi piacciono gli Afterhours…
- Beh… ammetterai che è una bella coincidenza!
…se riesco ad ignorare… che gli alberi son morti…
- Ma andatevene tutti… Non mi fare paragoni del cazzo per cortesia!
- D’accordo… Hai vinto. Via i paragoni. – e per rafforzare il concetto libero il piattino dall’ultima pizzetta.
- Sì, vabbè.
- Oh, se non ti vuoi fidare. Liberissimo… La mia vita non cambia di una virgola.
- Cos’è? Mai capitata l’occasione giusta per fare nuove esperienze?
- No, beh… quello sì. Ma mi sono sempre riuscito a controllare.
- Bravo piciu! Un giorno ti sveglierai con un paio di querce sulla fronte e allora sì che vedrai quanto è bello essere onesti e leali! Fanculo!
- Dai, io devo andare – butto là, finendo la birra. Come sempre gli è bastato meno di mezzora per farmi girare le palle come un mulino a vento.
- Di già?
- Ehi splendido! Al mondo c’è anche gente che c’ha da fare. Michela torna tardi e vorrei darle una mano a cucinare.
- Oh, il mio tenero trottolino amoroso!
- E tu, simpatia? A casa non ci torni? Guarda che sono quasi le otto.
- Sì, lo so… dovrei. Oggi Elena andava a fare compere con la madre… Ora che torno a casa dovrei trovarmi in salotto tutto l’ambaradan del passeggino… Forte!
- Eh! Lo vedo… c’hai la pelle d’oca dall’emozione – e gli piazzo il braccio sotto al naso.
- No, davvero. Mi faccio ancora un giro di birra e vado.
- Contento tu… Dai, offro io – gli dico alzandomi –. Te la ordino mentre esco. Ciao, cazzone! Fammi sapere quando il piccolo decide di mettere la testa fuori. O quando tu la metti a posto, è chiaro.
- Non temere, bestia. Oh, ti mando il link con le date del tour. Fai un salto se riesci. Mi trovi sul palco. Io sono quello figo…
- … “quello figo con le bacchette”… Lo so. Me lo dici… da quanto? Tredici anni?
- Fanculo! – mi risponde, mentre lo saluto con la mano aperta, da dietro le spalle.
A un paio di metri dalla cassa ecco di nuovo il tipo che ci guardava tutto interessato.
- Buongiorno, amico! – gli butto lì mentre me ne vado –. Guarda che per lo show sono cinque euro…
Quello mi scruta attraverso due lenti nere come la notte. La voce neutra e fredda, da impiegato del catasto in straordinario. – Il tuo amico là… - mi fa indicando il dehor – si chiama Riccardo?
- Sì, perché?
- Volevo solo essere sicuro di non sbagliare persona… Grazie – mi risponde uscendo.
Lo seguo con lo sguardo fino al tavolino di Riccardo. Il tizio sembra rivolgergli la parola, anche se non lo vedo nemmeno muovere le labbra. Il cazzone alza la faccia e lo guarda, senza dire una parola, poi sorride e gli fa di sì con la testa. Davanti a lui l’impiegato del catasto, jeans chiari, camicia bianca e giacca grigia, resta immobile per qualche secondo. La sua mano si infila furtiva nella tasca della giacca e ne tira fuori qualcosa di scuro, che sul momento non riesco a mettere a fuoco.
Il colpo arriva proprio in quel momento. Un rumore secco, come una fucilata. Che mi fa saltare il cuore in gola e buttare il portafoglio per terra dallo spavento. La cassiera guarda oltre le mie spalle, con gli occhi sbarrati. Sul ripiano, proprio vicino al registratore di cassa, un tappo di sughero è atterrato fra cioccolatini e scatole di chewingum.
- Nicola, ma vuoi fare attenzione quando apri lo spumante? Quante volte te lo devo dire. Non siamo mica a un gran premio! Vai… tavolo tre, vola! – gli urla il proprietario, spingendolo fuori per le spalle.
Istintivamente mi giro verso il dehor. Riccardo sembra non essersi accorto di nulla. È di nuovo stravaccato sulla seggiolina di acciaio, con la bottiglia in mano. Mister catasto è sparito dalla circolazione. Me lo ritrovo alle spalle, silenzioso come un killer.
- Era proprio lui! Grazie. Non ci crederà ma la loro musica mi piace molto. Mi ricorda troppo…
- Mal dei Primitives? – azzardo.
- Esatto! – mi risponde, prima di andarsene via tutto contento. Con il suo bell’autografo stampato sulla moleskine.
“Cazzo… Un fan. Non ci posso credere”. Penso io, con la cassiera che mi guarda seria e non capisce cosa ci trovi di tanto divertente. La guardo e cerco di darmi un contegno. - Tre Ceres – le faccio, raccogliendo il portafoglio da terra. Ancora non riesco a smettere di ridere.

Vaìa

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Erezioni europee vol. 2

A quanto pare delle quattro qua sotto hanno candidato seriamente solo la terza, quella con il bikini a righe, l’ascella finemente depilata e uno sguardo da gattona catatonica

Le altre tre o le hanno tolte in fretta e in furia o non ci sono mai state e tutti noi siamo leninisti assetati di sangue e manipolatori dell’informazione (sempre meglio che elettori del cavaliere).

Resta una chicca di realpolitik all’amatriciana la presentazione che il supercavaliere ha fatto della candidata letteronza:

  • l’ho conosciuta tramite Letta perchè è fidanzata con il figlio di un prefetto amico di letta: è laureata ed è bellissima

Traduzione: Dovevo un favore a un amico e in più è pure gnocca e con un titolo di studio (con cui oggi fatichi a fare l’interinale per 2 centesimi l’ora se non sei amica di un amico del presidente del consiglio, gnocca e magari pure un po’ … mi fermo qua per evitare querele).

Le altre comunque si consolino. Il bello della democrazia è che si vota spesso. Sono certo che avrete la vostra occasione…

Vaìa

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Erezioni europee

Eleonora Gaggioli

Eleonora Gaggioli - attrice di fiction

Camilla Ferranti

Camilla Ferranti - ex tronista di "Uomini e donne"

Barbara Matera - "Letteronza" e Annunciatrice Rai

Angela Sozio - ex Grande Fratello

Angela Sozio - ex Grande Fratello 2003

Ecco. Queste signorine potrebbero presto rappresentare l’Italia al Parlamento Europeo. E andiamoci piano a chiamarle “belle gnocche”, perché temo che si potrebbero avere anche problemi penali. Nel senso di codice penale.

E prima che qualche comunista si metta a urlare allo scandalo, vorrei citare quello che ha detto a questo proposito il nostro “Cavaliere Presidente tanto amato dalla Gggente”:

  • “Farò la campagna elettorale con a fianco queste cosiddette veline e loro parleranno insieme a me e diranno quali sono i loro titoli di studio e che cosa hanno fatto fino adesso”.

e ancora:

  • Voglio “rinnovare la nostra classe politica con persone che siano colte, preparate e che garantiscano la loro presenza a tutte le votazioni”

Quindi zitti e mosca, leninisti! Bellezza non vuol dire incapacità. E chi lo crede è una Nilde Iotti (lo dico alla maniera della Gialappa’s, in omaggio alla Matera). Io mi sono già adeguato. Adesso vo dal parrucchiere, mi pettino alla Costantino Vitaliano, mi carico di tatuaggi e mando un curriculum a Cicchitto, vediamo se mi prendono.

Ah… dimenticavo.

Signora Lario… invece che fare la povera derelitta costretta a subire le angherie del napolenonico marito… si informi. Dal 1970 in Italia si può divorziare. Prego si accomodi.

Altrimenti la smetta di riemergere dal “ciarpame senza pudore” ogni due anni per far bella figura, che non ci crede più nessuno.

Vaìa

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Libertà di intelligenza

La vignetta incriminata

In Italia non è in atto un attacco alla libertà di stampa. E nemmeno un attacco alla satira. O meglio, non solo.

Nel nostro povero paese è in atto una guerra all’intelligenza. Un’offensiva senza precedenti contro chi si pone di fronte ai fatti con spirito realmente critico. Contro chi cerca di capire. Contro chi non elogia a priori perché c’è un’emergenza, ma anche nell’emergenza cerca la verità.

Contro chi di fronte al terremoto dell’Abruzzo non santifica Bertolaso, ma si chiede come mai viviamo in un paese dove si costruisce il cemento con la sabbia del mare, dove le case crollano a migliaia per un sisma tutto sommato non geologicamente catastrofico, dove si costruisce sulle zone sismiche in modo totalmente inadeguato.

Un paese dall’edilizia mai a norma, dove il governo fino a venti giorni fa pensava di poter rilanciare l’economia liberalizzando il settore edilizio e permettendo di aumentare gli edifici del 20% (le “cubature”) presentando una semplice autocertificazione del responsabile dei lavori: “Va tutto bene, siamo in regola. Tranquilli!”. E via col cemento. Sulle coste. Nei centri storici. Nelle aree sismiche. Roba che se non intervenivano a gamba tesa le regioni c’era solo da fare il conto alla rovescia prima del prossimo terremoto.

Un paese come questo dovrebbe essere grato a Vauro. Non censurarlo. Ma noi siamo l’Italia. Siamo solo capaci di piangere, proprio come i coccodrilli, dopo esserci scavati la fossa da soli.

Vaìa

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60 secondi

Onna, Abruzzo. 6 aprile 2009

Un minuto prima dormi. I tuoi figli accanto. La casa. I tuoi oggetti, le tue cose.

Un minuto dopo non hai più nulla. Forse la vita, se va bene. Più spesso la disperazione, assoluta e piena, per ognuno dei giorni che ti restano.

Il terremoto dell’Abruzzo ha scritto in sessanta secondi mille storie di vita e di morte. Di speranza e di dolore. Mille storie che non riesco nemmeno a leggere sui giornali. Perché parlano della nostra paura più profonda. Della possibilità di perdere tutto senza alcuna possibilità di opporsi.

Del terrore di perdere un figlio, di doverne riconoscere il corpo. Di doverlo abbracciare per l’ultima volta e piangere per sempre.

Non viene nemmeno più la rabbia per le cose che si sarebbero dovute fare e non si sono fatte. Per le case di cemento armato che avrebbero dovuto essere antisismiche e che si sono accartocciate su loro stesse.

Per chi ha risparmiato sui materiali. Per chi non ha investito in sicurezza in zone che tutti sapevano a rischio. Per chi non ha fatto nulla dopo mesi di avvisaglie.

Irpinia. Umbria. San Giuliano. Abruzzo. Tutto si ripete uguale e tutto si dimentica. In questa merda di paese che siamo diventati e che in fondo siamo sempre stati. In questa Italia dalle mille piaghe aperte, che si disinteressa di tutto e maledice il destino. Ma mai se stessa.

Questo paese mai cresciuto. Che campa giorno dopo giorno alla meno peggio. In attesa della prossima scossa e di una nuova fila di bare. Allineata su un prato, in un giorno qualsiasi della nostra vita.

Vaìa

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