Archive for Racconti

Umidità

Dalla finestra guardava l’acqua scura precipitare sui tetti. Adorava quel suo rumore ritmico e tambureggiante. Fatto di gocce grasse che esplodono sui vetri, sui davanzali, sui tetti delle auto, sulle tegole.

Ogni volta che si scopriva a osservare la pioggia ripensava a quando era più piccolo, in quell’età in cui c’è sempre qualcuno che si prende la briga di preoccuparsi per te, in tutte quelle cose per cui vale davvero la pena di prendersela a cuore. Ricorda quando era sicuro che lavasse davvero le cose, lasciandole migliori. Migliori le strade, migliori i giorni da vivere. Sua madre glielo aveva raccontato e lui aveva ascoltato attento, annuendo, senza un solo motivo per non crederle.

Adesso si accontenterebbe di una blanda rassicurazione. Non di giorni migliori, ma anche solo della promessa vaga di minori incertezze. Di una pioggia che lo rasserenasse, per qualche minuto almeno. Che cercasse di lavargli via le tentazioni, le recriminazioni e i retrogusti di qualsiasi sapore (solitamente spiacevole).

In fondo ogni volta che piove ci si sente più nuovi. E si aspetta il sole come una meraviglia inaspettata. Chissà, pensò, per una volta potrebbe essere davvero così. Potrebbe anche darsi che quando le nuvole se ne saranno andate tutto sarà più chiaro e pulito. Come il tono di quel whiskey della pubblicità.

Che cazzo di pensiero! Non c’era verso di darsi all’introspezione, almeno per quella sera. La pioggia era solo acqua in caduta libera e il giorno dopo, sole o non sole, sarebbe stato esattamente lo stesso. Con le stesse recriminazioni, le stesse tentazioni e la stessa felicità dolorosa, da conquistarsi minuto dopo minuto nella solita guerra di trincea fatta di corse all’impazzata, lavoro, impegni e rifornimenti ai box per tirare il fiato.

Tirò giù le serrande, regolò la radiosveglia e spense la luce. Con tutto quello sbatacchiamento d’acqua non sarebbe stato facile addormentarsi. Accidenti alla pioggia e a tutto la sua inutile umidità, imprecò infilando la testa sotto il cuscino. Ci manca solo di passare la notte in bianco, con tutto quello che c’è da fare.

Vaìa

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Oltre il giardino

A un certo punto mi trovo in un giardino pieno di vecchie carrozze. E quando parlo di carrozze mi riferisco a quelle tirate dai cavalli, con enormi ruote di legno, il posto per il cocchiere e quello, riparato fra velluti e ori, dei nobili che stavano dietro. Nere fuori, abbandonate da anni ma pulite, lustre quasi. Anche se irrimediabilmente intrise di una sensazione di abbandono, di vecchiaia.

Il giardino sembra circolare e costeggiato da un muretto grigio. C’è molto verde e le carrozze sono posteggiate ai suoi lati, in una specie di semicerchio. Io ci sono arrivato scappando, come spesso mi accade negli ultimi giorni. Fuggo da qualcuno o qualcosa che non riesco mai a definire. E questa volta sono finito qua, appena dopo essere uscito dalla grande villa bianca che ancora fa capolino dietro le siepi.

Passo fra le carrozze rasentando il muro e a un certo punto scavalco l’asse a cui si fissavano i cavalli (come diavolo si chiama?) e mi sposto nel centro del giardino. In quel momento lo vedo. Il varco, la porta di uscita, la via di fuga. È un arco di piante, sicuramente cesellato dalle mani esperte di qualche giardiniere. Le stesse che da troppo tempo non sono più passate a trovarlo, perché come le carrozze e il resto del giardino, anche questa porta vegetale mi appare in tutta la sua desolazione.

I bordi si sono frastagliati. Le piante, ricresciute senza più costrizioni, si sono reimpossessate dei loro spazi naturali e lo nascondono quasi del tutto alla vista. Come se non bastasse l’arco è invaso dalle ragnatele. Fili di lana bianchi che corrono da un lato all’altro della mia porta. Io ci devo passare, su questo non c’è dubbio. Anche se le ragnatele mi terrorizzano. Anche se sono certo che dietro le foglie, in mezzo al folto della vegetazione, odiosi ragni mi aspettano per corrermi addosso appena violerò il loro territorio. Ma è l’unica via. Ho paura, mi guardo indietro, ma poi chiudo gli occhi. Abbasso la testa e me la copro per quanto posso con il colletto della camicia prima di buttarmi dentro quello schifo di salvezza guarnito di aracnidi. Fuori, finalmente.

Mi sveglio con ancora quella sensazione di schifo e di appiccicoso legata addosso. In bagno mi sciacquo la faccia e mi controllo con cura alla ricerca di qualche ospite indesiderato. L’arco svanisce con l’arrivo della lucidità. Ma forse è proprio ora di uscire, anche per me.

Vaìa

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Unopuntouno?

Non sarà una notiziona. Ma per gli interessati ho messo mano alla raccolta di Unopuntozero, togliendo alcune cose e mettendone altre.

Sarà autocelebrativo (d’altra parte è un blog…). Ma se volete qualcosa da leggere scaricate e fatemi sapere.

Una sola raccomandazione. Se siete in vena di stroncature lasciate perdere. Come diceva Fantozzi: "Abbiate pietà"…

Vaìa

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E tu come stai?

Spiegatemi un po’ voi perché a volte si è tanto teste di cazzo. No, perché se incontrate una persona che conoscete e che non vedete da un sacco di tempo che fate? Anche se vi dà fastidio, per un qualche motivo inutile che sapete solo voi, comunque vi fermerete a salutarla. E non intendo se la vedete di sfuggita dall’altro lato della strada seminascosta da un semaforo. Voglio proprio dire se la incrociate a meno di un metro, che vi guarda negli occhi mentre il volto le si illumina. E si capisce benissimo che vi ha riconosciuto e sta per dirvi sorridendo che non ci può credere, che vi trova bene, che vuol sapere cosa avete fatto tutto questo tempo. E bla bla bla.

Anche se vi dà fastidio, per un qualche motivo inutile che sapete solo voi, risponderete al suo saluto e farete finta di interessarvi ai suoi ultimi dieci anni di vita. E magari vi interesserà davvero perché avrete fatto delle cose insieme, che so, eravate compagni si scuola, nella stessa classe, perfino compagni di banco per un anno intero! E adesso questa persone ve la ritrovate non solo accanto per caso nella strada. Ma anche collega sul lavoro, perché il posto dove l’avete incontrata non è una via qualsiasi della città, ma è l’ingresso della vostra azienda, proprio vicino alla timbratrice (gneeeeeeeeee) il cui suono paranoico scandisce i momenti delle vostre giornate istituzionalmente tutte uguali. Da quando entrate (gneeeeeeeeee) con ancora il sonno addosso a quando uscite per pranzo (gneeeeeeeeee).

Perché voi siete persone ragionevoli e lungimiranti. Se incontrate qualcuno in situazioni simili lo saluterete con vigore, perfino con piacere. Magari vi farà vedere la foto del figlio, che avrà l’età del vostro, e vi spiegherà che dopo il liceo ha preso ingegneria, anche se tutti lo sconsigliavano dopo aver speso cinque anni dentro al liceo classico. Oppure vi confesserà che non è mica riuscito a laurearsi, anche se a scuola era tanto bravo che più di una volta si è sentito moralmente in dovere di darvi una mano. Una mano a voi! Poveri pezzenti del pensiero letterario col cervello incastrato davanti a una frase di Tacito.

Qualsiasi cosa direte o farete, da allora vi legherà una nuova consapevolezza. Quella di esservi conosciuti quando il mondo era una promessa e il futuro un regalo ancora da scartare. Anche se tutto sembrava essere sempre e comunque più grande di voi, terribilmente lontano nel tempo, inavvicinabile. Una consapevolezza che vi renderà complici, quando in mensa sarete uno in coda all’altro indecisi sull’insalata “nizzarda” o in dubbio su quale contorno insipido accostare al brasato scotto che danno di secondo. Che vi renderà amici, perfino, quando ci sarà da scannarsi su un progetto particolarmente difficile.

Qualsiasi cosa vi direte o farete, non dovrete nascondervi ogni volta che la incrociate o che esce dall’ascensore (sempre davanti a voi, neanche a farlo apposta!). E se non c’è nessuno spigolo o cartellone o porta aperta a darvi una mano per scomparire non sarete costretti – cosa peggiore di tutte – a tirare dritto con gli occhi assurdamente fissi davanti al vuoto che vi precede, o facendo finta di interessarvi alle istruzioni su "cosa fare in caso di incendio". Pronti a perdervi nella copertina della vostra agenda, mentre sentite bruciare sulla pelle la mortale sensazione di aver mancato a un dovere prima di tutto etico. Rispondere a un saluto, da qualunque parte arrivi.

Non dovrete chiedervi ogni volta perché quel giorno, proprio poco prima che il volto dell’altro si illuminasse per passare dalla sorpresa alla parola, avete deciso di tirare avanti facendo finta di nulla. Solo perché vi pareva uno sforzo troppo grande raccontare gli ultimi anni della vostra vita a chi vi ha visti adolescenti e inadeguati, impreparati al mondo e straboccanti di quella paura di non farcela mai e di essere sempre tremendamente inadeguati che oggi siete riusciti a nascondere sotto una patina di professionalità soltanto dopo estenuanti allenamenti.

Non dovrete sperare, quando scorgerete in lontananza una sagoma familiare, che in realtà non si tratti di lei. Perché quella persona voi non vorrete vederla mai. Nemmeno in fotografia. Non vorrete neanche sentirla nominare! Tanto vi fa sentire cretini. Non dovrete fare come faccio io, insomma. Accidenti a me e alla mia idiozia! Che per non voler attaccar bottone una volta, mi son trovato a scivolare lungo i muri, nella paura di incontrare l’oggetto della mia vergogna.

Vaìa

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Piacevoli soprese


Oggi mi collego a splinder dopo un anno e passa per rispondere a una richiesta di consiglio di Piccola Canaglia e cosa scopro? Che qualcuno mi ha scritto, a luglio scorso, per avvisarmi che aveva fatto una clip video con il testo di un mio racconto e che la avrebbe pubblicata, previa richiesta di permesso, su google video.

Gli ho risposto solo stamattina, con un ritardo imperdonabile. Ma lo ringrazio davvero tanto di quello che ha fatto. Devo dire che sentire le mie parole recitate dà un piacere immenso. Tutti gli altri miei racconti - e glielo dico pubblicamente - sono a tua disposizione. Scaricateli e fanne quel che vuoi. Siamo persone “creative commons”, o no?

Ah, il video lo trovate là sopra (o qua se ci sono problemi con il plug in di wordpress). Il racconto invece nella mia raccolta (pag. 67, ma se volete leggere anche gli altri non mi offendo).

Vaìa

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Quando esattamente?

Stasera, senza nemmeno accorgermene, ho ripensato al nostro discorso. Al tuo viso ancora meno espressivo del solito. Mi sono ritornate in mente le tue frasi fatte, le banalità, i pensieri senza capo né coda. I mille sotterfugi verbali a cui sei solita affidarti per far finta di avere qualcosa di sensato da dire. Le tue richieste continue.

Mentre parlavi ricordo che ho staccato il cervello. Ho inserito il pilota automatico della coscienza e mi sono sollevato dalla sedia dove mi avevi costretto. Mi sono librato in aria come quei malati che si trovano a fluttuare sopra il lettino della sala operatoria, mentre il loro cuore si fa sempre più debole.

Ricordo di avere osservato i tuoi vestiti. La tua acconciatura. La strana e buffa piega che prendono gli angoli della tua bocca, quando ti vengono quegli assurdi colpetti di orgoglio e ti intestardisci nelle tue posizioni. Il trucco intorno agli occhi, mai intonato a niente nemmeno per sbaglio. E il tuo sgardo, poi! Mi sono perduto dentro alla sua fissità, mentre mi spiegavi il tuo punto di vista e mi davi suggerimenti improbabili.

Se ci penso mi sembra di impazzire. Eppure sarai stata anche tu una bambina come tutte. Avrai avuto giochi, sogni, desideri irrealizzabili. Sarai pure stata una ragazza piena di vita, o almeno con qualche interesse. Avrai pure dimostrato, anche solo per un momento, di poterti animare di un pensiero intimamente tuo. Avrai pure provato ad agire davvero, prima di adagiarti nelle convenienze e nelle abitudini. Prima di limitarti a vivere di seconda mano.

Allora scusami se ti chiamo a quest’ora. Se torno bruscamente alla realtà di quella stanza, di te che mi parlavi senza sosta e di me che sono riemerso dal nulla soltanto qualche secondo prima di andarmene. Ma devo saperlo, anche se non c’entra niente con quello che ci siamo detti. Anche se questo ti farà imbestialire e riattaccherai furiosa, senza neanche rispondermi. Ma devo chiedertelo, perché è una di quelle cose che se inizio a pensarci non ne esco più, capisci? Devo saperlo, cazzo! Quando esattamente hai deciso di diventare tanto stupida?

Vaìa

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Una seconda vita

Axell mi ha chiesto un contributo sulla digital life per Iblog.it! E io ho risposto a modo mio… Chi vuole può iniziare qua e finire di leggerlo dall’altra parte.

Vaìa

Scende dal cielo, all’improvviso, e plana dolcemente sulla sabbia. Ruota su se stessa superando impacciata una sedia a sdraio vuota, per sedersi proprio vicino a me
- Così questa è la tua isola – mi fa.
Giro un secondo la testa per guardarla, ma l’ho già riconosciuta. Non ha nemmeno cambiato aspetto. Perfino i vestiti sono gli stessi. Ma conoscendola non ci avrà neanche pensato.
- È qua che te ne vieni tutte le sere? – chiede.
Sbuffo, ma non se ne accorge.
- Già – rispondo.
- Mi piacerebbe capire cosa ci trovi.
- Senti, non credo che…
- No, davvero. Non ti sto prendendo in giro – mi interrompe e rilancia – Se sono qua è perché vorrei capire.
- Cosa c’è da capire? Mi rilasso… Guardo il mare e …
- Il mare? Questo mare?

… continua su Iblog.it

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Auguri mobili

Approfitto ancora dell’N80 per mandare a tutti i miei 13 lettori gli auguri di buon anno. Cosa chiedere lo so, anche se non credo che dirlo aiuti (e infatti non lo dirò). So anche che farlo realizzare dipenderà da molti fattori e dalla mia capacità di farli combaciare al meglio senza farsi stritolare… Il che, conoscendomi, rappresenta un’operazione a metà strada fra il mossad e alvaro vitali. Che il dio dei socialmente imbranati ci venga in aiuto. Vaìa

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