Nella mia galleria d’arte, ieri, è entrata una donna di mezza età. Una vestita bene, raffinata. Con un cagnolino al guinzaglio. Io del cane non dico niente, anche se i cani io li odio, ché ti lasciano zampate ovunque o, nella migliore delle ipotesi, un mare di pelo. Comunque sia, io a questa signora del cane non dico niente. Non le dico niente in generale. Me ne sto fermo e zitto alla mia scrivania in vetro e acciaio e la osservo da dietro gli occhiali senza montatura, come un gufo che punta la preda.
Lei gironzola per la stanza, tirandosi dietro il suo quadrupede formato mignon, infagottato in un orrendo cappottino scozzese rosso e verde. Fuori pioviggina e le sue insulse zampette lasciano una scia di orme sul pavimento bianco appena pulito, mentre il cane la imita scodinzolando e aumentando il mio disappunto. Io la osservo, quella bestia insulsa, ma non dico niente. Non una parola.
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Merveilleuse!
Lontano, lontano nel tempo
Dal portone alle scale ci sono solo pochi gradini. Li percorro a due a due, lanciando una rapida occhiata allo sportellino in legno che da bambino aprivo e richiudevo per gioco, ogni volta che entravo nel palazzo. La balaustra è in metallo bianco, leggermente ingiallito dagli anni, con il passamano in legno chiaro. Mi basta fare pochi scalini e alzare il viso verso l’alto per vedere la sagoma familiare e rassicurante di mio nonno, che mi aspetta dondolando leggermente sul pianerottolo del secondo piano, le braccia conserte appoggiate alla ringhiera.
“Maurizio!?”, mi grida ogni volta, come se fosse stupito di vedermi. Io accelero, salto i gradini in un attimo, supero il primo piano, quello della famosa signora Corsini, e corro felice verso di lui, perché sono a casa e ho voglia di immergermi in quella bolla fatta di calore e protezione. Lo abbraccio tutto, il mio gigante diventato sempre più piccino, poi entro in casa. Dalla porta scorgo mia nonna, la generalessa delle cucine, che sta finendo di preparare i suoi manicaretti di benvenuto. La afferro tirandola su e come ogni volta lei mi stringe tanto forte da farmi male, sprofondandomi la faccia nel petto.
Rosso antico
Il primo colpo raggiunse il Rosso alla schiena, mentre stava camminando in fila indiana con i suoi due compagni, Ottobre e Libero, per il lato ovest della collina. Una pugnalata improvvisa in mezzo alle costole, silenziosa come un’ombra. La vista gli si appannò per il dolore, mentre cadeva nel fango umido e molle di quel marzo appena iniziato. Poco prima di toccare terra un secondo colpo gli finì dritto nel polpaccio destro, appena sotto il ginocchio, mettendolo definitivamente fuori combattimento.
Ottobre fu colpito subito dopo e crollò senza neanche il tempo di imbracciare lo sten che portava a tracolla. Se si girava appena sul fianco il Rosso lo poteva vedere, steso a pochi metri da lui, con gli occhi aperti e l’espressione stupita, come se gli avessero giocato un brutto scherzo proprio quando ne aveva meno voglia. Libero fu raggiunto per ultimo e non appena fu a terra il rumore degli spari terminò di colpo per lasciare il posto a un silenzio irreale.
I colpi, superato il primo momento di sbigottimento il Rosso riusciva a rendersene conto, gli erano piovuti addosso dal lato opposto del campo che stavano costeggiando e con tutta probabilità erano quelli di una mitragliatrice di ordinanza delle brigate nere, accompagnati da qualche raro colpo di moschetto. “Brutta storia” – pensò – “Sta a vedere che oggi ci lascio davvero le penne”.
Marcello Riccardi era sdraiato in un letto dell’ospedale Martini. Il numero 5, stanza 22, quarto piano. Due mesi prima, mentre stava preparando la colazione per sua moglie Roberta, la testa aveva iniziato a fargli male all’improvviso e tutta la parte destra del corpo gli si era come afflosciata. L’ultimo ricordo che aveva di quella domenica mattina era l’odore forte del caffè che invadeva dolcemente la stanza e la voce di Roberta che dal bagno gli raccontava dell’ultima telefonata ai nipotini. In quel preciso istante Marcello Riccardi aveva ottantacinque anni, un portamento ancora invidiabile, due vecchie cicatrici e un ginocchio ballerino, che ogni tanto gli faceva male. Specie quando cambiava il tempo o quando stava troppo chinato sulle gambe.
Ottobre morì quasi subito. Una volta a terra rimase qualche istante a soffiare forte con il naso, la bocca impantanata nella terra bagnata e nel sangue. Poi di punto in bianco ogni rumore che proveniva dal suo corpo cessò, come se gli avessero staccato la spina. Libero gli era poco lontano, a metà strada fra lui e il Rosso. Il colpo di mitragliatrice gli aveva tranciato di netto la spina dorsale, facendolo crollare sulla schiena. Sbatteva piano le palpebre, così lentamente che il Rosso non capiva se lo facesse per proteggersi dal sole o perché ancora non capiva quel che gli era accaduto.
Il Rosso cercò di allontanare il pensiero dalla sorte dei suoi compagni, concentrandosi sui rumori della campagna, che erano tornati a prevalere sul silenzio seguito al concerto per mitragliatrice di poco prima. Fra tutti si poteva distinguere l’abbaiare di un cane, a giudicare dalla direzione quello dei Mascaroli pensò, e lo scrosciare del torrente che avevano superato poco prima di finire nell’imboscata. Una tranquilla mattinata di primavera. Se non fosse stato per quel brusio di voci lontane, che presto si sarebbe minacciosamente avvicinato. Si fece coraggio e si girò non senza dolore sul fianco destro, sollevando appena la testa. “Libero, ehi Libero… come ti senti?”.
“Oh Rosso… non so… non sento male. Ma le gambe non le muovo più. Ho paura Rosso, m’han preso alla schiena. Ho paura di morire e ho paura che non cammino più”. La sua voce era un lamento fatto di angoscia e voglia di vivere. Aveva solo diciassette anni, Libero, e la voce gentile di un ragazzo di città. Si era aggregato alla loro formazione soltanto da un paio di settimane e al Rosso faceva male pensare che avesse lasciato i suoi studi al liceo per finire pancia all’aria con un proiettile nella schiena. Pensare che doveva essere una tranquilla azione di pattugliamento.
“Certo che cammini!. Ma non ci pensare adesso. Se ti può consolare non posso alzarmi nemmeno io. M’han preso alla gamba e alla schiena. Sai che si fa? Si sta qui e s’aspetta che se ne vadano e che qualcuno ci venga a prendere. Va bene?”. “E se non viene nessuno? Dì un po’ Rosso, e se prima che qualcuno ci aiuti quelli vengono e ci finiscono? E se quelli vengono e ci sparano in testa? Rosso!”.
Certo che sarebbero venuti i neri. Rosso lo sapeva che sarebbero venuti. Ma come si può dire a un ragazzo di diciassette anni che la sua vita sta per finire? Senza dubbio, senza possibilità di scampo. Come si può dirgli che è solo questione di tempo? “Non so Libero. Non credo”.
Appena finì la frase gli parve di sentire delle voci in lontananza, sempre più nitide e vicine. Poi rumore di scarponi militari e ordini gridati a mezza voce. Guardò Libero e gli sorrise, perché i fascisti stavano arrivando.
Marcello si era risvegliato due giorni dopo in ospedale, pieno di tubi e cavetti, e ne aveva dedotto di non essere troppo in forma. L’unica cosa positiva è che non sentiva più male al ginocchio, che pure lo aveva tormentato per un’intera settimana, da quando aveva iniziato a piovere.
Era stata la moglie a spiegargli tutto. Gli aveva raccontato di come una vena della sua testa avesse deciso all’improvviso di essere molto stanca e si fosse chiusa su se stessa, impedendo il passaggio del sangue. E di come questo avesse causato la rovina di un’ampia zona del suo cervello, nell’emisfero sinistro, lasciandolo inerme sul pavimento della cucina e paralizzato per tutto il lato destro del corpo. “Ecco perché non c’ho più male alla gamba”, pensò.
Lui l’aveva ascoltata con attenzione e pazienza. Poi si era spostato con la mano buona la mascherina dell’ossigeno e le aveva fatto una sola domanda, con una voce impastata e confusa che lui stesso aveva stentato a riconoscere. “Per quanto?”.
La moglie lo accarezzò dolcemente sulla fronte e gli diede un bacio sulle labbra, prima di rimettergli a posto la maschera. Come si fa a dire al proprio marito che non camminerà mai più, che dovrà guardare il mondo attraverso il soffitto di un letto d’ospedale e mangiare attraverso un cannello impiantato nello stomaco? “I medici non lo sanno ancora, amore. Bisogna aspettare e sperare”. Pregare no, quello non glielo avrebbe mai detto. Ci avrebbe pensato lei, come al solito.
“Stai zitto e fermo Libero. Dammi retta e non temere”. I passi si erano fatti sempre più vicini. Poi i neri raggiunsero il corpo di Ottobre e gli spararono una raffica addosso. Il Rosso li controllava con la coda dell’occhio, e il rumore del mitra, che aveva spezzato l’aria come un grido, lasciava ben pochi dubbi.
“Sarti, che cazzo stai facendo? Ti ho detto che non dobbiamo sprecare le munizioni. Te lo vuoi ficcare in quella testa di cazzo che ti ritrovi? Non dobbiamo sprecare le munizioni!”. “Scusi Sergente. Mi sono fatto prendere la mano. Colpa di questi comunisti di merda”. L’accento di Sarti non era di quelle parti. Al Rosso sembrava la voce di un uomo avanti con gli anni, forte, rude e spavalda. Chissà perché gli ricordò quella di un amico di Roma che non vedeva da troppo tempo.
“Quante volte ve lo devo dire, eh? Un colpo in testa e via se sono ancora vivi. Un colpo in testa e via”. Evidentemente al sergente piaceva ripetere le frasi per sembrare più autorevole. O forse perché i suoi uomini erano molto stupidi. Da buon comunista il Rosso preferì questa seconda ipotesi. In altre situazioni si sarebbe fatto una grossa risata, ma ora non ne aveva proprio voglia. Se fosse stato da solo tutto gli sarebbe sembrato più facile. Invece proprio di fianco a lui la voce di Sarti si era avvicinata a Stalin. “Stai fermo e zitto, Libero”, pensò il Rosso. Ma lo sapeva che non sarebbe servito a nulla. “Questo è vivo, Sergente!”. Il Rosso chiuse gli occhi. Un colpo e via, Libero non c’era più.
Avrebbe voluto stringere le palpebre fino a farsi scoppiare gli occhi. Mordere il fango e scavarlo coi denti per nascondercisi dentro. Fuggire come un verme nel cuore caldo della terra per non sentire e vedere più nulla. Ma non poteva, perché fuggire gli aveva sempre fatto orrore più della morte. Così aprì gli occhi, per non doversene vergognare.
“Hai visto amore? Hai un nuovo compagno di stanza”, gli disse premurosa la moglie. “Eh già – pensò Marcello – un nuovo arrivo nella camerata. Benvenuto!”. Ma riuscì soltanto a biascicare un sì a mezza bocca. Poi si tirò su, facendo leva con il braccio sinistro per girarsi un po’ e guardare il letto che gli si trovava di fianco. Sopra c’era un uomo, appena più giovane di lui, con il corpo trafitto da mille tubicini e collegato a un macchinario che lo faceva respirare a intervalli regolari. Marcello non poté fare a meno di pensare a un moderno San Sebastiano, martire della scienza medica.
“Cosa…?” mormorò guardando Roberta. “Un incidente. Un’auto lo ha investito mentre tornava a casa e lo hanno già operato tre volte”, gli rispose lei abbassando la voce e avvicinandosi. Poi in un soffio: ” Non sanno se se la caverà, ha sempre emorragie interne. Pensa che il figlio viene a trovarlo tutti i giorni”.
Davanti al Rosso c’era un repubblichino. In piedi e con la pistola spianata gli parve terribilmente giovane, persino un po’ impacciato nella sua divisa nera. Lo guardava fisso negli occhi e sembrava indeciso sul da farsi. Forse era la prima volta che si trovava a dover uccidere un uomo a sangue freddo. Forse addirittura non aveva mai capito realmente cosa significasse dover puntare un’arma contro qualcuno che ti osserva, con gli occhi fissi e lo sguardo fermo di chi ha già reso conto di tutti i suoi peccati. La prima volta faceva sempre lo stesso effetto. Solo l’esperienza permetteva di sbloccarsi.
Il ragazzo era biondo, con gli occhi neri e una fossetta gentile in mezzo al mento. Sulla guancia destra una piccola cicatrice rosa pallido. “Minguzzi, è vivo quello? Dai che voglio tornare in paese… se è morto andiamocene, sennò sai cosa devi fare”. La voce del sergente contribuì ad accorciare ogni attesa. “Un colpo e via”, pensò il Rosso. “Un colpo e via”, ripetè meccanicamente il soldato. Poi fece fuoco.
La notte in ospedale è fatta di rumori diversi e insistenti. C’erano i sussurri delle macchine che elargivano cibo e liquidi con i loro tentacoli trasparenti. I bip freddi dei monitor di controllo. Cuore, pressione, temperatura. E sopra tutto i respiri affannati dei malati più gravi, il soffio ininterrotto che proveniva da quelli con i respiratori o le mascherine di ossigeno e i tanti colpetti di tosse fatti per schiarirsi la gola. I mugugni di chi si lamentava per il dolore o perché non riusciva ad addormentarsi e il russare pesante di chi era crollato in un sonno profondo e senza sogni. Le invocazioni poi, quelle parole mormorate a fior di labbra – Mamma! Dio! Madonnina! – che Marcello detestava con tutto se stesso perché gli stringevano il cuore ogni volta che era costretto a sentirle. Vale a dire tutte le notti, ininterrottamente, da due mesi.
Quella notte, verso le quattro, si aggiunse al solito sottofondo anche il rantolo del suo compagno di stanza. Dapprima forte, poi sempre più debole e fioco. Con qualche sforzo Marcello si girò su un fianco, come aveva imparato a fare. Sull’altro letto un paio di occhi neri lo guardavano sbarrati e pieni di paura. Come un urlo muto. Più sotto il sacchetto delle urine si stava riempiendo velocemente di sangue e nel giro di qualche minuto era già tanto colmo da scoppiare.
Calcolando il tempo passato dall’ultimo giro, Marcello valutò che l’infermiera non sarebbe passata prima di un’ora. Guardò il suo vicino e poi il pulsante delle chiamate di emergenza, che dondolava appeso a un filo ad almeno mezzo metro dal suo letto. Non ci sarebbe mai arrivato. “Non ce la faccio…”, riuscì a mormorare al compagno di stanza. Fu in quel momento che lo riconobbe.
Il Rosso aspettò un’ora buona prima di sollevare la testa da terra. Voleva prima di tutto essere sicuro di essere ancora vivo, e per questo ci mise una mezz’ora buona, e poi che non ci fosse nessuno in giro. Quindi si girò sulla pancia e incominciò a strisciare con la poca forza che gli era rimasta lontano dal luogo dell’agguato. Guardò un’ultima volta il volto di Libero. Sembrava sereno, quasi addormentato, tanto che il Rosso pensò che forse sarebbe bastato scuoterlo un po’ per svegliarlo e portarlo via con sé. Ma il foro circolare sulla fronte del giovane uccise sul nascere anche questa fantasia.
Per sua fortuna non aveva perso troppo sangue e riuscì a mettersi al riparo dietro una grande roccia sulla riva del torrente. Verso sera fu recuperato da un gruppo di compagni che passavano in perlustrazione là vicino. La sua convalescenza fu molto lunga, ma si rimise abbastanza in forze da festeggiare la fine della guerra su una vecchia sedia a rotelle, piazzata su un camion scoperto poco prima di entrare in città per la parata.
L’uomo che lo stava fissando era di un bianco cadaverico, ma aveva capelli color cenere, una piccola cicatrice rosa pallido su una guancia e una fossetta gentile proprio in mezzo al mento. Marcello lo rivide in piedi, giovane, con la pistola puntata verso la sua testa. Si aggrappò con il braccio buono alla balaustra del letto e si spinse ansimando verso il campanello. Il tubo che aveva in pancia gli tirava terribilmente e iniziò seriamente a temere che gli si potesse strappare via dal corpo.
A qualche centimetro dal pulsante gli esplose di nuovo nelle orecchie il frastuono del proiettile che lacerava la terra poco distante dalla sua fronte. Quando il giovane soldato si girò per andarsene (“Adesso è morto, signor sergente”), le sue dita afferrarono l’interruttore, facendo oscillare violentemente il filo che lo teneva sospeso. Perse i sensi nello stesso momento in cui sentì rimbombare per il corridoio il passo affrettato e pesante dell’infermiera di guardia.
Vaìa
Dai, ti aspetto ancora un po’
Vicino a Torino un ragazzino di 11 anni si è lanciato dal balcone. Quando l’hanno soccorso, incolume dopo un volo di cinque metri, ha detto semplicemente: “Volevo raggiungere Thomas”, un suo amico morto qualche tempo fa.
Sui giornali, come sempre in questi casi, professori, psicologi, pedagoghi e genitori dicono la loro. C’è chi parla di un lutto difficile da dimenticare, anche se l’amico non era proprio dei più stretti. C’è chi dà consigli su come raccontare questo tipo di eventi ai bambini (“è volato in cielo”) e chi racconta di come quando ancora non si conosce il male del mondo sia difficile accettare l’abbandono totale a cui ci obbliga la morte.
I genitori del ragazzo, come è giusto e comprensibile che sia, non credono alla faccenda dell’amico scomparso. Pensano ci sia altro, qualche altro trauma incoffessabile o semplicemente nascosto. La scuola… gli amici. Le normali difficoltà di chi si affaccia all’adolescenza e assaggia l’amaro per la prima volta. E si colpevolizzano, come farebbe chiunque al loro posto.
Io non so. Probabilmente hanno ragione un po’ tutti. Probabilmente il ricordo e il dolore per l’amico scomparso sono stati solo la causa scatenante, non l’unica. Però di fronte a storie come queste, anche un disilluso cronico come me non può fare a meno di pensare che ci possa essere qualcosa di più dietro. Per esempio a me piace immaginare che quando è salito sul davanzale del balcone e ha guardato giù prima di lanciarsi, qualcun altro si sia affannato a buttare un occhio da molto più in alto e lo abbia accompagnato dolcemente fino a terra. “Anche io ti voglio bene amico mio, ma è presto. Dai, ti aspetto ancora un po’”.
Poi chiaramente mi sento un bischero a far certi ragionamenti. Perché nell’aldilà non ci credo e comunque, se mi va di lusso, ci capirò qualcosa solo quando mi toccherà andarci. Per cui smetto di immaginare, mi irrigidisco il cuore e rifletto anche io sulla scuola, gli amici e qualche problema incoffessabile o semplicemente nascosto. Felice per il lieto fine, almeno questa volta.
Vaìa
L’atomo indeciso
C’è poca radioattività, state tranquilli. Giusto due fiammelle, ma niente di che. Ma sì… basta star lontani dalla centrale per 200 metri. Vabbè, facciamo 2 chilometri. Anzi 10… No, 20… Bon, 30 e che non se ne parli più. Ma se volete andarci, fate pure! Tanto abbiamo riattaccato l’energia elettrica e stiamo raffreddando i reattori. O meglio, in parte. Solo i reattori 2 e 3. No, il 4. Anzi, l’1. No, tutti e 6! No, solo il 5. Ci scusiamo per le incomprensioni. I reattori di nuovo collegati sono 8. Come dite? Ne abbiamo solo 6? Takeshi? Cos’è ‘sta storia? Ah, ok. Li abbiamo ricollegati tutti. Anche quelli previsti in costruzione.
Altre domande? Ma certo! Mangiate pure frutta e verdura colte negli orti qua intorno. Lasciate solo stare la lattuga. Takeshi? Ah, e le carote. Come? No, le patate meglio di no, sapete, sotto terra… Le mele? No, le mele no… Neanche le pere. E soprattutto niente formaggio, con le pere, che è fatto col latte e il latte, mmmm… no, niente. Però state tranquilli. Il mare è ok. Basta non fare il bagno, che poi comunque fa freddo e non lo fareste comunque. Ah, ah, ah! E poi per l’estate sarà tutto a posto? Quale estate? Takeshi, che anno abbiamo previsto? Ah, ecco… Siamo precisi. Sarà tutto ok per l’estate del 3197. Certi bagnetti che non vi potete ancora immaginare… Certo, meglio non mangiare pesce, ma in fondo a chi piace il pesce in Giappone?
In ogni caso noi siamo qua a testimoniare con la nostra presenza che tutto va bene e che non c’è da preoccuparsi. Certo… Chi può vada pure nelle prefetture del Sud, che so… a Osaka. O meglio ancora a Buenos Aires o Sidney. Ma anche chi resta coglierà a pieno lo spirito del Giappone che si rialza. La sua infinita capacità di domare la natura, rispettandola, per dare vita a tecnologie in grado di riscrivere il mondo. Takeshi, fai partire il filmato. Vedete? Al termine di ogni turno nella centrale, i nostri tecnici tornano a casa e non hanno neppure bisogno di accendere la luce. Vedete? Lo vedete il braccio luminoso? La Sony lo ha già brevettato. A breve potremo averne tutti uno. Ed è merito nostro. Che risparmio per la bolletta! Poi dicono che il nucleare non rispetta l’ambiente.
Il Radioso Sole del Giappone sta già asciugando le ferite delle nostre province settentrionali. E noi della Tepco siamo ben lieti di contribuire con le radiazioni in eccesso prodotte dalla nostra centrale. Perché si sa… l’atomo scalda che è una meraviglia! Bisognerà pazientare per quei due o tremila anni, ma dopo… Che radioso futuro! Che prospettive di crescita! L’importante – vero Takeshi? – è informare sempre correttamente la popolazione, come abbiamo fatto dal primo giorno in stretta collaborazione con il primo ministro e il governo tutto.
Perché la trasparenza è tutto. Noi della Tepco lo sappiamo bene… Lì a Fukushima i nostri tecnici sono uno più trasparente dell’altro. E se va bene riusciremo a vendere alla Sony o alla Toshiba anche questo brevetto. Immaginate che meraviglia! Non ci sarà più nessuno problema se qualcuno vi passa davanti al televisore… Niente più discussioni in famiglia… Questa è tecnologia! Questo è il futuro! Questo è il Giappone!
Vaìa
Programma101, il primo PC era italiano
Due cari amici, Massimo Schiro e Alessandro Bernard, mi hanno fatto conoscere una bella storia.
Questa… (da Repubblica Torino del 5 dicembre 2010)
COME sarebbe il mondo se Steve Jobs e Bill Gates avessero lavorato per l’Olivetti? Può sembrare una provocazione, ma fino a un certo punto. Perché c’è stato un momento, a metà degli anni ’60, in cui l’Italia ha avuto l’occasione di guidare la rivoluzione informatica. Merito di quattro giovani ingegneri dell’azienda di Ivrea che, in semiclandestinità nel chiuso di un laboratorio, iniziarono a progettare nel 1963 una macchina innovativa, piccola e facile da usare: la Programma 101, il primo personal computer della storia…
Vaìa
Swhatzenstov
- “Non farci caso. Sono fatta così”. Dice…
- Sì, come no…
- “Mi spiace per questo fraintentimento”, dice…
- Certo…
- Poi mi fa: “ma anche tu scusa, vorrai mica una storia seria subito…”
- Beh… Ha ragione
- “… dopo soli quattro appuntamenti?”
- Ah! Già quattro?
- Eh… E intanto, io: paga il ristorante, il cinema (due volte), la pizza, l’aperitivino (tre volte), le rose di quei cazzo di venditori di fiori che appena ti siedi con una ti martellano le balle… e perfino la sveglietta di Hallo Kitty!
- Ah…
- Gli dico: “ti piace la sveglietta di Hallo Kitty?” E lei, la maiala: “sì mi piace tanto come hai fatto a capirlo?”
- La sveglietta?
- La sveglietta, la sveglietta. Ti vendono di tutto ‘sti cingalesi. Hai provato a sederti in un dehor? Magari con una, metti pure con un cesso di donna che manco la toccheresti con la canna da pesca… 2 minuti di orologio… due! e…
- E?
- E inizia la processione: rose, collanine, cerchietti per i capelli e pure le svegliettine di Hallo Kitty. Che poi se non compri un cazzo fai pure la figura del pezzente. Tanto il cinema costa poco, no? L’aperitivo te lo regalano… Il ristorante è in offerta… Tanto sempre io pago!
- Dai, adesso non fare il pezzente! Chi vuoi che paghi, la donna?
- E no! Io, figurati. Però quattro volte siamo usciti, quattro!
- Bene, no?
- Non le ho mai fatto tirar fuori un euro. Che poi uno dice, dai che almeno si scopa. Non la prima, magari nemmeno la seconda. Ma la terza cazzo, la terza sì.
- E invece?
- Invece niente. Nada. Zero. Un bacetto sulla guancia a motore acceso e due paroline gentili…
- Fammi indovinare: “Mi sono divertita, sei proprio una cara persona, molto simpatica…”
- Ecco, Bravo! Proprio così. Capitato anche a te?
- Eh! A chi non è successo?
- Poi mi richiama… Mi manda uno di quegli sms tutto faccette con su scritto “Ci vediamo? Sono stata così bene”. E tu che pensi, eh? Che pensi?
- Che penso? Penso che si va a botta sicura…
- Eeeeeehhhhhhh, infatti.
- Beh, chiaro. Quarto appuntamento, ti cerca lei…
- Chiaro no? E invece no! Si paga l’aperitivo, il cinema, il panino dal trucido che all’una di notte fa tanto alternativo… e basta!
- Vabbè, ma allora!
- Ma allora vaffanculo, no?
- Beh, sì. Vaffanculo.
- Ma infatti gliel’ho detto.
- Glielo hai detto? Cioè… gli hai proprio detto: “ma allora vaffanculo”?
- Più o meno. Ho cercato di baciarla sotto casa sua, sempre a motore acceso, che non si sa mai. Mi son detto: male che vada si scosta e mi dà uno schiaffo.
- Ma infatti. Hai fatto bene… E lei?
- Si è scostata. E mi ha dato un buffetto…
- Ah…
- Allora gliel’ho detto.
- Cosa, esattamente.
- Che dopo quattro appuntamenti mi aspettavo che ci fosse dell’attrazione…
- Certo, dell’attrazione, si capisce…
- Che pensavo che lei fosse interessata… Voglio dire, dopo quattro appuntamenti in solitaria noi due…
- Giusto!
- Insomma… le ho fatto capire che non sono quel tipo di uomo che si fa prendere in giro. Che poi manco c’ho i soldi per farmi prendere in giro a lungo, ma questa è un’altra storia, mica gliel’ho detto!
- Meglio… Per la povertà hanno un fiuto bestiale…
- E allora se ne esce con sta storia del sono fatta così, sono complicata, è che ho molti interessi in giro, e non so ancora cosa voglio…. non so se sono pronta per una storia vera… non pensavo che tu la volessi…
- Dio, che palle! Ma quanti anni ha questa?
- 39
- 39… e ancora rompe i coglioni!?
- Eh… Comunque io non volevo una storia. Mi bastava anche meno, che so… Un bacio, la promessa di un amore possibile, la speranza…
- Una pomp…
- Minchia come sei! Eddai!
- Dimmi di no!
- Ma sì, che c’entra. Non che l’avrei rifiutata… Però , messa così… io ci sono rimasto male.
- E allora?
- Allora non la vedo più, vaffanculo!
- Fai bene.
- Vaffanculo. Son dieci giorni che non la sento e se mi chiama sai che le dico?
- Cosa?
- Le dico vaffanculo! Cos’è hai capito cosa vuoi dalla vita? Beh, io no. Vaffanculo.
- Bravo. Tanto è pieno il mondo di donne così…
- Ma infatti… E poi guarda… Io non…
(squillo di cellulare)
- O cazzo, è lei.
- Bene, diglielo allora.
- Ok, Ok. Glielo dico. Minchia duro, massiccio e incazzato. Pronto! Ah sei tu? Non avevo riconosciuto il numero…
- …
- No, io… perché?
- …
- Ma no, ho avuto un periodo pieno…
- …
- Ma no, ti dico… Non hai fatto nulla. Che c’entra…
- …
- Dai non dire così…
- …
- Dimmi… dimmi…
- …
- mmmmmmmm
- …
- Sì, ok. Ci può stare. Quando?
- …
- A che ora?
- …
- No, no, figurati. Adoro quel regista, lo sottotitolano sempre bene… E poi se piace a te…
- …
- Ok… Ciao…
- …
- Sì, sì stasera. No, non ho impegni, tranquilla. Ciao!
- Era lei!
- Ma va? E che succede stasera?
- Ecco…
- Intendo, che succede QUESTA sera?
- Questa sera c’è Shwatzenstov!
- Chi?
- Shwatzenstov… il grande regista bulgaro… sai quello del piano sequenza di 24 minuti sul panorama della campagna bruciata dalla guerra? Al Massimo c’è una retrospettiva che…
- Abbiamo il torneo di calcetto! Stasera dobbiamo giocare!
- Cazzo, il torneo!
- Sei il portiere!
- Ho capito, ma ci tiene tanto aquella rassegna… Sai che ha visto tutti i suoi film?
- No, non sapevo.
- Che fate… fate i turni?
- Dove…?
- In porta, dico… Fate i turni?
- Facciamo i turni? per forza che facciamo i turni!
- Oh, ma guarda che se non me la dà manco stavolta, mi incazzo sul serio, eh!
- Sì, sì, certo…
- Anzi, capace che se non sento la giusta atmosfera alle nove son là che mi cambio!
- Ti vedo già…
- Dai, scappo che ho solo tempo per una doccia… Ma guarda te lo garantisco… Se riesco passo da casa e ti do i guanti, ok?
Vaìa
Valentino – 4 maggio 1949

Le foto, in bianco e nero, sono quelle di un funerale senza precedenti. Le persone, molte con il cappello in mano di fronte ai carri con i feretri, sono assiepate in piazza San Carlo. Alcune si sono addirittura aggrappate ai lampioni, per vedere meglio. Di macchine neanche l’ombra, non è ancora tempo di ingorghi.
Piove, fuori dal finestrino, e non si vede a un palmo. Ma Valentino sorride della sua preoccupazione. L’importante è che ci veda il pilota, pensa. Quanto a me, non conto nulla. Le nubi nascondono la vista della collina, che non dovrebbe essere lontana. Sente la stanchezza farsi strada dentro di lui e vi si abbandona, sicuro.
Ancora immagini sbiadite, che sembrano scattate di fretta. Si intravede la coda dell’aereo spuntare da un muro distrutto. Un enorme pneumatico campeggia in bella mostra su detriti di ogni genere. Fogli, bagagli, affetti, persone. I dettagli si perdono nella grana grossa delle foto di giornale. Ed è un bene, perché sarebbe troppo doloroso caricarseli sulle spalle e non lasciarli più andar via.
Valentino appoggia la testa sul sedile e socchiude gli occhi. È stanco e pensa già alla prossima partita. È una gara difficile, ma al Filadelfia sono gli altri che devono tremare. Mentre ci pensa, con la cosa dell’occhio avverte un bagliore e sente l’aereo vibrare in modo strano. Il buio lo accoglie come un padre premuroso, facendogli dimenticare paura e dolore.
Sul campo, spesso, il Capitano si rimbocca le maniche della maglia. È il segnale della riscossa. Il simbolo di una volontà di vittoria che non può trovare ostacoli. Una delle ultime foto lo ritrae così. Il sorriso grande e generoso, le mani appoggiate sui fianchi e il pallone a pochi passi. Le braccia nude spuntano da una casacca che appare grigia scura. Ma che si intuisce color del sangue. E del vino buono.
Vaìa











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