Kill yourself to never, ever stop

Una volta guardavo la gente correre e mi sembravano tutti buffi. Mezzi matti che non avevano di meglio da fare che mettersi un paio di scarpette e saltellare nei parchi, faticando come degli ossessi. Magri e allampanati, ciccioni sudati o atleti scolpiti, consapevoli della propria forza. Un curioso spettacolo umano, che mi interessava giusto il tempo di qualche boccata alla sigaretta, seduto su una panchina.

Oggi a chi mi chiede perché corro, dopo dieci anni di fatiche su per parchi, strade e campagne, rispondo con un laconico: “Perché mi piace”. Meglio non lasciarsi troppo andare nel raccontare le proprie emozioni, è la mia regola di vita da sempre.
Ma è ovvio che non è vero. Correre è molto, molto di più. E se divento retorico, pace. Lo sport è retorica. Perché correre è morire e rinascere in una volta sola. È sentire la fatica che ti avvolge ed essere più forte del desiderio di fermarsi. È la precisa consapevolezza di esistere in perfetta armonia, qui e ora, mentre il mondo ti passa intorno in silenzio o con la colonna sonora di qualche canzone che ami e che risenti ossessivamente, chilometro dopo chilometro.

Così è da sempre e sempre resterà. Ogni volta che mi sono dovuto fermare il mio primo pensiero è stato “quando potrò tornare a correre?”. Dopo qualche malanno più o meno grave, dopo l’operazione al ginocchio di qualche anno fa. E soprattutto dopo l’indimenticabile 2011, quando per la prima volta in tutta la mia vita mi sono chiesto se davvero avrei mai potuto tornare a correre di nuovo. Il che, a ben vedere, la dice lunga sulla mia sanità mentale, vista la situazione. Ma correre è una condizione di normalità per me. Se non riesco vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Così ogni volta sono tornato. Dopo ogni singolo problema, grande o piccolo, dopo aver atteso che le cartilagini del mio ginocchio destro si riposassero per qualche mese. Perfino adesso, dopo che il mio corpo è stato aperto e ricostruito dal di dentro, prima di essere martellato dalle cure. Ogni volta ho passato giorni su giorni con un unico pensiero: tornare a correre. Tornare a sentirmi libero, vitale, felice, stanco, sudato, dolorante, provato dai crampi e dal mal di schiena. Secco, svuotato. Ma vivo. Sereno e in pace.

Domenica 22 aprile, quando mancavano più o meno due chilometri all’arrivo dei miei primi dieci chilometri di gara da una vita a questa parte, ho finalmente riassaporato quel senso di annullamento totale che solo la corsa mi sa dare. Quella sensazione di superare una barriera, quella della propria paura e dei propri limiti fisici, che divide le vite di chi corre da quelle degli altri normali bipedi umani.

Quella barriera dopo la quale tutto è dolce e il dolore non esiste più, perché senti di avercela fatta ancora una volta, dall’inizio alla fine. Perché senti di essere ancora una macchina pulsante, nonostante tutto. Perché quei dieci chilometri, che una volta percorrevi quasi senza sforzo, sono diventati una maratona intera. Una vita intera. Una vita, la tua, che vuoi ancora onorare con la disciplina, la fatica e la voglia di arrivare fino in fondo. Perché come disse una volta Jesse Owens: “Il miracolo non è essere giunto al traguardo, ma aver avuto il coraggio di partire”.

Vaìa

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One thought on “Kill yourself to never, ever stop

  1. E’ dopo, in quell’istante che segue l’orgasmo, quando tutto si placa, quando vorresti non aver smesso di fumare per gustarti “quella” sigaretta, è in quel momento che ringrazi Dio che il marito sta ancora correndo la sua Gran fondo della Valchiusella e si sente tanto bene…

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