Archive for Racconti

Illusione

Mi parla, mi parla, mi parla.
Dice parole strane. Pone problemi, rifiuta soluzioni. Addormenta i miei neuroni col solo suono della voce.
“Io so’ io e voi nun siete un cazzo” – mi dice anche senza aprire bocca.
Se chiudo gli occhi penso di afferrare i suoi capelli. Sbatterne il viso contro il tavolo. Ficcare il suo corpo mezzo svenuto in una vasca da bagno. Di quelle antiche, coi piedi a zampa d’animale.
Poi prendere un barilotto di acido e versarglielo addosso. Come in Nikita, quando arriva quello che fa le pulizie e si incazza perché i cadaveri si muovono ancora, mentre cerca di scioglierli.
Se chiudo gli occhi mi gusto ogni suo più piccolo movimento. Ogni spasmo, fino all’ultimo tendersi di tendini bruciati.
E sorrido.

Vaìa 

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I rischi del mestiere

Ciao Roberto! Sono Mirko, della Mountain Power! Allora, qua stiamo iniziando e mi chiedevo se riuscivi a mandare qualcuno. Sai quella conferenza per il lancio del tavolo di lavoro per la supervisione dell’accordo quadro sull’eradicamento dei castori montani? Ecco… Io… Ah! Sì, capisco… Ma guarda che si tratta di una cosa seria. Non hai idea di quanti danni producano i cas… Ah, lo sai… Hai una casa in montagna. Beh, allora! Ti aspetto, che dici? Fra mezz’ora nella nostra sede? Benissimo, dovremmo ancora essere in piena presentazione. Grazie Roberto, ci conto eh? Che poi ci prendiamo un caffè insieme e ti racconto un po’ di novità. Grazie, Roberto. Anche tu! Ciao! Ciao carissimo.

(E VAFFANCULO! Tanto lo so che non mandi nessuno, stronzo! E stronzo anche chi mi obbliga a fare ‘ste conferenze stampa su cose che non interessano manco a Piero Angela, figuriamoci ai giornalisti. I castori! Questa settimana c’è pure il festival del cinema con tutte le star italiane e straniere in giro per la città e io devo promuovere la lotta ai castori. Ma pensa te, che poi son anche animali intelligenti, fanno le dighe e tutto il resto, ma a un giornalista di città che cazzo gliene frega della diga del castoro quando può andarsene a mangiare tartine davanti alle dighe della Bellucci. Dico io, ma chi vuoi che…)

- Mirko?
- Sì presidente, mi dica.
- Mirko, come siamo messi? Io e Lombardetti vorremmo iniziare. Ma mi pare che la sala sia un po’ vuota.
- No, beh, ecco… Vuota, no. Ci sono, aspetti, due, tre, quattr…
- Lo vedo che ci son cinque persone, Mirko. Ma quanti giornalisti?
- Ah, beh, ma i giornalisti arrivano di sicuro. Roberto Bellandi mi ha detto che ora arrivano. E Firicano dovrebbe passare di ritorno in redazione.
- Le televisioni?
- Ah, beh, Rai e Mediaset è difficile… Forse la Tv on line della Circoscrizione…
- Un po’ poco…
- Si, ma siamo anche in diretta sul nostro sito aziendale!
- Non va bene Mirko. Non va bene.
- Ma guardi che poi mi attivo, di domani gli articoli escono. Mando il comunicato, faccio pressione, chiamo… Di sicuro usciamo…
- Non me ne frega niente, Mirko! Io li voglio qua! QUA! Sai quanti giornalisti c’aveva la Mission Health la settimana scorsa per la nuova tac dell’ospedale? Tutti, Mirko. TUTTI!

(Bella roba, imbecille che non sei altro. Hanno inaugurato i nuovi macchinari del primo poliambulatorio del paese e ti stupisci! Dammi un poliambulatorio al posto di ‘ste merde di castori e poi ne riparliamo. Dammi anche solo un fottuto studio da veterinario al posto di questi insulsi topi natanti e poi vediamo… ).

- Lo so, presidente, lo so.
- Devo pensare che il loro addetto stampa sia più bravo di te, Mirko? Che abbia più contatti di te?
- No, presidente. Però anche lei… voglio dire, il tema di oggi è un po’ ostico.
- OSTICO UNA BEATA MAZZA! Per i nostri clienti questi son problemi veri! Altro che tac. Se non ci fossero i nostri castori a far venire il sangue marcio ai montanari vedi te l’ospedalone da prima pagina come andrebbe in malora senza pazienti! Chiuderebbe in due mesi, Mirko. DUE MESI!
- Sì, però…
- Facciamo partire sto progetto, Mirko. Alla grande! Facciamoglielo vedere noi alla Mission Health e a tutta la sua banda di cardiopatici! Forza! Ma lo vuoi rinnovare o no sto contrattino? FORZA!!!
- (FANCULO! FANCULO! FANCULO!)

Bene. Grazie a tutti i presenti e benvenuti alla conferenza stampa di presentazione del tavolo di lavoro per la supervisione dell’accordo quadro sull’eradicamento dei castori montani. Oggi per la nostra azienda è un giorno speciale…

- Luca? Luca ciao sono Mirko Carli. Senti per la nostra conferenza stampa sui castori… Ah, capisco. Certo, l’intervista con Gassman… Ok, ti mando tutto dopo, certo… Ma… Pronto? Luca?

…e sono lieto per questo di avere vicino a me Ugo Lombardetti, amministratore delegato della maggiore azienda italiana produttrice di trappole robotizzate per castori, che ci fornirà strumenti all’avanguardia…

- Matteo? Sono Mirko, ciao! Mirko! Come chi? Mirko Carli, della Mountain Power. CARLI! Eh! Bene e tu? Senti sono qua con i castori… No, cioè, per la conferenza sull’eradicamento dei castori che il presidente Ferretti… No, Luca… Non Tarli, Carli! Ok, ok sei di fretta… Magari ti mando tutto via post… (CREPA!)

…ora vi chiederete: può un castoro davvero essere tanto dannoso per la nostra società? La risposta, cari amici, è purtroppo drammaticamente positiva…

- Signorina? Pronto? Senta ma il servizio sui castori è in scaletta? Pront… Signorina? L’avete messo in scaletta di passare qua da noi per la conferenza stampa? No? Beh, ma guardi cosa si può fare! Capisco, ma vorrei davvero evidenziare l’importanza della cosa… Presentiamo anche il nuovo macchinario per… Pronto? Pronto? (MALEDETTA!)

…e quindici feriti per i crolli improvvisi delle dighe erette da questi simpatici animaletti nel solo 2006…

(TI PREGO, TI PREGO, TI PREGO, RISPONDI!) Pronto? Ehi Riccardo! Ti sto aspettando qua con i castori! No, scherzo, sai per la conferenza stampa sull’accordo… Eh! Infatti, bravo! Quella per l’eradicamento dei castori montani… Esatto! Allora, stai arrivando? Ti ho prenotato anche un posto auto… Cosa? Come sarebbe qual è la notizia? La lotta ai castori è la notizia! Beh… non proprio da subito… Adesso verrà lanciato un importante tavolo di lavoro congiunto per la definizione dei requisiti di base, poi in primavera… La prossima e quale sennò? Sì lo so che siamo a giugno, ma…Beh son cose che van studiate bene… OK, sì. Certo, capisco… Ti richiamo a marzo… Hai ragion… beh, se ti dico che hai ragione… Pronto? Riccardo?

Lascio adesso la parola all’ing. Lombardetti. Cosa ci racconta ingegnere?

(Che faccio? Dio Dio Dio! Che faccio adesso qua non viene un cazzo di nessuno. Fra due mesi cambia il consiglio di amministrazione e non mi rinnovano il contratto nemmeno a piangere. Devo trovare qualcosa. Devo inventarmi qualcosa… Pensa, pensa, pensa! PENSAAAAAAAAA!)

…15 milioni di fatturato soltanto sul mercato del nord-est alpino…

(Ora telefono e dico che ci hanno sequestrati tutti. Una banda di albanesi è entrata e ci ha sequestrato tutti. “Boni taliani che noi spara!” e via tutti faccia a terra. Solo io riesco a chiamare i media di nascosto sotto un tavolo, prima che mi vedano… Poi arrivano e dico che sono appena scappati… No! Non reggerà mai! Non una goccia di sangue, tutti tranquilli… non reggerà mai!)

…la trappola robot, un nostro brevetto esclusivo, decapita sul posto l’animale che viene catturato, in modo totalmente indolore e con il massimo rispetto per l’ambiente…

(Dico a Ferretti di simulare un malore… Anzi, mi avvicino e senza dare troppo nell’occhio lo colpisco con una gomitata sulla tempia. Ho letto da qualche parte che fa perdere così conoscenza che prima che riemergi son passate tre ore. Poi chiamo tutti e dico che ha avuto un ictus sul posto di lavoro. Un martire del lavoro! Tanto poi quando gli racconto tutto è d’accordo con me. Fosse la peggiore che abbiamo fatto! Ma no, ma no! E se non sviene? Capace che ancora si rivolta e mi spacca la faccia davanti a tutti… tutti e cinque, cioè)

… per questo io dico grazie al presidente Ferretti, grazie! È un piacere e un onore poter contribuire con il nostro ultimo modello a rendere il nostro territorio più sicuro.

(Che faccio? Me la darei io una gomitata in faccia se solo c’arrivassi. Cazzo una sala vuota in una conferenza stampa è un incubo che diventa realtà! È l’inferno in terra! È la morte della professione. A DUE MESI DAL NUOVO CDA, CAZZO!)

… bene grazie ingegnere. E ora… ci sono domande?

- …
- …
- …
- …
- …

…magari qualcuno in sala…

- (dito nel naso)
- (sbadiglio)
- (cambio chiappa d’appoggio)
- (rutto dissimulato)
- (sguardo circospetto)

- Bene! Allora permettetemi di ringraziare davanti a tutti voi il mio prezioso collaboratore, il dottor Mirko Carli. Un maestro nell’organizzazione di questo tipo di eventi…Cosa farei senza di te, eh Mirko?
- Grazie, presidente… troppo buono.

(Guardalo, il bastardo. Guardalo come mi fissa sopra quel suo sguardo da cernia. Lo so cosa vuoi dire, caro il mio infamone. Lo so… Che mi posso scordare il rinnovo, vero? Te lo faccio vedere io, il rinnovo.)

- E adesso passiamo alle note liete. Mirko, se vuoi passarmi le forbici… io e il presidente taglieremo insieme il nastro che inaugura la prima trappola automatica per castori montani… UN BELL’APPLAUSO! Grazie Mirko, vedo che… sbruff argh ohhhh…
- FIGLIO DI PUTTANA! Eccotele le forbici. Tutte in gola…
- A… iut… ooo…
- Bravo, scappa signor ingegnere… che ce n’è pure per te. Tanto lo sanno tutti che ci hai rifilato almeno cinquanta cocuzze in nero per vincere l’appalto… È la nostra tariffa standard! E voi cinque? Andate già via? Cos’è, adesso ce l’avete il fiato per chiedere aiuto? Di domande nemmeno mezza, ma a urlare isterici tutti bravi! Guardate che il bello inizia adesso!

(Dove diavolo ho messo il telefono?)

- Pronto?
- Pronto Roberto? Sono Mirko Carli…
- Mirko, scusa ma ti ho detto che per oggi non…
- Lo so. Ma vedi… Ho appena sgozzato il presidente Ferretti.
- Cosa?
- È proprio qua che soffoca nel suo sangue lo vuoi sentire?
- (sgroff… aiut…)
- Ma che cosa… SANDRI! CORRI CHE C’E’ UN CASINO!
- Ah, bene. Mandi Sandri… Ottimo! Dai che ti aspetto. Spero che riesca ad aspettarti anche il nostro presidente.
- MA COSA ME NE FREGA DI GEORGE CLOONEY! CORRI, SANDRI! CORRI!
- Mir… ahhh… ko…
- Scusi presidente, non capisco… Aspetti un secondo… Non voleva i giornalisti? Adesso arrivano, un attimo di pazienza… Mi faccia fare ancora qualche telefonata. Pronto, Luca? Ciao, scusa… Sono di nuovo Mirko, qua c’è una novità…

Vaìa

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duemilaotto

Gomma stacca e va qualche giorno in ferie.

Visto che quando tornerà sarà passato un anno intero, a tutti lascia fin da ora l’augurio di realizzare almeno qualcuno dei propri desideri.

Perché non tutti?

Beh, la perfezione non è di questo mondo, salvo rarissime eccezioni. Iniziamo un po’ per volta.

Vaìa

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800.072424

E adesso torniamo al caso clamoroso della scomparsa di Franco Ferrazzi, di Casale Monferrato. Molti di voi ci hanno scritto per sapere se c’erano novità. Purtroppo non si registrano passi avanti nelle indagini, anche se gli inquirenti non disperano di poter arrivare a una conclusione positiva…

Eccolo che alza la testa. E guarda, gli occhi spenti del bovino che rumina. Poi il lampo. Ecco il pensiero che si fa strada. Inizia sempre così. Sempre.

…ricordiamo a tutti voi che Franco, 39 anni, è scomparso la sera di lunedì 23 marzo di due anni fa, mentre stava andando a fare la spesa al supermercato sotto casa. Indossava un paio di pantaloni di fustagno marroni e un giaccone…

- Hei, mi sa che parlano di te.
- Come no!
- Minchia! Ma se sei uguale! Se non sapevo che ti chiamavi Giorgio pensavo proprio a te. No?
- No cosa?
- Ti chiami Giorgio, no?
- Infatti.
- E volevo dire. Minchia ma è proprio uguale a te!
- Io sono più magro.
- Beh, cazzo! Due anni son lunghi… E poi quando vieni a mangiare qua al bar non è che butti giù un granchè. Sposti solo il cibo nel piatto.
- Non ho fame.
- Minchia, ma come fai a non aver fame che ti spacchi il culo tutto il giorno sulle impalcature lo sai solo te.
- Non ho fame e basta.

… ma chi era davvero Franco Ferrazzi? I suoi amici lo ricordano come una persona normalissima, tutto casa e lavoro. Una fidanzata fissa, un posto in prima fila in chiesa ogni domenica e un incarico di responsabilità nella direzione della fabbrica di famiglia…

- E il pizzetto quando l’hai tagliato? Stavi bene…
- Mai portato.
- Sì, certo… Ma in foto là in tivvù ce lo avevi e come. Bello folto. Minchia che barbone!
- Ti dico che non l’ho mai portato.
- Ok, Ok…. Cazzo, ma qua parlano di una ricompensa a chi chiama e lo fa trovare.
- Dici?
- Cinquantamila euro! Ma sei un cazzo di vip! Cinquantamila euro, ma pensa te!
- È inutile che ti scaldi. Non sono io. Finiscila, Toni.
- Sarà…

… sentiamo adesso l’appello dei familiari del giovane. La madre Maria lo ha rivolto al figlio dalle nostre telecamere, che l’hanno raggiunta nella loro villa. Eccola, abbracciata al figlio minore, mentre cerca di convincere Franco a tornare indietro…

- Prima che dica qualsiasi cosa, Toni, io sono figlio unico.
- Certo… Minchia ma tuo fratello è uguale a te!

… Franco, hai capito? Noi ti vogliamo bene, torna! Siamo qua che ti aspettiamo a braccia aperte. Non importa cosa hai fatto in tutto questo tempo…

- Forte tua madre!
- Non è mia madre. I miei sono morti.
- Comunque a me non la racconti. Cazzo se non me la conti giusta. Si vede che tu qua sei diverso…
- Da te di sicuro.
- Sì scherza, avessi una mamma che mi paga a peso d’oro scherzerei di più anch’io.
- Ti ho detto che mia madre è morta.
- Ok, Ok. Come vuoi tu. Io ho bevuto troppo! Aspetta va che vado a pisciare, ancora che casco dal ponteggio.

…vi ripetiamo, chiunque avesse informazioni ci chiami al numero che vedete in sovrimpressione… ottocento zero sette ventiquattro ventiquattro. Il nostro centralino è sempre a vostra disposizione…

Eccolo che si ferma alla cassa. Prende un foglietto e una penna e scrive goffamente con quelle dita enormi, senza farsi vedere. O almeno ci prova, povero stronzo. Ti ho detto che non sono io. Ma tanto non lo capisci. Non vuoi capire un cazzo. Cinquantamila euro sono più di quanto tu abbia mai sperato di avere. Tutti soldi facili, una giocata da padre di famiglia. Ti basta solo una telefonata. Povero stronzo, davvero. Non sapresti nemmeno descrivermi tu a mia madre.

- Minchia che pisciata! Uè, Giorgio, non finiva più. Dai che si torna indietro! Giorgio? Ehi, ma dove sei finito? Ma che sei già andato da solo? E che non si aspettano gli amici? Giorgio? Giorgio! Ma dove cazzo sei finito?

Vaìa

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Ah, la comunicazione…

… quando è fatta male, anche senza volere, è peggio di un calcio nelle balle.

Prendete la busta che mi è arrivata a casa. Il mensile fashion-patinato GQ mi propone l’abbonamento per l’anno nuovo (tengo a precisare che non sono abbonato…).

Sul retro della busta l’immagine della famosa copertina con Valentino Rossi direttore per un giorno (vedi sopra) e una scritta inequivocabile:

“In più per te da GQ una fantastica opportunità di risparmio”.

Uè, gente, io son lavoratore dipendente. Vivo a Torino (mica a Paperopoli) e le tasse le pago tutte e subito.

Vedete di non mettermi nei casini, ok? Io di proposte così da voi non le voglio. Che poi se ci becca Visco…. son tutti fattacci nostri! Ma pensa te!
Vaìa

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Il rudere

Ogni uomo ha la sua colpa nascosta. Ogni uomo ha il segreto che non confesserebbe mai, nemmeno sotto tortura. Il momento in cui è caduto, in cui si è mostrato piccolo, meschino, codardo. Ogni uomo ha la sua vergogna. La mia ha un nome esotico e stravagante. Si chiama William. William Noce Enrietta.

Ogni tanto provo a cercare il suo nome, fra le pieghe di Internet. Lo googlizzo con e senza virgolette. Ma che mi senta fortunato o meno, non trovo mai nulla. D’altra parte William è sempre stato così. Nascosto negli interstizi della sciagurata classe delle medie che ci era toccato in sorte di condividere, ricettacolo di prossimi ospiti delle patrie galere e di imberbi ras del quartiere. Mafiosetti di nemmeno dodici anni pronti a minacciarti per una pizza bianca di cui omaggiarli con la massima devozione. William era la loro pecora nera, quello contro cui viene naturale accanirsi. Era strano, disgustosamente educato. Non imprecava mai, non si vantava, non prendeva in giro i compagni per farsi forte e non annuiva servile quando lo facevano gli altri, quelli che contavano davvero. William era come il bicchiere di acqua fresca disciolto in ettolitri di liquame: incomprensibile e intangibile.

William era alto. Portava una capelli perennemente a caschetto, occhiali da vista con lenti troppo spesse su una montatura marrone fuori moda già negli anni Settanta e un folto corredo di brufoli gentili sulle guance e sulla fronte. Era un ragazzino come pochi altri, con un modo di fare riservato, che sembrava tendere spietatamente all’autismo. E strane inquietudini da adolescente che ti lasciavano senza parole. Come quando annunciò a mia madre che il nostro Orazio – un bastardissimo di nessun pregio, che il dio dei canidi lo abbia in gloria – aveva due palle “grosse come uova”. Odino! Un incrocio fra un qualcosa di peloso e le rotaie del tram, tutto fuorché un alano del sesso superdotato. Quel commento lasciò interdetto perfino lui, che nel dubbio corse a nascondersi sotto il tavolo, per non correre rischi.

Il William dalle infinite partite al commodore in una stanza da qualche parte vicino allo spazio vuoto del futuro Stadio delle Alpi. Immerso con me davanti alla battaglia di Trafalgar, inglesi contro francesi e strategie elementari di chi usa i cannoni solo per sparare per primo e vaffanculo a tutte le logiche marinare. Chi affondava l’altro era il più “figo” dei sette mari, a parte il fatto non secondario che nessuno era più distante da quel concetto di noi due, chiusi a spararci addosso un grumo di pixell, con golf ricamati e jeans sottomarca che neanche il più disperato dei paninari si sarebbe sognato mai di indossare.

Con quel nome da finto nobile decaduto, William si spacciava di aver avuto antenati sudditi della corona. Ce lo sbatteva in faccia talmente tanto (era il suo personale “chi gioca in prima base?”) che uno degli ultimi giorni prima degli esami la professoressa di inglese decise di torturarlo davanti a tutti, con la malvagità degli ignoranti di potere. Proprio lei, che pronunciava l’inglese con un fiero e insopprimibile accento di Marsala – periferia sud, di Marsala – lo sbattè alla lavagna a elencare le parole che conosceva, cavandogliele dai denti una dopo l’altra.
“Flàuer”
“Bravo, William! E poi?”
“Ehm… Cat”
“Uuuuuhhhh incredibile! Cat! E poi?
“Bòll”
“Dai William, non eri inglese? Vai avanti…”
“Friènd…”
“Minchia, pure friend! Bravo! E poi? E poi? E poi?”
Con tutta la classe che rideva e additava il punto debole del branco per la gloria di quella donnetta da quattro soldi, pronta a prendersi la sua rivincita con la vita su un ragazzino di tredici anni. Tutti si cambiavano gomitate e battute. Me compreso, che forse avevo già deciso di tradirlo e stavo prendendo appunti su come farlo nel modo peggiore. Dopo una lezione simile non era affatto facile. Ma meno di un anno dopo ci riuscii.

Mi bastò scorgere il suo caschetto dal vetro del parrucchiere dove mi ero lanciato a tagliarmi il pelo, nella speranza di riuscire a sfiorare furtivo l’enorme seno della pettinatrice che mi danzava intorno. Lui entrò, con la sua goffaggine ancora stampata a fuoco sulla fronte. Che ci facesse da quelle parti era un mistero di cui non pareva interessarsi. Si sedette, o meglio, si lasciò cadere sulla poltroncina marrone delle attese, alzò gli occhi per buttare una flebile luce intorno e d’un tratto si illuminò tutto, perché mi aveva riconosciuto.

Sorpreso, incrociai il suo sguardo e gli feci quasi un cenno di saluto. Per poco non gli chiesi che fine avesse fatto, in che scuola fosse… Ero perfino lì lì per informarmi su come stesse sua madre e sulle nuove strategie di battaglia dell’ammiraglio Nelson. L’avrei fatto rientrare nella mia vita, se una voce non mi avesse urlato di lasciar perdere, di evitare discorsi imbarazzanti sulle attuali dimensioni delle palle di Orazio o sui nostri pomeriggi da sfigati che si bombardano le fregate al computer. Su quello che mi poteva rendere simile a lui, il mio personale rudere del passato. Così l’ho ignorato. Ho semplicemente distolto lo sguardo e iniziato a parlare con la parrucchiera, assaporando con la testa ogni furtivo scorrere del suo seno stupefacente sui miei capelli.

Ora lo voglio dire: non crediate che sia stato facile. Sentito tutta la gravità del mio comportamento e me ne vergognavo completamente. Capivo in qualche modo di stare entrando ufficialmente nel mondo dei “grandi figli di puttana”, ma non potevo farci nulla. Stavo diventando anche io uno di loro. Sarei stato capace di non salutare un amico, solo per capriccio. Avrei venduto parenti a amici per un vantaggio personale immediato e tangibile. Avrei fatto tutto questo. O forse no. Io non ero così, non lo ero mai stato. Neanche oggi lo sono. William fu la mia eccezione. La mia prima occasione di mostrarmi forte con i deboli, quando la mia debolezza con i forti era già un dato di fatto completo e incontrovertibile. Feci quello che dovevo fare, pronto a pagarne le conseguenze.

Ma passati i primi minuti, quelli che ci mise a capire che non l’avrei salutato mai, tutto è andato come doveva andare. Abituato a mimetizzarsi sulle pareti come un camaleonte per sopravvivere, William non era tipo da creare problemi. Non disse nulla. Guardò fisso davanti a sé agitandosi appena sulla poltroncina, come a cercare la posizione migliore, e rimase così. Fino a quando non mi alzai a pagare e uscii, per non rivederlo mai più.

Non so se sono stato solo uno dei tanti a ferirlo o se ho una mia personale posizione di vantaggio nella top ten dei figli di puttana della sua vita. Ma personalmente preferirei sapere che William mi ha odiato per ognuno dei giorni che sono passati da allora. Secondo la mia scala di valori dovrei aver superato di slancio perfino la marsalese “daughter of a bitch” che lo aveva annientato sulla pubblica piazza. Se così non fosse approfitto di queste poche righe per chiederglielo ufficialmente: quando farai la tua personale classifica di chi ti ha rovinato la vita mettimi in testa, davvero. Ci tengo, William.

Non è che voglio darmi arie. Non penso di essere stato “talmente importante nella tua vita da condizionarti l’esistenza ancora oggi con un mio comportamento negativo… eccetera eccetera”. È che io so di averti offeso. Cazzo, se lo avessero fatto a me avrei passato le giornate a chiedermi perché diavolo qualcuno avesse potuto essere tanto cattivo! Cattivo. Proprio come dicono i bimbi quando si arrabbiano perché gli oggetti non gli obbediscono. Non sarà un’attenuante, ma sapessi quante volte ci ho ripensato in tutto questo tempo. Mi capita di rivedere la scena e mi vergogno per quel ragazzino spocchioso e infoiato, che se fosse mio figlio trascinerei per un orecchio via dalle tette di quella fornicatrice col rasoio per sbattertetelo davanti a chiedere scusa.

Quando sono in coda da qualche parte, parrucchiere o non, guardo sempre la gente che mi circonda. Soprattutto dai vetri che mi trovo davanti nei negozi, nei grandi magazzini, negli ospedali. Spero di incrociare un paio di occhi dietro lenti spesse due dita che mi riconoscono senza alcun margine di errore (“William, guarda sono io!”). Fissandomi per un istante, giusto il tempo di prendere una decisione. Prima di spalancarsi e di lasciarsi seguire da un sorriso aperto e sincero. “Marco! Dio mio, quanto tempo… Come stai?”. Perché tu non mi lasceresti indietro, William, ne sono certo. E sarebbe la punizione più giusta e meritata.

Vaìa

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Come davanti a una tazzina

Se chiudo gli occhi ti vedo ancora. Abbandonata mollemente sulla poltrona – come direbbe uno scrittore dalla scarsa fantasia –, il collo bianco lasciato scoperto dalla maglia più di quanto avresti voluto. Con la testa reclinata che guardi un po’ di sbieco e non si capisce se ascolti la musica della festa o pensi o fai soltanto finta di avere qualcosa di interessante da osservare per non osservare me. Che sto un po’ in disparte, appoggiato al muro, con le mani in mano e il bicchiere di un miscuglio che non conosco dimenticato sul tavolino.

- Un caffè, lungo – faccio all’uomo del banco. Che ha la faccia di chi farebbe di tutto pur di non essere là, alle otto meno un quarto di mattina, a saltellare freneticamente fra cornetti caldi senza marmellata e la teglia dei saccottini al cioccolato da tirar fuori all’istante, sennò bruciano. Magari non ha nemmeno dormito, proprio come me, troppo occupato nel far da parete alle stanze.

- Scusi, ma croissant integrali al miele non ne avete? – gli chiedo, beccandomi in cambio un’occhiata più che storta. Lo sguardo che si dedica di cuore al primo rompicoglioni della giornata, quello che di fronte a ogni ben di dio farcito di qualsiasi imbottitura possibile - cioccolato-marmellata-cremaallimone - ha voglia di incaponirsi proprio sull’unica che non hanno. “Un croissant integrale al miele”… Oltretutto una roba da fighetti salutisti, come direbbe mio padre, che non mangio mai.
La sento, davvero, sento fisicamente la sua voglia di mandarmi affanculo, magari perfino di saltare il bancone per prendermi a pugni. Come diavolo farà a controllarsi. Io non ci penserei due volte.

- No, mi spiace – mi fa, sintetico.

Così io insisto, mi stupisco, lo incalzo. Perché sono di cattivo umore e per tirarmi su va benissimo anche solo il pensiero di un po’ di pasta integrale farcita. Al miele.

- Signore – inizia a alterarsi – purtroppo non c’è. Abbiamo di tutto - mi fa aprendo il braccio e mostrandomi la mercanzia, come un mercante di schiavi – ma niente col miele. Lo vuole un saccottino? Perché non si mangia un bel saccottino?

- No, grazie. Prendo solo un caffè, allora. Strano però – aggiungo – ormai quelle col miele ce le hanno tutti. Ma vi arrivano?

Per un istante, mentre si gira verso la macchinetta per afferrare la mia tazzina, me la nasconde alla vista. Se fossi sospettoso penserei che lo ha fatto per sputarci dentro o infilarci anche solo un dito, prima di passarmela con quel sorriso finto beato che mi sta mostrando proprio in questo istante.

Faccio finta di niente, solo mentre bevo mi rendo conto che avrei potuto anche inventarmi qualcosa per farmene fare un’altra. Potevo rovesciarla sul bancone e fregarlo. Dimostrargli di essere più furbo di lui. Di aver capito tutto e di avere più palle di lui. Lo potevo affrontare e condurre il gioco. Ma in fondo è solo un caffè, il suo sapore non mi dice niente. Anche se quando abbasso la tazzina, lo vedo passarsi il dito sul grembiule, come per asciugarlo.

A ripensarci adesso, mentre vado alla cassa, mi chiedo cosa sarebbe successo se mi fossi seduto di fianco a te e ti avessi accarezzato il viso. Forse me lo avresti lasciato fare, smemorata com’eri di tutto e di tutti. Avrei potuto vivere il mio momento di rischio non calcolato, dimostrare di essere capace di farlo. Potevo schiodarmi dal muro e lasciarmi alle spalle il tavolino con quel suo insulso bicchiere di brodaglia tarata male. Potevo prendere in mano la situazione, condurre il gioco, lanciarmi a testa bassa. Invece mi sono comportato come davanti a una tazzina di caffè a rischio. Ho preso quello che veniva, come veniva, niente di più.

- Quant’è?
- Lasci, va. Oggi offre la casa, così ci facciamo perdonare per il croissant integrale. Che ne dice?
- Grazie, ma insisto – “O cazzo!”, penso.
- Lasci stare, davvero. Vada, e buon lavoro - aggiunge, lui, mostrandomi trentadue denti di gentilezza.
- Ah… Beh… Grazie allora, e buon lavoro anche a lei.

C’ha sputato dentro al caffè, altro che dito.

Vaìa

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Umidità

Dalla finestra guardava l’acqua scura precipitare sui tetti. Adorava quel suo rumore ritmico e tambureggiante. Fatto di gocce grasse che esplodono sui vetri, sui davanzali, sui tetti delle auto, sulle tegole.

Ogni volta che si scopriva a osservare la pioggia ripensava a quando era più piccolo, in quell’età in cui c’è sempre qualcuno che si prende la briga di preoccuparsi per te, in tutte quelle cose per cui vale davvero la pena di prendersela a cuore. Ricorda quando era sicuro che lavasse davvero le cose, lasciandole migliori. Migliori le strade, migliori i giorni da vivere. Sua madre glielo aveva raccontato e lui aveva ascoltato attento, annuendo, senza un solo motivo per non crederle.

Adesso si accontenterebbe di una blanda rassicurazione. Non di giorni migliori, ma anche solo della promessa vaga di minori incertezze. Di una pioggia che lo rasserenasse, per qualche minuto almeno. Che cercasse di lavargli via le tentazioni, le recriminazioni e i retrogusti di qualsiasi sapore (solitamente spiacevole).

In fondo ogni volta che piove ci si sente più nuovi. E si aspetta il sole come una meraviglia inaspettata. Chissà, pensò, per una volta potrebbe essere davvero così. Potrebbe anche darsi che quando le nuvole se ne saranno andate tutto sarà più chiaro e pulito. Come il tono di quel whiskey della pubblicità.

Che cazzo di pensiero! Non c’era verso di darsi all’introspezione, almeno per quella sera. La pioggia era solo acqua in caduta libera e il giorno dopo, sole o non sole, sarebbe stato esattamente lo stesso. Con le stesse recriminazioni, le stesse tentazioni e la stessa felicità dolorosa, da conquistarsi minuto dopo minuto nella solita guerra di trincea fatta di corse all’impazzata, lavoro, impegni e rifornimenti ai box per tirare il fiato.

Tirò giù le serrande, regolò la radiosveglia e spense la luce. Con tutto quello sbatacchiamento d’acqua non sarebbe stato facile addormentarsi. Accidenti alla pioggia e a tutto la sua inutile umidità, imprecò infilando la testa sotto il cuscino. Ci manca solo di passare la notte in bianco, con tutto quello che c’è da fare.

Vaìa

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