La macchia

La notai la prima volta in un angolo buio della cantina. Una macchia biancastra come una muffa, che si estendeva per una quarantina di centimetri sul muro opposto alla porta, proprio dove avevamo installato i ripiani per le bottiglie di vino buono, da usare nelle occasioni speciali. Rimasi in piedi per qualche secondo a osservarla. Non mi sembrava di averla mai vista prima, grande com’era non mi sarebbe sicuramente sfuggita, anche se mia moglie mi diceva sempre che non sarei stato capace di trovare l’acqua in un fiume tanto ero distratto. Mi avvicinai per guardarla meglio.

A prima vista sembrava una semplice macchia di umidità, di quelle che ogni tanto vengono fuori nelle cantine. Sopra, vicino al soffitto, passavano alcuni tubi dell’acqua e non era improbabile che ci fosse stata una perdita, anche se a prima vista non sembravano essere bagnati. Per sicurezza appoggiai su un vecchio tavolino la bottiglia di Barbaresco che avevo appena preso per la cena e mi avvicinai per controllare, appoggiando la mano sinistra sul muro, per puntellarmi, e passando la destra sopra i vari tubi. A parte qualche ragnatela, che subito mi scrollai dalle dita passandole sui pantaloni, non c’era segno di umidità. Ripresi la bottiglia e feci qualche passo indietro, continuando a guardare la macchia, poi spensi la luce e uscii. Qualsiasi cosa fosse probabilmente nel giro di qualche giorno sarebbe sparita così com’era venuta.

Più tardi, dopo una piacevole serata con una coppia di amici, che sembravano aver gradito molto la nostra bottiglia, spremendo il barattolo di dentifricio quella chiazza bianca mi tornò in mente. “Sai che oggi in cantina ho visto una macchia di umidità sul muro?”, dissi a mia moglie.
“Mmmm?”, mi chiese, tutta intenta a lavarsi i denti.
“Niente di che, ma sarà meglio tenerla d’occhio, non vorrei che si estendesse a qualche mobile o agli scatoloni con i libri…”.
“Mmmm!”, mugolò lei decisa, prima di sciacquarsi la bocca e lanciarsi in un’animata descrizione dell’ultima riunione di lavoro con il suo capo, che l’aveva costretta ad arrivare a casa soltanto pochi minuti prima che iniziasse la cena. Il tema umidità era già stato relegato in secondo piano.

Per qualche tempo non pensai più alla cantina e a quel suo strano ospite. Finché un giorno non decidemmo che era il momento di ricominciare a mangiar fuori. L’inverno era finalmente fuggito via e le temperature avevano iniziato a salire grado dopo grado, lasciando scoppiare una primavera sicura e senza indugi. Così scendemmo in cantina per riportare alla luce il nostro tavolo da giardino (“E magari una bella bottiglia di Nebbiolo, che ne dici amore?”, proposi a mia moglie, facendole balenare la prospettiva di una serata romantica). Appena accesa la luce, non potemmo fare a meno di osservare con orrore un’enorme macchia biancastra e umida, che si estendeva su tutta la parete in fondo alla cantina. Un’invasione in piena regola, che ricopriva senza interruzione ogni singolo mattone del muro e che si insinuava sicura fra i ripiani dello scaffale e le bottiglie di vino. Restammo entrambi senza parole.

“Sarebbe quella la piccola macchia di umidità di cui mi hai parlato?”, chiese alla fine mia moglie inorridita.
“Sì…”.
“E non ti è sembrato il caso di fare qualcosa, no? Voglio dire… Che diavolo aspettavi? Che ci arrivasse fino nella camera da letto?”. Il tono della sua voce, come accadeva quando si innervosiva, stava diventando sempre più alto e stridulo. La rabbia di mia moglie, o forse dovrei dire il suo schifo, le rendeva odiosa la voce, era una sua spiacevole caratteristica, che per fortuna veniva fuori di rado. Fece un passo indietro uscendo dalla cantina, ma rimanendo sulla soglia, in attesa che io prendessi in mano la situazione.
Mi avvicinai alla macchia, lasciando alla mia destra il tavolo e le sedie che eravamo venuti a prendere e che ancora non sembravano essere state attaccate. Quando fui a circa mezzo metro dal muro sporsi un po’ avanti la testa, per osservare meglio la situazione. La sostanza che aveva preso possesso della nostra cantina sembrava a tutti gli effetti una bava, bianca e schiumosa. Da lontano non si notava, ma aveva un aspetto scivoloso, quasi unto, sembrava composta di miliardi di minuscole bollicine che scoppiavano e si rigeneravano continuamente, come se la macchia si alimentasse da sola, aumentando la propria estensione. Istintivamente ci appoggiai l’indice sopra, per saggiarne la consistenza. Appena il polpastrello ebbe toccato il muro, la macchia si allontanò per alcuni centimetri, quasi volesse capire chi era quell’intruso. Quindi si riavvicinò sicura al mio dito e iniziò a ricoprirlo, prima con circospezione, poi con sempre maggiore sicurezza. Quella bava schifosa stava risalendo per l’unghia e puntava diretta verso la mano. “Ma che cazzo!” urlai disgustato, togliendo subito le dita. La schiuma rimase sollevata per qualche centimetro dal muro, come una vedetta in osservazione, prima di ritornare da dove era venuta, in un tripudio di bollicine.
“Che è successo?”, chiese allarmata mia moglie che mi aveva sentito imprecare.
“Non lo so, giuro. Ma di certo qua c’è bisogno di qualcuno che sappia il fatto suo. Io non so dove mettere le mani”, le risposi mentre iniziavo a riflettere su quale categoria professionale avrebbe mai potuto aiutarci a risolvere un problema tanto strano.
“Ci avrei scommesso”. Disse mia moglie, mentre girava sui tacchi e si dirigeva veloce verso le scale. Spensi la luce e chiusi bene la porta. “Di certo io qua dentro da solo non ci torno”, pensai prima di seguirla.

“E che cazzo!”, esclamò l’idraulico, in piedi davanti alla porta spalancata. Non potevo dargli torto. In soli due giorni la macchia si era ormai estesa a quasi tutta la cantina, mobili compresi (“E tanti saluti al nostro tavolino da balcone”, mi ricordo di aver pensato appena vidi la situazione). La bava si era impadronita anche del soffitto, da quale pendevano qua e là piccoli tentacoli di bollicine spumanti. Orribili stalattiti mollicce e viscide, che intimavano l’alt a ogni possibile visitatore.
“Senta, ma non può vedere se c’è qualche tubo rotto, almeno?”, chiesi all’idraulico, accorgendomi di non credere nemmeno io alle mie parole.
“Tubo rotto? Ma sta scherzando? Io non ho la più pallida idea di cosa sia successo alla sua cantina, ma qua non siamo certo alle prese con un tubo rotto. A meno che qualcuno non si sia divertito a versarci prima dentro qualche tonnellata di idrolitina e di farina”.
“Idro…?”, chiesi titubante.
“Idrolitina! Quella roba che si usava una volta per rendere frizzante l’acqua del rubinetto. Cristo! Ma quanti anni ha lei? Non ne ha mai sentito parlare?”, mi disse ridendo e allontanandosi a passo svelto.
“No, in effetti no”, pensai. Ma non risposi nulla. Mi limitai a seguire l’idraulico, spegnendo la luce e chiudendo la porta. Mentre salivo le scale decisi di non raccontare nulla a mia moglie. Di sicuro non l’avrebbe presa bene.

Casa nostra è la classica villetta monofamiliare nella prima cintura di una grande città. Pian terreno, piano rialzato, piccola mansarda e garage interrato, di fianco alla cantina. L’abbiamo comprata subito dopo il matrimonio e quando abbiamo firmato le carte e stipulato il mutuo non l’avevano nemmeno finita di costruire, cosa che a me e mia moglie creò più di un’ansia notturna, mentre nel letto del nostro piccolo appartamento di città pensavamo alle sciagure più terribili. Da un incidente in cantiere, che rallentasse la costruzione, all’immancabile fallimento della ditta costruttrice.
Quando finalmente ci trasferimmo, un anno fa circa, capimmo subito di aver fatto la scelta giusta. La casa era deliziosa, ampia il giusto per una coppia giovane che ha in mente di mettere al mondo almeno un paio di marmocchi e dotata di un graziosissimo giardino, al centro del quale faceva bella mostra di sé un rigoglioso albero di limoni, orgoglio e vanto di mia suocera, che ci aveva convinti a piantarlo nonostante i nostri dubbi sul clima. “Alla peggio non raccoglierete i limoni, ma pensate al colpo d’occhio nelle giornate estive!”, ci ripeteva sempre. E aveva ragione, perché quella pianta diventò presto il punto più importante e frequentato dell’intero giardino, soprattutto per mia moglie, che aveva preso l’abitudine di sedersi con la schiena appoggiata al tronco, gustandosi quella piccola oasi di ombra durante la lettura di un buon libro. Una pratica che preferiva svolgere in perfetta solitudine. Questione di tranquillità, certo, ma anche di comodità. Quando cercavo di raggiungerla i nostri corpi finivano inevitabilmente per contendersi la poca ombra a disposizione, finché il mio non decideva di arrendersi e di ritirarsi in buon ordine dentro casa, mentre lei, vittoriosa, riconquistava la posizione più comoda.

“Ehi, ma che diavolo è quella roba?”. La domanda del mio amico mi gelò il sangue nelle vene. Gli avevo telefonato un paio di giorni prima, sperando che con le sue competenze di ingegnere edile potesse darmi una mano a risolvere il mistero della cantina, che non visitavo ormai da un paio di settimane. Dopo il primo idraulico ne avevo contattati altri tre, che erano venuti e quasi scappati via a gambe levate adducendo le scuse più improbabili, mentre quella strana macchia continuava ad avanzare inesorabile, coprendo il resto della stanza e arrivando quasi a toccare il legno della porta di ingresso.
Ogni volta che entravo in garage con la macchina non potevo fare a meno di lanciare uno sguardo terrorizzato in direzione della cantina, temendo che prima o poi avrei trovato la porta divelta e gettata a terra, mentre una specie di viscido blob si faceva strada su per le scale, verso il resto della casa. Mia moglie aveva perfino deciso di girare alla larga dal nostro box doppio e di posteggiare subito davanti casa, a bordo strada o nel piccolo parcheggio che dividevamo con le altre villette del quartiere. “Io non so che roba sia quella là, ma non voglio averci niente a che fare, nemmeno per sbaglio!”, mi ripeteva ogni giorno, rispondendo al mio sguardo ironico e dubbioso che la interrogava quando la sera rientrava a casa dalla porta principale. La notte, se mi svegliavo, mi capitava di trovarla con gli occhi sbarrati nel buio e con le orecchie tese, per cogliere qualsiasi rumore sconosciuto col terrore che potesse arrivare dal basso. Giorno dopo giorno il suo viso appariva più stanco e il sonno arretrato le toglieva serenità e lucidità mentale. Non avrebbe potuto andare avanti per molto senza crollare e, quel che è più grave, la sua voce era ormai salita di un’ottava in modo permanente. Un fatto che riuscivo a tollerare con sempre maggiore fatica.
“Quella roba, cosa?”, chiesi al mio amico. Ma seguendo il suo sguardo potei rispondermi da solo. Dalla fessura in alto della porta della cantina, la solita macchia biancastra si allargava su soffitto del corridoio che portava alle scale e che lo divideva dal garage. “Lascia stare, ho visto”, aggiunsi subito dopo, col tono di chi vede avvicinarsi l’inesorabile.
Il mio amico se ne andò un paio di ore più tardi, dopo aver prelevato un piccolo campione di quella strana “schiuma attiva”, come la descrisse lui guardandola da vicino. Staccarne un po’ dal soffitto non fu facile come aveva immaginato, alla fine ci riuscì soltanto con l’aiuto di un piccolo taglierino. “Curioso”, commentò lui, mentre io lo osservavo muoversi col suo stile professionale e sicuro, in piedi su uno sgabello. Quello che non vidi fu la macchia, che sembrò quasi voler inseguire il campione staccato, sollevandosi per alcuni centimetri dal soffitto, prima di allargarsi decisa verso le scale, con una rapidità che mi avrebbe sicuramente stupito e preoccupato.

“Acqua. Pura e semplice acqua. Di qualità piuttosto pura, oltretutto”. La voce del mio amico arrivava leggermente metallica, mentre mi snocciolava al cellulare tutti i valori delle analisi che aveva fatto fare da un suo amico biologo con cui aveva lavorato alla costruzione di un ponte in una riserva naturale e che a quanto pare gli doveva un favore. “Meglio non sapere quale”, pensai.
“Acqua?”, ripetei dubbioso. Forse non avevo capito bene.
“Esatto! Microbiologicamente pura, senza inquinanti e con un ottimo residuo fisso. Guarda, mi hanno perfino detto che volendo potresti anche berla, se fosse allo stato liquido ovviamente. Cosa che non è… Ma insomma, niente di cui dovresti preoccuparti”.
Stavo ufficialmente perdendo la pazienza. “Scusa, mi stai prendendo per il culo?”.
“Che dici? Certo che no! Come ti viene in mente”.
“Niente di cui dovrei preoccuparmi! Ma che cazzo dici? L’hai vista come è ridotta la mia cantina? Non ci possiamo nemmeno più mettere piede. E il corridoio delle scale? E il garage? Lo sai che da un paio di giorni la macchia è arrivata anche al garage? Lo sai?”. Ormai stavo urlando al telefono. Non riuscivo a calmarmi.
“No, non lo sapevo… Ma almeno non è niente di tossico, no?”. Michele stava cercando di calmarmi, lo capivo. Ma minimizzare la situazione non mi avrebbe aiutato.
“Acqua… E del fatto che sembra una schiuma impazzita, capace di muoversi come una cosa viva? Di questo cosa dice il tuo amico? Che ne dici TU?”.
“Non ci sono ipotesi. Dopo un po’ che il campione è rimasto separato dal resto è tornato a essere pura e semplice acqua. Due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, niente di più… Quanto a me, non so davvero che dirti. Non hai falde acquifere vicino e la casa sembra non avere problemi strutturali. Non ci sono discariche nel raggio di 30 chilometri e nel terreno non ci sono agenti inquinanti o patogeni. In una parola: boh!”.
“Boh, dici? Sai una cosa? Andatevene a fanculo, tu e il tuo amico!”. Il silenzio scese sul mio cellulare e dentro il mio cervello. Mentre quella cosa d’acqua, due piani più in basso, era come se la sentissi crescere ancora, senza esitazioni.

Due settimane, più tardi, mia moglie se ne andò. Fu un venerdì mattina, verso le undici. Io avevo appena finito di urlare al telefono con i tecnici dell’agenzia per la protezione dell’ambiente, cercando inutilmente di convincerli a fare un’ultimo sopralluogo, questa volta attrezzati con delle tute che gli permettessero di esplorare in sicurezza il garage e la cantina. Di visite ne avevano fatte già due, entrambe concluse con l’ennesima analisi di un campione di pura e semplice acqua, “microbiologicamente pura, senza inquinanti e con un ottimo residuo fisso”.
“Con tutta probabilità si tratta di qualcosa legato alle fondamenta”, avevano azzardato, ma non ne avevano la più pallida idea nemmeno loro. Intanto la macchia aveva invaso le scale ed era arrivata fino al piano terreno, infilandosi come una serpe pallida e maligna fra le vie di fuga delle piastrelle di cotto fiorentino della cucina. Fu a quel punto che mia moglie se ne andò. Attese che io finissi di parlare al telefono prima di comunicarmi la sua decisione. Il suo sguardo esprimeva paura e delusione, per una situazione che ormai ci era totalmente sfuggita di mano e per me, che non ero stato in grado di fare nulla per risolverla.
“Quando pensi di tornare?”, le chiesi mentre caricava un paio di borse sulla macchina, posteggiata sul margine della strada davanti casa.
“Non lo so. Vado dai miei, mi ospitano per qualche giorno, poi si vedrà. Prima risolvi questa cosa prima mi rivedi”, mi disse, mentre i suoi occhi arrossati e stanchi mi osservavano di sbieco, come se fossero incapaci di sostenere il mio sguardo.
Nessun bacio, nessun abbraccio, neanche una carezza fece da sfondo al nostro saluto. La guardai allontanarsi in macchina. Mentre sotto i miei piedi, se fossi stato abbastanza sensibile da rendermene conto, piccole vibrazioni sotterranee indicavano che la macchia era più viva che mai e sapeva esattamente che cosa fare.

Di notte mi capita spesso di avere sete. È così da quando sono piccolo, mi sveglio con la bocca riarsa e devo assolutamente bere, anche se questo significa abbandonare il tepore confortante del letto, alzarsi e affrontare un viaggio al buio ricco di insidie e spigoli da evitare. La notte dopo che mia moglie se ne andò mi successe di nuovo. Lanciai un’occhiata impiastricciata alla radiosveglia e mi accorsi che non erano nemmeno le tre. La tentazione di lasciar perdere e provare a riaddormentarmi stava per avere la meglio, anche se, inghiottendo, la mia gola sembrava emettere lo stesso rumore di un’unghia passata sopra un foglio di cartavetro a grana grossa.
Facendomi violenza riuscii a mettermi seduto sul bordo del letto e appoggiai i piedi nudi sul nostro bel parquet in mogano. Ormai avevo rinunciato a cercare le ciabatte, le abbandonavo dove capitava la sera prima e non mi ricordavo mai il posto esatto. Sbadigliai e rimasi a bocca aperta, quando le piante dei miei piedi captarono qualcosa che proveniva dal piano di sotto. Niente di più di una piccola vibrazione, come qualcuno che grattasse piano sul soffitto del pianterreno. “Ma che cazzo…”, esclamai fra i denti, restando in ascolto con i piedi e le orecchie. Niente, nessun rumore, nessuna vibrazione. Probabilmente mi ero sognato tutto, uno scherzo del dormiveglia. Stavo per coricarmi di nuovo quando la sentii un’altra volta, più forte e nitida di prima. Non c’erano più dubbi, qualcuno stava davvero grattando sul soffitto del salotto.
Balzai in piedi e mi guardai intorno. La stanza era la stessa di sempre, buia e familiare. Ma il rumore che proveniva sempre più forte dal pavimento le conferiva un’aria strana, quasi minacciosa. Agguantai i pantaloni della tuta che la sera prima avevo lanciato su una sedia e li indossai rapidamente, inciampando come sempre nei miei stessi piedi e finendo quasi lungo disteso per terra. Raccolsi le ciabatte, lasciate in un angolo della stanza, le indossai e aprii la porta, dirigendomi verso le scale. Fuori dalla camera da letto il suono che mi aveva svegliato si percepiva in modo ancora più chiaro. Ma più che grattare, sembrava che qualcosa stesse strusciando da qualche parte nella casa. Arrivato quasi in fondo alle scale, mi misi a cercare nel buio l’interruttore del lampadario della sala. Quando lo trovai ci rimasi con la mano sopra per qualche istante e con gli occhi fissi verso il soffitto. Nel buio della stanza qualcosa sembrava stagliarsi con chiarezza sul soffitto. Qualcosa di bianco, in movimento. Pensai subito alla mostruosa macchia che stava lentamente prendendo possesso di quella che una volta era una graziosa villetta a schiera della prima cintura di Torino, ma mi feci coraggio appigliandomi alla mia razionalità. Solo ieri mattina era ancora relegata alle scale del piano interrato, non avrebbe mai potuto avanzare con tanta velocità. Quando accesi la luce capii che la ragione questa volta non era più dalla mia parte.
Quella macchia biancastra e spumeggiante, quella pura e semplice acqua “microbiologicamente pura e con un ottimo residuo fisso” aveva invaso tutta la sala, nascondendo alla mia vista i quadri e i mobili che con tanto orgoglio avevo scelto insieme a mia moglie, seguendo i consigli di un designer finlandese pubblicati da una famosa rivista di arredamento. In piedi di fronte a quella cosa bianca e inarrestabile mi sembrava un ricordo appartenente a un’altra vita. Scesi gli ultimi due gradini e mi ritrovai con i piedi immersi fino al malleolo in una poltiglia viscida e fredda. Abbassai lo sguardo meccanicamente. Alcuni piccoli tentacoli pieni di bollicine si sollevarono dal pavimento e iniziarono ad arrampicarsi con movimenti sinuosi intorno ai miei polpacci. Non riuscivo a staccare lo sguardo da quella bava schifosa, che continuava a salire. Quando arrivò all’altezza del mio inguine non mi sembrava nemmeno più fredda, anzi mi dava quasi una sensazione piacevole, come una carezza ritmica e dolce, desiderosa di cullarmi e portarmi con sé in qualche posto meraviglioso.
La schiuma mi avvolse le spalle come un mantello protettivo e massaggiò il mio collo come una mano esperta, salendo da dietro sulla nuca e scendendo giù per il viso. Ricordo ancora quello che pensai quando mi coprì gli occhi come il velo trasparente di un candido foulard di seta, attraverso cui potevo vedere il mondo con occhi diversi, tutti nuovi. Mentre il mio corpo veniva sollevato da tera e trasportato verso le scale che andavano in cantina, mi tornò in mente un ricordo di quando ero bambino. Mio padre mi aveva portato in piscina per insegnarmi a nuotare e quando presi dimestichezza con l’acqua e mi sentii abbastanza sicuro, trattenni il respiro e mi sedetti sul fondo della vasca, nel punto in cui era più bassa e mi sarebbe bastato alzarmi in piedi per rimettere la testa fuori e respirare in tutta sicurezza. Là sotto provai una sensazione di assoluta serenità, mi divertivo a guardare il mondo esterno con gli occhi aperti, come un pesce, per cercare di indovinare la natura di quelle sagome contorte dall’acqua e dalla rifrazione della luce. Poco sopra di me c’era tutto il mondo che conoscevo, ma che mi divertivo a scoprire di nuovo come un pianeta sconosciuto. Finché la mano forte di mio padre interruppe quel gioco e mi riportò a galla. Avvicinandomi al muro della cantina, proprio dove una volta c’erano le nostre bottiglie di vino, pensai che non sarebbe stato male se qualcuno fosse venuto a tirarmi fuori anche questa volta. Ma mio padre non c’era più e avevo imparato da un pezzo a cavarmela da solo. Finora, almeno.

Quando mia moglie tornò a casa, qualche giorno dopo, si stupì di trovare tutto in ordine. Aveva telefonato parecchie volte nei giorni precedenti per sapere come stavo e come stavano andando le cose, ma il telefono aveva suonato a vuoto e ogni volta che gli squilli cessavano tutto appariva irreale e fuori posto. Entrò in salotto e provò a gridare il mio nome, prima di addentrarsi in cucina. Fece un salto al piano di sopra, ma anche là non c’erano segni di vita. A esclusione di un asciugamano buttato per terra in bagno e delle lenzuola sfatte in camera da letto. Da buona maniaca dell’ordine rimise a posto quei pochi particolari dissonanti e scese di nuovo al piano terra, dirigendosi verso la cantina.
Percorse gli scalini che portavano di sotto con estrema cautela, fermandosi ogni due o tre passi e provando a chiamare il mio nome, sempre senza successo. Dal corridoio buttò un occhio al garage, lindo e ordinato come se fosse appena stato pulito. Non aveva nessuna voglia di entrare in cantina, il ricordo dell’ultima volta che ci aveva provato le faceva ancora venire i brividi, ma adesso doveva sapere come stavano le cose, era più forte di lei. Girò la maniglia della porta e la aprì lentamente, prima di accendere la luce.
La lampadina a risparmio energetico illuminò fioca una stanza assolutamente normale. Il tavolo e le sedie da giardino in un angolo, ancora coperte dal telo di plastica a fiori che avevamo usato l’autunno precedente, gli scatoloni con i libri che avevamo abbandonato esausti alla fine del trasloco, in attesa di comprare una libreria in linea con i dettami dell’arredamento finnico, e lo scaffale con le bottiglie di vino buono sul muro opposto all’ingresso. Mentre la luce si faceva più intensa, tutto appariva in perfetto ordine, senza nemmeno l’ombra di qualche remota macchia di umidità. “Ah! Bravo! Ero certa che avrebbe sistemato tutto!”, esclamò mia moglie con orgoglio. “Sapevo che andarmene era la scelta giusta. Basta metterlo alle strette e riesce a fare qualsiasi cosa”. Quando si girò per uscire le cadde l’occhio sulle mie ciabatte, abbandonate per terra una capovolta sull’altra, proprio vicino all’uscio. “Se solo non fosse così distratto…”, pensò lei, prima di spegnere la luce e chiudere la porta.

Vaìa

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