Di carcere, indulto e grida di dolore

Immagina di avere una macchina a cui si rompa periodicamente il motore. Perché ha percorso troppa strada, perché ha bisogno di pezzi di ricambio o perché, semplicemente, non ce la fa più. Nella peggiore delle ipotesi dovresti buttarla via e prenderne una nuova. Nella migliore, dovresti farla vedere da cima a fondo da un meccanico di quelli bravi. Di quelli che ti fanno spendere, ma che poi, una volta che ti rimetti in viaggio, ti fanno capire di non aver sprecato i tuoi soldi. E invece tu che fai? Ti fermi, spegni il motore e la lasci riposare. Finché non sarà in grado di trasportare ancora un po’ di gente, fino al prossimo stop.

Un comportamento idiota. Se non fosse che è esattamente quello che accade in Italia, con la questione del sovraffollamento delle carceri. Il sistema è allo sbando. I detenuti vivono in uno stato spesso disumano e la “macchina” del sistema carcerario nazionale è sempre a un passo dalla rottura definitiva. Eppure non facciamo nulla. Spegniamo il motore e facciamo scendere un po’ di gente. In attesa di ripartire, nelle stesse condizioni di prima.

Non lo dico io. Lo dicono i numeri.

Secondo l’ISTAT, al 31 dicembre 2011 gli istituti di pena italiani ospitavano circa 66.900 persone, contro una capienza ufficiale di 45.700 posti, che altri addirittura stimano in soli 37.000. E negli ultimi 11 anni, la popolazione carceraria ha subito un aumento del 25,8%. Un quarto di persone in più che sono finite in galera, in circa dieci anni. Assassini? Mafiosi? Pedofili? Certo, anche. Ma non solo.

Se si vanno a vedere le statistiche, infatti, si scopre che “l’Italia è al terzo posto, dopo Ucraina e Turchia, per numero di detenuti in attesa di primo giudizio: sono 14.140 su un totale di 67.104, pari al 21,1%”. Persone che non hanno ricevuto una condanna definitiva in tutti i gradi di giudizio, cioè, ma che sono in carcere per scongiurare il pericolo che fuggano o inquinino le prove.

Sempre secondo il rapporto ISTAT “le violazioni della normativa sugli stupefacenti rappresentano la tipologia più diffusa di reati per i detenuti presenti (27.459)”. Inoltre, “il 25 per cento circa della popolazione carceraria ha problemi di droga [..] ma solo uno su sei riesce ad accedere a percorsi in comunità, che pure sono in diminuzione. Secondo un rapporto del Forum Antidroghe e di altre sigle, nel 2012 un detenuto su tre è entrato in cella per detenzione di droga”. Grazie a quanto stabilito dalla legge Craxi-Jervolino-Vassalli oltre 20 anni fa (L. 162/1990) e rinforzato dalla Fini-Giovanardi (L. 49/2006).

Non dimentichiamoci la questione immigrazione. Secondo l’ISTAT dal 2000 la percentuale dei detenuti stranieri è passata dal 29 al 36% e “tra i detenuti entrati in carcere dallo stato di libertà gli stranieri rappresentano il 43%”. L’influenza della Legge 189/2002, meglio nota come Bossi-Fini, è in questo caso lampante. Istituendo il reato di clandestinità, la legge ha di fatto contribuito all’esplosione demografica delle carceri italiane. Oltre che ad alcune mostruosità etiche, come quella di perseguire per favoreggiamento chi salva un immigrato che sta annegando.

Quindi, riepiloghiamo.

Le carceri scoppiano. Nella migliore delle ipotesi ci sono 21.000 detenuti di troppo. Nella peggiore 30.000. La maggior parte sono immigrati clandestini, persone con problemi di droga o in attesa di giudizio. Una situazione esplosiva, che nel 2011 ha portato a 63 suicidi, oltre 1.000 tentativi di suicidio e 5.600 atti di autolesionismo.

Si vuole estirpare questa mostruosità? Perfetto, sono d’accordo. Vogliamo dare un primo segnale e agire nell’immediato con un provvedimento, come si dice oggi, “svuotacarceri”? Un indulto? Un’amnistia? Mi va bene. Io non resto insensibile alla situazione e nemmeno al grido di dolore del Presidente Napolitano. E non sto nemmeno a fare dietrologia pensando che possa esserci l’interesse, nemmeno troppo velato, di salvare le terga a qualche famoso condannato (lui sì, per via definitiva).

Voglio fidarmi, per una volta. Per questo dico che l’indulto, da solo, non serve a nulla, anzi è dannoso. Volendo restare sulla cronaca di questi giorni, posso dire che la penso proprio come Renzi: “Non è serio, non è educativo e non è responsabile”. Perché o ci decidiamo, subito, a cambiare o a far riparare sul serio la macchina o tutto si ridurrà all’ennesimo sfoggio di piume nel pollaio politico nostrano.

I numeri, infatti, ci dicono ben altro. Per esempio che la repressione, in materia di droga come di immigrazione, ha fallito. E che se continueremo a sbattere in galera chi fa uso di droghe o chi cerca di arrivare nel nostro paese clandestinamente, in capo a pochi anni ci ritroveremo esattamente al punto di partenza. Col rischio di non avere più sotto mano un galeotto eccellente che tenga accesa l’attenzione dei media.

Giorno dopo giorno gli immigrati clandestini moriranno cercando di approdare sulle nostre coste e le persone continueranno a fare uso di droghe, come hanno sempre fatto. E tutti quelli che avranno la sfortuna di essere beccati continueranno a stare impilati uno sopra l’altro in strutture sempre più piccole e fatiscenti. In piena e democratica ipocrisia.

Vaìa

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