Potevo girare fino all’alba fra locali e discoteche. Seguire una rassegna non-stop di film ucraini con sottotitolo in uzbeko per sentirmi colto e farmi figo agli occhi delle donne. Potevo parlare del lavoro e del futuro con persone interessanti, sperando – chissà – che ne saltasse fuori qualcosa oltre che il piacere di un momento speso bene. Seguirle nei loro ragionamenti e farmi trovare pronto a ribattere, interessato a ogni particolare.
E se mi sentivo particolarmente ribelle (o tamarro) potevo perfino fare le penne con la vespa nel posteggio deserto di un supermercato, illuminato soltanto da qualche cassonetto in fiamme. O persino passeggiare fino allo sfinimento aspettando l’alba sul bordo del Po, vicino a bottiglie di birra un tempo piene e ragazzotti che smaltiscono la sbornia. Rollandomi una canna e assaporandone il gusto ormai dimenticato.
Invece sono stato con te, abbracciato con te, ancora una volta. Con gli occhi negli occhi e le dita intrecciate fra i tuoi riccioli d’oro. A baciarti sulle palpebre e sulle guance. A sentire il tuo profumo di biscotto fragrante. A stringerti mentre cercavi il sonno e a sentire le tue lamentele perché non arrivava. Avvinto a te come le radici alla terra. E bagnato a tradimento dal calore spesso e improvviso della tua pipì che strabordava fuori dal pannolino.
Prima di ogni altra cosa, forse, avrei dovuto cambiarti.
Vaìa
Descrizione dolcissima, mi ha toccata molto.
Un pò, vi invidio.
Saluti, Francesca