Ogni uomo ha un grido di battaglia. Nicola Stragaglia, detto Lino, parrucchiere di professione, non faceva eccezione. Te lo lanciava alla fine del lavoro, mentre ti svolazzava intorno con il suo metro e sessanta di statura, agitando uno specchio col retro di plastica bianca e mostrandoti la perfetta sfumatura della tua nuca. “Ec-co!” Il si-gnò-re è ser-vì-tooo!”, ti sillabava deciso con quel suo strano accento da pugliese trapiantato, pieno di vocali aperte come il mare delle Tremiti, prima di nascondere il vetro dietro la schiena con un gesto da prestigiatore.
Nicola ha sempre avuto un’età indefinita. Chi avesse voluto lanciarsi in una stima anagrafica non avrebbe trovato elementi sicuri su cui basarsi. I pochi capelli (un vero affronto per chi faceva il suo mestiere) erano bianchi, ma conservavano decise tracce del loro nero originario. Erano pettinati con uno sfrontato riporto e grazie a una formula matematica nota solo a lui coprivano in modo perfetto ed equilibrato tutta l’ampiezza del suo cranio.
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Nicola Stragaglia, detto Lino, parrucchiere di professione
Il volo
Mi chiamo Manuel Righi, ho ventitré anni e ho imparato a volare. Sembra incredibile, lo so, ma è accaduto. Quando ripenso a come è iniziato tutto quanto mi sembra di finire sempre nello stesso stanco sogno. Di quelli che ti angosciano, perché si ripetono sempre uguali e alla fine non riesci a capire dove finiscano e dove inizi il risveglio. Tutta colpa delle percosse che mi hanno scaricato addosso, probabilmente. Mi hanno fatto perdere coscienza tante di quelle volte, per poi risvegliarmi con una secchiata di acqua gelida, che a un certo punto ho dimenticato anche chi ero e dove mi trovavo. Soprattutto ho smesso di chiedermi che cosa avevo fatto per meritarmi quel trattamento.
Dieci
10, come il numero dei poeti del pallone.
10 come i comandamenti, per chi ci crede.
Come i piccoli indiani fatti fuori uno dopo l’altro.
10 come i sogni che non ho realizzato
e i chilometri di roccia su cui mi sono arrampicato,
fino a scorticarmi le mani e spaccarmi le unghie.
Dicono ci sia la discesa, subito dopo.
A me piace immaginarne l’odore,
è quello di un campo pieno di fiori,
di 10 specie diverse e colorate.
10 volte ho ripetuto gli stessi gesti,
stretto gli stessi denti
e masticato lo stesso amaro in bocca.
Serrato gli stessi pugni, ormai logori,
e socchiuso gli stessi occhi, aspettando la fine del giorno.
Dicono ci sia la discesa, subito dopo.
Cos’altro posso fare, se non fidarmi?
Ottimista per forza e per ragione.
Trapezista senza rete.
Eseguo il mio numero senza pensare che sono proprio io
quello che danza nel vuoto, da una sbarra all’altra.
Solo l’incoscienza aiuta a salvarsi
e l’ignoranza del pericolo.
Mentre volteggio a un pugno di metri dal suolo.
10, per l’esattezza.
Vaìa
Il sogno di Giovanni
A mio nonno.
Appena l’infermiera fu uscita dalla stanza, Giovanni si tirò un po’ su con le braccia, assestando sui gomiti il suo corpo di novantenne. Poi si guardò intorno con quei suoi acquosi occhi azzurri e tornò alla carica.
- Allora signori miei, chi ci sta lo deve dire adesso. Per quel che mi riguarda non ho intenzione di rimanere qua dentro un minuto di più. Questa sera io me ne vado. Chi viene con me?
Intorno a lui tre paia d’occhi lo fissavano sgranati. Il primo a rispondergli fu Niccolò, classe 1931, ex bidello ricoverato a Villa Gisella da due mesi per i postumi di un brutto intervento all’addome.
- Dio santo Giovanni, ma che fai? Ricominci a delirare? Non lo vedi che non sei buono neanche a rizzarti sul letto? E parli di scappare dall’ospedale! Dammi retta. In questo ospedale tu ci resti, altro che! E poi non si può mica andarsene così! Ci vuole un permesso del medico. Vistato dalla caposala, oltretutto. Ma non lo sai?
Una storia di Natale
Ti ho riconosciuto subito. Inutile nascondersi dietro quel costume da Babbo Natale tutto sporco e sdrucito, con quella barba grigio fumo e quel vistoso paio di L.A. Trainer blu ai piedi. Ti ho riconosciuto eccome. Fa un freddo porco oggi. Mancano pochi giorni alle feste e sono solo le otto di mattina. Il mercato è nel pieno delle attività. I banchi sono montati e i vicoli di Porta Palazzo sono già pieni di persone che brulicano come formiche impazzite alla ricerca di cibo. Quelli che vanno per la maggiore, a quest’ora, sono i pensionati. Una marea umana fatta con lo stampino, cappotto verde militare e cappello gli uomini, paltò nero e sciarpa cucita a mano le donne. Tutti soli, tutti senza una lira. Pronti a combattere corpo a corpo per un chilo di arance in offerta e bene attenti a buttare un occhio alla frutta gettata per terra e non ancora completamente marcia, che non si sa mai. Ci sono anche parecchi bambini diretti a scuola, con o senza madre, ma quelli non si fermano mai, scelgono solo la strada più breve per attraversare la piazza.
Se telefonando
Due uomini al bancone di un bar. Facce stanche, sguardi persi nel vuoto. Le giacche sono appoggiate sullo schienale delle sedie. Davanti a loro due bicchieri di birra che sorseggiano distrattamente. Uno si passa ripetutamente la mano sul volto. L’altro lo guarda un paio di volte, poi gli rivolge la parola.
- Problemi?
- Come?
- Dico, problemi?
- Perché?
- Ehi amico, non hai proprio la faccia di chi se la passa bene. Voglio dire…
- Si vede così tanto?
- Eh!
- No, è che stavo pensando a un mio amico.
- Cos’è, l’ha lasciato la fidanzata?
- No, per carità. E’ felicemente sposato.
- Allora ha perso il lavoro.?
- Macché… No, l’ha tamponato un tir, sulla tangenziale. Otto mesi fa giusti.
- Oddio! Mi scusi, che gaffe.
- Vabbè, no… non importa
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Ventunomilanovantasette
Mi fanno male le gambe. E mi fa male la schiena. C’è come una piccola lama sottile che mi penetra a ritmo costante proprio sopra l’ultima vertebra lombare. Muovo le gambe, metto un piede davanti all’altro e lei… Zac! Zic! Zac! Un passo, una coltellata. Ma leggera, niente che mi impedisca davvero di correre. Per ora, perché domani quando cercherò di stare seduto per più di dieci minuti – o che so, di guidare – allora capirò davvero cosa sono il dolore e l’immobilità forzata. Come se non lo sapessi già.
Che poi non sarebbe neanche questo il male peggiore, tra un chilometro sarà tutto finito. Niente di che, se non fosse per la tua voce. La tua voce calda e sensuale. La voce di una donna dolce e vogliosa, con due labbra disegnate solo per me e un timbro roco il giusto, che mi implora di fermarti con lo stesso tono con cui sospirerebbe il mio nome, risalendo lenta lungo tutto il mio corpo, un centimetro dopo l’altro. Esalando sussurri che non ho nessuna voglia di decifrare. Non ora, almeno. “Fermati”, mi dice. “Riposati, io sono qua per te. Non hai bisogno di altro”. Riesci a immaginare la gioia di rallentare e di fermarti davanti a un albero, a una fontanella o anche solo a un lampione qualsiasi? Di piegarti e appoggiare le mani sulle ginocchia, per rifiatare e fare la conta delle ossa e dei muscoli sopravvissuti?
Il gabbiano (ipotetico)
Gli era accaduto mille altre volte di seguire senza opporre resistenza il filo tenue di un ricordo, fino a perdere completamente la cognizione del tempo e dello spazio. Completamente imbambolato. Adesso era lì in bagno e se non fosse stato per il fatto di vedersi all’improvviso allo specchio con la schiuma da barba in viso, la lametta in mano e l’acqua calda che scrosciava nel lavandino di sicuro ci avrebbe messo un po’ per ritornare in sé e ricordarsi cosa stesse facendo.
Era uno dei motivi per cui seminava sempre tutto per casa, le chiavi, gli occhiali, il telefonino. Pensava ad altro e si muoveva come un automa, lasciando le cose in giro. Bastava un odore, un rumore, una sensazione di gioia o di fastidio per far iniziare a viaggiare la sua mente. Una volta stava rimettendo a posto i documenti della sua vita burocratica: fatture, bollette, ricevute. Il profumo dolciastro di una busta di plastica lo fece letteralmente volare via per ritrovarsi bambino.


















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