Il sogno di Giovanni

Giovanni in fuga

A mio nonno.

Appena l’infermiera fu uscita dalla stanza, Giovanni si tirò un po’ su con le braccia, assestando sui gomiti il suo corpo di novantenne. Poi si guardò intorno con quei suoi acquosi occhi azzurri e tornò alla carica.
– Allora signori miei, chi ci sta lo deve dire adesso. Per quel che mi riguarda non ho intenzione di rimanere qua dentro un minuto di più. Questa sera io me ne vado. Chi viene con me?
Intorno a lui tre paia d’occhi lo fissavano sgranati. Il primo a rispondergli fu Niccolò, classe 1931, ex bidello ricoverato a Villa Gisella da due mesi per i postumi di un brutto intervento all’addome.
– Dio santo Giovanni, ma che fai? Ricominci a delirare? Non lo vedi che non sei buono neanche a rizzarti sul letto? E parli di scappare dall’ospedale! Dammi retta. In questo ospedale tu ci resti, altro che! E poi non si può mica andarsene così! Ci vuole un permesso del medico. Vistato dalla caposala, oltretutto. Ma non lo sai?

Giovanni lo ascoltò appena. Dopo poche parole già aveva iniziato a scrutare gli altri per cogliere qualche cenno di cedimento. Tanto lo sapeva che Niccolò non sarebbe mai scappato. Lo aveva già capito. Era uno di quelli che fra le pieghe dei regolamenti ci si annida con la stessa caparbietà di una zecca nella pelle dei cani. Ci viveva di regole, gli davano sicurezza. Anche lui era stato così, una volta, quando era nella Guardia di Finanza. Ma adesso aveva raggiunto l’età in cui poteva fare o dire quello che voleva. Di certo non sarebbe stato un Niccolò qualunque a fargli cambiare idea.
– E tu, Daniele? Rimani qua o vieni via? – chiese a un tratto Giovanni, spostando lo sguardo sul letto di fianco al suo, dove trovò ad attenderlo quello di un omone sui cinquant’anni, enorme e stanchissimo, oppresso da un enfisema ai polmoni che lo costringeva a letto con l’ossigeno al naso mattino, pomeriggio e sera. Per non parlare delle crisi di nervi ricorrenti di cui soffriva da quando aveva dovuto rinunciare ai suoi due o tre pacchetti di Nazionali al giorno.
– Giovanni… Giovanni – sospirò – Io non ho più fiato. Mi ci vedi tu con i miei centoventi chili di peso e il mio respiro da rachitico a sgattaiolare fuori dalla porta senza farmi vedere dagli infermieri di guardia? Io no, non mi ci vedo – disse rantolando – Rimango qua e se va bene fra qualche tempo mi dimettono e me ne torno a casa per l’ingresso principale. Se va bene – sottolineando il concetto con un secondo sbuffo cavernoso, di quelli che non accettano repliche.
– Ho capito – gli rispose Giovanni, lasciandosi cadere sui due cuscini che aveva dietro la testa (i gomiti avevano iniziato a fargli veramente male) – Me ne andrò da solo. Perché se sia Niccolò che Daniele han deciso di rimanere… non è che posso pensare che Roberto faccia l’eroe e venga con me… È vero Roberto che non ci vieni con me? Oh! Roberto! Che ne dici? Roberto!
Roberto, fabbro in pensione, settantasei anni di vita, da due era inchiodato su un letto con gli occhi sbarrati e un sorriso sognante dipinto sulle labbra. Girò leggermente il viso verso Giovanni soltanto quando sentì chiamare il suo nome per la terza volta e rispose con la sola parola che sembrava aver ricordato.
– Mamma?
– Sì, mamma! – sbottò Giovanni, senza neanche girarsi – Mamma una sega! La mamma è a casa, eh Roberto? Magari viene più tardi. Sapete cosa tutti voi? – aggiunse poi per gli altri, ma senza nemmeno più fare la fatica di mettersi dritto per guardarli – Io me ne vado via da solo. Ormai ho deciso. Ora sono le sette. S’è mangiato e siamo pronti per dormire. Appena spengono le luci e passano per l’ultimo giro aspetto che ci siano solo la Susanna, quell’infermierina giovane che è passata già ieri sera, e il medico di guardia. E quant’è vero Iddio me la do a gambe. Almeno posso chiedervi il favore di farmi da palo finché non arrivo alle scale? Da lì fino all’uscita della casa la strada è senza ostacoli. Ma devo passare proprio davanti a dove stanno Susanna e il dottorino e se mi vedessero passare non credo che la prenderebbero bene. Allora? Mi date una mano o no?
– Dio bono, Giovanni! – rantolò Daniele – Che vuoi che non t’aiuti? Certo che ti faccio da palo, ma non mi rizzo dal letto, lo sai. Io da qui vedo la porta della sala medica. Al massimo posso dirti quando la Susanna ci entra. Ti faccio un cenno col capo e tu vai dove ti pare. D’accordo?
– Aspetta, e per il dottore? – si preoccupò subito Giovanni – Al dottore ci pensi tu Niccolò?
– Santo cielo, Giovanni, ma non si potrebbe mica! Pensa te se mi vedono. Che gli dico? Che ti sto dando una mano a scappare? Ma ti sembra?
– Niccolò! Tu sei una piaga, non un uomo! Inventati qualcosa! Basta che ti piazzi in piedi dall’altro lato del corridoio e mi fai un cenno quando la strada è libera. Così piglio e vado. Se ti vede qualcuno puoi sempre dirgli che ti stavi facendo due passi. Che non la prendi mai un po’ d’aria fresca? Non te le sgranchisci mai quelle gambette secche?!
– Non so. Davvero, Giovanni, non mi costringere…
– Ascoltami bene! – Giovanni sapeva che bastava fingere una qualche autorità per farsi ubbidire – Vedi di darmi una mano, d’accordo? Ho ancora molti amici nella Finanza e ti giuro che se non esco di qua faccio fare al negozio di tuo figlio una di quelle ispezioni che se le ricorda finché campa! Non credo che lui sia bischero come il babbo, che non falsificherebbe neanche una ricevutina da mille lire.
– Mi prendi in giro, vero? – domando lamentoso Niccolò.
– Hai voglia di scoprirlo? Prego, accomodati.
Ci avrebbe scommesso. Due parole ben piazzate ed ecco pronto un nuovo complice pronto a tutto per lui.

Quella sera stessa, alle nove in punto, Giovanni mise in pratica il suo rudimentale piano di fuga. Si alzò dal letto e con un grande sforzo riuscì ad arrivare all’armadietto di ferro dove avevano riposto le sue poche cose. Lentissimamente, sforzandosi di coordinare i muscoli addormentati del suo corpo di vecchio, si tolse il pigiama (prima la parte di sopra e poi i pantaloni, come era solito fare a casa), si infilò della biancheria pulita e si vestì di tutto punto con gli abiti che aveva trovato lavati e stirati nel mobiletto (“I figli servono anche a questo”). Si sedette di nuovo sul bordo del letto, cercando di farsi passare il giramento di testa che lo aveva assalito all’improvviso. “Ecco, la pressione. Vedi a non alzarsi mai, pigro che non sono altro!”, pensò maledicendosi. Dopo qualche minuto si sentì meglio. Almeno tanto in forma quanto poteva esserlo un vecchio che aveva subito due interventi in tre mesi e passato le ultime settimane per lo più sdraiato in un letto. Non l’aveva confessato a nessuno dei suoi compagni di stanza, ma sebbene avesse mostrato da subito una fede assoluta nella fuga, non è che nutrisse tante speranze di successo. Arrivare a vestirsi nuovamente da solo sarebbe stata una conquista più che sufficiente a farlo sentire di nuovo libero e padrone del suo destino. Ma adesso che questo primo piccolo obiettivo era stato raggiunto, si sentiva abbastanza in forze da tentare davvero l’inimmaginabile. Si rivolse ai tre uomini che lo avevano osservato meravigliati durante la sua trasformazione in un essere umano civilizzato e diede inizio alla seconda parte del suo progetto.
– Oh! Allora Daniele. L’infermiera dov’è? La vedi?
– Sì, è ancora fuori in corridoio che sta ricevendo le ultime istruzioni dalla Maddalena, quella del turno pomeridiano, che se ne deve ancora andare. Aspetta ancora qualche minuto, che dovrebbe entrare nello stanzino. Ma sei sicuro di star bene Giovanni? Gli abiti che hai messo ti cascano addosso come se fossero appesi a una gruccia. Sei un po’, come dire, sciupato.
– Certo che sto bene! Fatti gli affari tuoi – gli rispose brusco Giovanni, calcandosi il cappello in testa – Sciupato! Vorrei vedere te a mangiare con la flebo per giorni se non dimagriresti. Scommetto che diventeresti piccino piccino persino tu – rise, aprendo le palme delle mani e avvicinandole l’una all’altra per sottolineare l’immagine – E magari riprenderesti anche un po’ fiato!
– Contento tu… A me a brodini e flebo non mi ci riducono. Piuttosto do di matto e gli rovescio la stanza. Sempre che riesca ad alzarmi. Già non fumo! Che vogliono ancora? Oh, ecco Giovanni… la Susanna è entrata a prepararsi per il turno di notte. Se il medico non è nei paraggi mi sa che puoi andare.
– Bene – rispose Giovanni – Allora Niccolò, vedi di fare il tuo lavoro. Fatti due passi e dimmi dove è finito il medico.
– Accidenti a te Giovanni se c’hai fretta! Dammi il tempo d’andar fuori a guardare – Due minuti dopo era di ritorno con ottime notizie. – Allora, il medico è nel suo studio. Sta lavorando sui medicinali da dare ai pazienti domani. Almeno così pare, ma non sono sicuro perché non mi sono potuto fermare più di tanto, tu mi capisci davo nell’occhio a quest’ora, da solo poi… Io…
– Madonna, Niccolò, non tergiversare! Vai avanti! – gli urlò dietro Giovanni.
– E un attimo! Allora, ho sentito dire che sono arrivati due medicinali nuovi e deve capire come dosarli per ognuno di noi. Tu sei fortunato, Giovanni. Mi sa che ne avranno per un bel po’.

Giovanni lo ascoltò serio e via via che il quadro gli si faceva più chiaro si sentiva tornare le forze, tanto che quando si tirò su in piedi questa volta il capogiro fu questione di un attimo.
– Bene, signori miei. Allora non mi resta che salutarvi e augurarvi un ottimo proseguimento. Arrivederci, in fondo mi avete tenuto compagnia.
– Ciao, Giovanni. Vedi di non far bischerate, va bene? E salutami i tuoi figlioli – gli rispose Daniele, che subito riprese ad aspirare ossigeno dalla mascherina.
– Allora per il negozio di Carlo son tranquillo, Giovanni? – gli fece eco Niccolò – Buon ritorno a casa. Nessuno controllino, vero?
– Vero, Niccolò, vero – gli rispose Giovanni, con un tono tutto generosità.
Roberto, più in là di un “mamma” non riuscì ad andare, ma per Giovanni era già abbastanza. Si portò la mano al cappello e uscì. Qualche secondo dopo passò il più silenziosamente possibile davanti all’ufficio di Susanna, come un’ombra leggera, diretto verso la rampa delle scale col suo passo da novantenne in fuga.
Nessuno si accorse di lui. Gli scalini li fece a uno a uno, con la destra saldamente aggrappata al corrimano in ottone tirato a lucido (“Una clinica di lusso”, gli aveva ripetuto mille volte sua figlia. “Di lusso, babbo!”), fermandosi ogni tanto per respirare a bocca spalancata e per asciugarsi il sudore che gli colava forte dalla fronte. La notte era stranamente silenziosa. Non si sentivano nemmeno i respiri degli altri malati, né il rumore delle macchinette diaboliche che fornivano loro medicine o sostentamento. Arrivò all’ingresso principale a piccoli passi. Aprì la porta, che non si degnò neanche di cigolare sui cardini, e uscì all’aria aperta, su corso Mazzini, in una bellissima serata di inizio ottobre.
La temperatura era ideale per il vestito che si era ritrovato addosso. Si sentiva sempre meglio. Sarà stato l’effetto della libertà ritrovata, la vista della fermata dell’autobus che lo avrebbe riportato a casa o la prospettiva che quella notte si sarebbe potuto addormentare di nuovo nel suo letto, ma gli pareva di non essersi mai ammalato. Come se gli ultimi mesi fossero stati solamente un sogno, un brutto incubo da cui era riuscito a svegliarsi soltanto in quel momento. Mentre attraversava la strada, si girò per un istante a guardare la facciata di Villa Gisella. Mentalmente calcolò quale poteva essere la finestra della sua stanza e si immaginò le facce ancora stupite di quelli che per gli ultimi venti giorni erano stati i suoi compagni di sventura.
Due finestre più a destra, vide affacciato al balcone il dottore del turno di notte. Sembrava proprio guardare nella sua direzione, ma da quanto poteva capire non pareva averlo notato. Non ancora, almeno. Giovanni pensò che fosse a causa dei suoi abiti borghesi, ma decise di non sfidare troppo oltre la sorte. Controllò che il cappello fosse ben calcato sulla fronte, girò sui tacchi e si diresse alla fermata.

Appena finito di calcolare i dosaggi dei nuovi farmaci, il dottor Bocchi decise di godersi per qualche minuto quella splendida serata fiorentina dal balcone del suo studio. Una sigaretta sarebbe stata perfetta, non avesse smesso di fumare da un anno. Non erano passati neanche cinque minuti che l’infermiera bussò forte alla porta a vetri che lo separava dal resto dell’ospedale.
– Sì, Susanna, entri pure – le rispose – Cosa succede?
– Dottore, si tratta del paziente della stanza dieci… Giovanni. Ho paura che se ne stia andando.
– Quando ha iniziato a peggiorare? Sulle note del dottor Venuti c’era scritto che aveva passato un pomeriggio tranquillo.
– Sembra una mezzora fa. Niccolò, uno dei suoi compagni di stanza, dice che ha incominciato a respirare male e a sudare. Ma dormivano tutti e lui se ne è accorto solo quando lo ha sentito lamentarsi. Credo che dovremmo intubarlo subito.
– Susanna… Lo sa che ha fatto richiesta esplicita di non essere… Insomma, non vuole più essere rianimato. Basta con i tubi, l’ossigeno e tutto il resto. Poi a che vuole che serva ormai… Il suo fisico non risponderebbe alle cure. Non c’è più niente da fare.
– E allora?
Il dottore si girò per chiudere la finestra del balcone, lanciando un’ultima occhiata distratta alla strada, deserta e silenziosa.
– Allora, Susanna… Se è quello che ha deciso di fare, va bene così. Telefoniamo ai suoi figli e lasciamolo andare.

Vaìa

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