Scheda più, scheda meno (meno, meno, meno…)

Hanno imbrogliato? Non hanno imbrogliato?

Io la notte elettorale me la ricordo. Ricordo la mia paura, ancor più grande considerata la sicurezza di vincere che avevamo prima. Ricordo le loro facce tronfie, geneticamente corrotte, tracotanti. "Attendiamo gli ultimi dati", dicevano. Mentre il panico si diffondeva a ogni sforbiciata al margine di vantaggio del centro sinistra.

Alla fine da un vantaggio pronosticato di circa il 5% abbiamo vinto per venticinquemila voti, più o meno. Ad annunciarlo alla piazza in trepidante attesa è stato Fassino, che solitamente allegro non è, ma che per quell’occasione era davvero teso come una corda di violino. Solo che ora abbiamo al Senato una maggioranza tanto ridicola da dover confidare nella longevità di bisnonna Montalcini.

Insomma, secondo me ci hanno provato eccome e ci sono quasi riusciti. Le prove? Stanno nelle schede bianche che sono state fatte sparire dopo il voto. Ne hanno parlato [tag]Deaglio[/tag] e [tag]Annunziata[/tag] domenica a "[tag]In 1/2 H[/tag]". Ne riparleranno domani quelli di [tag]Diario[/tag] nel nuovo numero e nel Dvd allegato ("Uccidete la democrazia"). Entrambi da non perdere assolutamente.

Vaìa

Peti informativi

Scrivo poco in questi giorni. E forse vivo ancora meno, sempre che si possa intendere come vita un ragionavole lasso di tempo passato senza preoccupazioni pseudo-professionali (per il lavoro nauseante che c’è oggi e per quello ideale e strepitoso che vorrei ci fosse domani) e con la mente sgombra da comunicati stampa da scrivere, conferenze da organizzare, inutilità da promuovere.

Mi rendo conto che ci sono giorni in cui odio questo lavoro. Per esempio quando sono costretto a passare ore nel difficile tentativo di convincere i media della bontà di manifestazioni che ai loro occhi rischiano di non avere niente da dire se il semplice fatto che esistono. Con committenti convinti che tutto gli sia dovuto e che la stampa (planetaria, s’intende) non attenda altro che un loro peto per lanciarsi all’inseguimento della fiatella. Che poi in quello che fanno non ci sia una "notizia" neanche a pagarla… beh, è qualcosa che non li tocca.

Per non parlare delle decine di persone che ti seguono, ti parlano, ti interrompono, ti chiedono lumi, consiglio, consulenze. Hai parlato con tizio? Hai sollecitato caio? Che dice sempronio? Approvazioni, conferme, correzioni, linee gerarchiche, mail in copia conoscenza, sottintesi, diplomazie… Non conta nulla essere stanchi, sottopagati, demotivati. Conta solo correre verso il prossimo evento epocale e la prossima corrente d’aria lievemente fermentata al fagiolo, da guidare con maestria nelle narici di chi scrive o racconta il mondo.

Non è sempre così, sia chiaro. E il lavoro che faccio riesce ancora a darmi grandi soddisfazioni. Ma sono sempre meno delle rotture di scatole e delle fatiche fatte. Intanto i giorni passano, la stanchezza si accumula, insieme al giramento di palle. E non ti accorgi nemmeno di portarti i peti a casa dal lavoro e di avvolgere in una nuvola malefica le persone che invece vorresti proteggere e santificare ogni giorno. Non bastano i ventilatori a spazzare via lo schifo. Ci vuole freschezza mentale e fisica. Peccato che siano cose più difficile trovare di un condizionatore d’aria ad agosto. Quando tutti scoppiano di caldo e tu speri ancora di trovare improvvisamente, in qualche recondito magazzino abbandonato, la soluzione elettrica a tutti i tuoi mali.

Che devo fare? Tengo duro? Mando tutto al diavolo? Taccio e spero in tempi migliori? Io lo faccio… ma se poi non arrivassero mai? Non è che siamo tutti dentro una cazzo di fortezza di frontiera nel deserto e nessuno ce l’ha mei detto?

ps
Mentre mi stramazzavo le balle in simili pensieri, negli ultimi giorni se ne sono andati anche due grandi vecchi come [tag]Altman[/tag] e [tag]Puskas[/tag]. Roba che in un mondo in cui calcio e cinema sono sempre più finti e pieni di effetti speciali rischia solo di darti il colpo di grazia. Come un peto o una fiatella informativa, appunto.

Vaìa 

Pensieri umidi

Guarda l’acqua scorrere e si sente meglio. Se l’ansia aumenta lui corre ad aprire tutti i rubinetti di casa, girando le maniglie fino a fine corsa. Ascolta il rumore familiare del liquido che precipita sulla ceramica del lavandino e del bidet, sull’acciaio del lavello Franke della cucina e si sente meglio. L’acqua gorgoglia, si uniforma nel suo scorrere, si avvita su se stessa e si lascia possedere e inghiottire dal buco nero dello scarico. E lui si sente meglio.

Il suo percorso è fissato dall’opera certa e incontrovertibile dell’idraulico, dall’ingegno passato e geometrico di chi ha progettato gli scarichi. Dai collegamenti della città nascosti nel ventre molle della terra, sotto l’asfalto, lontano dagli occhi degli uomini. L’acqua non può fare a meno della via che altri hanno tracciato. Si lascia andare, si arrotola, scompare, si fonde con altra acqua proveniente da case sconosciute. Dagli scarichi di fogna dei condomini di periferia. Dai cessi ornati d’oro delle ville del precollina e dai liquami misti a foglie morte e cartacce dei tombini della strade più sporche. La sua vita è segnata, certa. Non ci sono ripensamenti o imprevisti, non servono prese di posizione, né lotte, né compromessi.

Più ci pensa e più l’ansia sparisce. Perché affannarsi se l’acqua non si preoccupa del suo destino, ma preferisce farsi trasportare a occhi chiusi fino a destinazione? Perché temere a ogni bivio di sbagliare strada, pentirsi delle scelte fatte e rimpiangere quelle da fare, se l’acqua semplicemente accetta il suo destino dalla sorgente al mare? Perché darsi pena, soprattutto se ci si è sempre ricordati di pagare la bolletta dell’acquedotto per poter godere di questa psicanalisi liquida da poche lire?

Perfino a luglio, quando il pensiero delle vacanze imminenti ottenebra ogni raziocinio. O adesso, a novembre, quando il carico di lavoro giornaliero si fa tanto pesante da dimenticarsi ogni cosa? Ecco che corre sul balcone, sfidando l’aria sempre più gelida, per lanciare all’impazzata il getto del lavabo esterno. E mentre aspetta di lasciarsi portare via insieme ai propri pensieri osserva il tubo che resta secco, immobile, morto. Quando esattamente – si chiede – ha iniziato a lavorare tanto da lasciarselo sfuggire di mente?

Vaìa

Mi vendo… Ta-ta-ta!

L’idea è carina, mettere su un [tag]catalogo[/tag] umano (nel vero senso della parola) dove proporsi, con foto e breve descrizione, per ogni utilizzo. Giornalista esploratore o nonna gioviale e spiritosa.

Il progetto si chiama [tag]KataHomo[/tag], nasce in [tag]Piemonte[/tag] e la sua offerta la potete consultare qui.

Quasi quasi metto un annuncio come "tifoso [tag]viola[/tag] preso a schiaffi dalla malasorte e dalla FIGC"…

Vaìa 

Ha d’Avvenire il pallone!

In questi giorni, con l’arbitrato del [tag]CONI[/tag], si è schiuso il cosiddetto scandalo di [tag]Calciopoli[/tag].

Cosa ne pensi è facile capirlo, soprattutto per chi ha letto qualche mio post passato su quanto hanno fatto alla mia [tag]Fiorentina[/tag] negli ultimi cinque mesi. Fra retrocessioni poi rimangiate, perdita della Champions League, penalizzazioni serlvagge ed elemosine miserevoli.

Chiudo ogni ragionamento, schifato oltremisura, segnalando un pezzo di Avvenire.

Come dire, se lo dicono loro ci sarà da fidarsi… o no? Nel frattempo, se volete, potete darmi del "Ratzi-boy".

Vaìa

Munich 1972

[tag]Munich[/tag]. [tag]Monaco[/tag]. Le [tag]Olimpiadi[/tag] del 1972. I volti tesi dalla paura e dall’odio. La consapevolezza della morte che si avvicina. L’inevitabilità della vendetta israeliana. I puri che si contaminano perdendosi nella insensibilità dell’omicidio come strumento per rivendicare la propria giustizia morale.

Nel film di [tag]Spielberg[/tag] c’è tutto questo. Senza un briciolo di retorica. Raccontato con l’occhio lucido di una cinepresa che indugia sugli sguardi, sulle azioni, sulle banalità della morte, sugli imprevisti e sul coraggio idiota di proseguire dando ascolto a un’ideale che si riconosce sbagliato.

Il film l’ho visto ieri, condedendomi due ore e mezzo (eh sì… è lungo) di pura immersione nelle trame del terrorismo arabo anni Settanta. Per ritrovarmi, all’ultima sequenza, davanti all’immagine fissa delle due torri di [tag]New York[/tag] nel 1973. Moloch di acciaio appena edificati, vittime designate di un mondo incapace di cambiare e di ideali che ventotto anni dopo ne avrebbero decretato la fine.

Nella certezza assoluta, allora come oggi, che la guerra sia necessaria e la vittoria sicura, da una parte e dall’altra. Indipendentemente dagli anni che si dovranno passare a uccidersi l’un l’altro. Con la kefiah intorno al collo o la stella di Davide sul cuore.

Vaìa