Poliziotto buono. Poliziotto cattivo.

Venerdì è il giorno dell’oxaliplatino.  La coda dei pazienti si smaltisce in fretta. Tutti sono stati registrati il giorno prima e non hanno più bisogno di parlare col medico per capire come sta andando la terapia o come reagisce il loro corpo. Si devono solo sedere, offrire il braccio o la cannula e lasciar fare agli infermieri. Io la cannula l’ho rifiutata. Preferisco farmi bucare ogni volta, piuttosto che avere un’appendice di plastica che mi spunta dal petto, a farmi sentire più malato di quel che sono. Mi tolgo il giaccone, mi siedo su una delle tante poltroncine verdi in finta pelle disponibili, di solito la più isolata, e aspetto l’infermiere per l’iniezione. Sembra il locale di un grande parrucchiere, anche se non proprio alla moda. Mancano però i caschi per la permanente, sostituiti dai bracci metallici per le flebo. Molti leggono, qualcuno parla. Altri guardano nel vuoto o sonnecchiano. Due stanze più avanti ci sono i letti dove riposano quelli più malati o stanchi. Alcuni li vedevo solo poche settimane fa, seduti qua con noi.

Lo schema terapico lo conosco a memoria. Dopo la seduta del giovedì, due ore di terapia e almeno tre di attese varie, il venerdì tutto dura circa quattro ore, tutte soltanto di farmaci, dalle 9 alle 13 più o meno. Si inizia con il classico antipasto di protettore gastrico e antiemetico, 10 minuti circa, si prosegue con una vellutata di cortisone, per evitare il rischio di reazioni allergiche, e si passa al piatto forte: l’oxaliplatino, appunto. La cui infusione, lentissima, dura da sola circa tre ore. Il tempo di un film e un buon pezzo di libro. Per dessert, un lavaggio che sciacqua le vene e riduce il rischio di infiammazioni. Un’altra decina di minuti. Dopo è finito tutto e ci si può alzare belli pieni, senza nemmeno preoccuparsi del conto.

Quando arrivano, gli infermieri sono sempre sorridenti. Fanno qualche battuta, chiedono notizie delle famiglie o dei figli e ti bucano con professionalità e leggerezza, infilando sullo spiedo il primo sacchetto. È a quel punto che mi pianto le cuffie dell’iPad nelle orecchie e lancio un film, staccando la spina al cervello. Non voglio sentire parlare nessuno, non voglio veder gesticolare nessuno. Per le prossime ore la mia attenzione sarà catturata soltanto dalla goccia che scende lentamente dalla flebo, in attesa di veder dissanguare il sacchetto e poter chiamare qualcuno che metta su quello successivo. Intorno a me ci sono i soliti compagni di viaggio. Ormai ci conosciamo. Come sempre sono intenti a scambiarsi confidenze, indicando le diverse parti del corpo in cui sono stati colpiti: il petto, la pancia, la gola. Manca Mr “L’hanno aperto e richiuso”. Oggi non l’ho ancora visto, sarà in ritardo. Non ne voglio sapere niente. Guardo il display e ascolto meccanicamente i dialoghi del film. Non sono mai stato un fan del mal comune mezzo gaudio. Per me mal comune significa solo paritario e solenne giramento di coglioni. Niente di cui sentirsi sollevati.

Ieri, come tutti i giovedì, era il giorno della gemcitabina. La gemcitabina è un farmaco molto utile, soprattutto se assunto – così almeno dicono – in coppia con l’agente oxaliplatino. Sono un po’ come gli Starsky e Hutch delle terapie chemioterapiche adiuvanti, solo molto più arrabbiati e vendicativi. Arrivano, uno tiene ferma la cellula in mutazione, l’altro le spara dritto in fronte e via con la prossima. E se non ci sono, e nel mio caso nessuno lo sa se ci siano sul serio, loro sono talmente cazzuti che prendono a sberle tutte quelle che anche solo lontanamente si azzardano a mutare o rigenerarsi. Insomma, nel dubbio prima ammazzano e poi chiedono “chi è?” Poco importa che siano pacifiche cellule intestinali – ho scoperto che nel corpo sono fra quelle che si rinnovano di più, per quello poi si sta così male – o qualche innocua cellula che passava da quelle parti, così, solo per farsi un giro.

Se in coppia sono feroci, presi singolarmente gemcitabina e oxaliplatino hanno comunque caratteristiche personali molto particolari. La gemcitabina, per esempio, si diverte a strozzarti. È la sua specialità. In pratica ti senti come se le mucose della gola e della laringe si gonfiassero e iniziassero a chiudersi. Non è chiaro se sia vero o solo un’impressione. Sta di fatto che se nelle prime sedute il problema era più leggero, ora è diventato pressante. L’ultima volta, per esempio, ho fatto davvero fatica a tenere sotto controllo il panico, dal momento che non riuscivo più a inghiottire nemmeno l’aria. Insomma, la gemcitabina in fin dei conti è un po’ il poliziotto buono della coppia. Minaccia, sbraita, ma non ti colpisce duro davvero. O almeno si sforza di farlo solo il necessario e con educazione.

No, il cattivo, quello cazzuto sul serio, è l’oxaliplatino. È lui quello che si lega con il dna delle tue cellule e che le distrugge dall’interno. È lui l’esperto in contro spionaggio molecolare. Ed è lui quello che ti regala – com’è che hanno detto quando hanno iniziato a elencarmi tutti gli effetti collaterali? – dei disturbi “di carattere neurologico”. No, dico: neurologico. L’oxaliplatino ti sballa il cervello, amico. Ti fa sentire cose che non esistono. Le dita, per esempio. Ti intorpidisce le dita delle mani e dei piedi. Una volta che entra in circolo, le tue estremità si addormentano e non c’è verso di svegliarle. Avete presente la sensazione di afferrare le cose con le mani di qualcun altro? Ecco, proprio quello. Hai delle estremità prensili attaccate ai polsi, che governi e muovi a piacimento. Ma che non sono tue. Sono morte, stop. Stessa cosa coi piedi. Sembra di camminare su una nuvola, il che sarebbe anche piacevole, se non fosse che la nuvola non c’è e tu ti ritrovi a piedi nudi sui vetri e non te ne sei nemmeno accorto.

Poi c’è la questione del freddo. A contatto con una superficie fredda o con dell’aria fredda o con dell’acqua fredda, insomma con tutto quello che ha meno di 15 gradi, le tue mani sembrano infilzate da miliardi di minuscoli spilli. Come quando ti si addormenta un piede, hai presente? Solo moltiplicato per mille, sia per intensità che per numero di fitte. Roba che se non stai attento ti cascano bottiglie e bicchieri di mano. E la cosa più divertente è che ti capita anche in bocca. In pratica devi alimentarti solo di cose calde, altrimenti – scusate se tendo a ripetermi – ti sembra di strozzarti, con la lingua, il palato e la gola trafitti da una decina di spade. Ovviamente, per venirci incontro, madre natura ha deciso di scatenare uno degli inverni più freddi di sempre. Così con le spade ti ci tocca convivere sempre, anche in casa e con il riscaldamento al massimo.

E per finire c’è anche la questione delle vene. “Si faccia mettere una cannula per la terapia”, mi dicevano. “Conviene, così i farmaci entrano direttamente in circolo e non le roviniamo le vene”. Rovinarmi le vene? A me? Guarda, amico mio, che io ho sempre avuto tipo delle canaline pulsanti sulle braccia. Le mie vene sono la gioia di ogni infermiere. Fin da piccolo, ogni volta che mi portavano a fare un esame del sangue era tutto un susseguirsi di “Ma che belle vene che hai!”, “Come si vedono bene!”, “Magari fossero tutte così!”. Butta via ‘sta cannula, io non ne ho bisogno e di sicuro non ne hanno bisogno le mie vene. Oggi però, all’ultima seduta, quando dopo due gocce di farmaco il mio braccio ha iniziato a bruciare dal polso fino alla spalla come se gli avessero dato fuoco, un po’ mi sono pentito di essere stato così sicuro di me. D’altro canto me lo aspettavo. Sono almeno cinque o sei sedute che ogni quindici giorni alterno le braccia per la flebo e ormai me ne servirebbero almeno altre quattro per trovare una soluzione e sfilarmi un po’ di lame dal corpo.

Così provo a concentrarmi sul film, ignoro tutto quello che mi accade. Lascio da parte la nausea che inizia a montare, il bruciore alle vene, le dita insensibili, i piedi tagliati alle caviglie, l’intestino che si contorce come se una mano invisibile lo stesse spremendo da dentro e le facce tristi dei miei compagni di viaggio (mano alla gola, occhi chiusi; mano al petto, sorriso tirato; mano alla pancia, sguardo a terra). Lascio perdere tutto. Perché oggi è il 27 gennaio 2012 ed è la mia ultima seduta. Da cinque mesi a questa parte non ne ho saltata una, a quanto mi dicono è una specie di record. Il mio sangue è sano come non mai e gli esami sono puliti come la coscienza di un bebè. Altro non mi importa. Fra tre ore mi toglieranno questo ago dalle vene per l’ultima volta, mi alzerò, ritirerò tutte le mie scartoffie e mi avvierò all’uscita. Fuori, come sempre, ci sarà mio padre. Un sorriso, un abbraccio e potremo andarcene a mangiare insieme. L’ultimo pasto decente, prima dell’ennesima settimana di fatica e schifo. L’ultima settimana di fatica e schifo. Ancora non so dove andremo, forse in pizzeria o a mangiarci un hamburger slow food. Di certo so cosa non dovrò bere: niente bibite gelate. Sembra facile, ma non è mai semplice trovare bevande fuori frigo a Torino, anche d’inverno e anche a cinque gradi sottozero. Quando esco in strada la prima lama mi entra nel naso, seguita da altre sotto gli occhi e nelle dita, attraverso i guanti di lana. Mio padre è pochi passi oltre la porta a vetri, loden verde, sciarpa sul naso e cappello ben calcato sulla fronte. Lo guardo e non mi sembra vero. Ho finito.

Vaìa

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