19 marzo.

Perché sono cresciuto con i dischi di Gaber e Battisti.

Perché ora so distinguere un’opera d’arte da un misero tentativo. Senza leggere la firma.

Per i suoi gatti e i suoi Pinocchi.

Per l’odore di pittura e solventi che lo ha sempre accompagnato.

Perché mi ha fatto scoprire Totò, Fellini, Mastroianni, Manfredi, Gassman, Sordi, Monicelli, eccetera, eccetera, eccetera.

Per la nostra Firenze, tra via Bocchi e Lungarno Ferrucci.

Perché se vedo una replica di “Canzonissima”, mi sembra di esserci cresciuto insieme.

Perché i miei ricordi più belli sono in bianco e nero.

Per i suoi miliardi di mozziconi.

Perché la fortuna ha sempre girato al largo.

Per la sua faccia preoccupata, mentre Antognoni era a terra col cuore fermo.

Perché mi ha fatto sentire orgoglioso delle mie origini.

Perché quando voleva parlarmi di cose serie mi scriveva una lettera, anche se avevo da poco imparato a leggere.

Perché abbiamo giocato poco e abbiamo litigato tanto, quando era il caso.

Per le Lettere Luterane e gli Scritti Corsari.

Perché non mi ha mai imposto nulla, ma mi ci ha fatto arrivare col ragionamento.

Per aver sempre cercato di capire le ragioni degli altri, anche se avevano torto.

Perché se ci tiene si infervora sempre come se fosse su un palco, di fronte a una platea.

Per la sua esultanza davanti al gol di Magath, con in mano la forchetta della cena.

Perché non scrive sms, al massimo li legge. A volte.

Per i muri pieni di quadri e i mobili ricolmi di libri e sculture.

Perché non ha ancora smesso di cercare.

Per il suo essere diventato così fragile, prima del previsto.

Perché adesso ho paura io di non saperlo aiutare.

Auguri, Babbo.

Vaìa

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