1 X 2


totocalcioC’era questo bar, all’angolo della piazza dietro via Domodossola, dove si giocava al Totocalcio. Mio padre mi dava i soldi per la schedina e io mi mettevo diligentemente in coda, in attesa che l’omino dietro il vetro della postazione Sisal la prendesse e ci appiccicasse sopra una lunga lingua di carta verde pallido (a volte due, una sopra l’altra), utilizzando un vecchio pennellino affogato nella colla. Era il rito laico della domenica mattina, la nostra messa sportiva lenta e solenne. 

Finito di incollarla, il barista la rimirava per bene davanti e dietro. Con l’aiuto di un righello in metallo pieno di tacche ne strappava via un terzo e me lo restituiva insieme al resto, mentre nell’aria si diffondeva un meraviglioso odore analogico di inchiostro e mandorla.

Le partite andavano come dovevano andare. Male, il più delle volte. La sera mio padre ascoltava il montepremi annunciato alla tv e scuoteva la testa. Non abbiamo mai vinto, non ci siamo nemmeno mai andati vicino. E sono certo che nel caso, ci saremmo dovuti accontentare di quote “popolari”. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

Stamattina mi sono svegliato con questo scorcio degli anni Settanta spuntato fuori chissà come dalla mia memoria. E mi ha fatto ridere di gusto, perché era bello e ricco di vita. Sono certo che in qualche modo me lo abbia suggerito tu.

E va bene così.

Vaìa


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