Rosso antico

Il primo colpo raggiunse il Rosso alla schiena, mentre stava camminando in fila indiana con i suoi due compagni, Ottobre e Libero, per il lato ovest della collina. Una pugnalata improvvisa in mezzo alle costole, silenziosa come un’ombra. La vista gli si appannò per il dolore, mentre cadeva nel fango umido e molle di quel marzo appena iniziato. Poco prima di toccare terra un secondo colpo gli finì dritto nel polpaccio destro, appena sotto il ginocchio, mettendolo definitivamente fuori combattimento.
Ottobre fu colpito subito dopo e crollò senza neanche il tempo di imbracciare lo sten che portava a tracolla. Se si girava appena sul fianco il Rosso lo poteva vedere, steso a pochi metri da lui, con gli occhi aperti e l’espressione stupita, come se gli avessero giocato un brutto scherzo proprio quando ne aveva meno voglia. Libero fu raggiunto per ultimo e non appena fu a terra il rumore degli spari terminò di colpo per lasciare il posto a un silenzio irreale.
I colpi, superato il primo momento di sbigottimento il Rosso riusciva a rendersene conto, gli erano piovuti addosso dal lato opposto del campo che stavano costeggiando e con tutta probabilità erano quelli di una mitragliatrice di ordinanza delle brigate nere, accompagnati da qualche raro colpo di moschetto. “Brutta storia” – pensò – “Sta a vedere che oggi ci lascio davvero le penne”.

Marcello Riccardi era sdraiato in un letto dell’ospedale Martini. Il numero 5, stanza 22, quarto piano. Due mesi prima, mentre stava preparando la colazione per sua moglie Roberta, la testa aveva iniziato a fargli male all’improvviso e tutta la parte destra del corpo gli si era come afflosciata. L’ultimo ricordo che aveva di quella domenica mattina era l’odore forte del caffè che invadeva dolcemente la stanza e la voce di Roberta che dal bagno gli raccontava dell’ultima telefonata ai nipotini. In quel preciso istante Marcello Riccardi aveva ottantacinque anni, un portamento ancora invidiabile, due vecchie cicatrici e un ginocchio ballerino, che ogni tanto gli faceva male. Specie quando cambiava il tempo o quando stava troppo chinato sulle gambe.

Ottobre morì quasi subito. Una volta a terra rimase qualche istante a soffiare forte con il naso, la bocca impantanata nella terra bagnata e nel sangue. Poi di punto in bianco ogni rumore che proveniva dal suo corpo cessò, come se gli avessero staccato la spina. Libero gli era poco lontano, a metà strada fra lui e il Rosso. Il colpo di mitragliatrice gli aveva tranciato di netto la spina dorsale, facendolo crollare sulla schiena. Sbatteva piano le palpebre, così lentamente che il Rosso non capiva se lo facesse per proteggersi dal sole o perché ancora non capiva quel che gli era accaduto.
Il Rosso cercò di allontanare il pensiero dalla sorte dei suoi compagni, concentrandosi sui rumori della campagna, che erano tornati a prevalere sul silenzio seguito al concerto per mitragliatrice di poco prima. Fra tutti si poteva distinguere l’abbaiare di un cane, a giudicare dalla direzione quello dei Mascaroli pensò, e lo scrosciare del torrente che avevano superato poco prima di finire nell’imboscata. Una tranquilla mattinata di primavera. Se non fosse stato per quel brusio di voci lontane, che presto si sarebbe minacciosamente avvicinato. Si fece coraggio e si girò non senza dolore sul fianco destro, sollevando appena la testa. “Libero, ehi Libero… come ti senti?”.
“Oh Rosso… non so… non sento male. Ma le gambe non le muovo più. Ho paura Rosso, m’han preso alla schiena. Ho paura di morire e ho paura che non cammino più”. La sua voce era un lamento fatto di angoscia e voglia di vivere. Aveva solo diciassette anni, Libero, e la voce gentile di un ragazzo di città. Si era aggregato alla loro formazione soltanto da un paio di settimane e al Rosso faceva male pensare che avesse lasciato i suoi studi al liceo per finire pancia all’aria con un proiettile nella schiena. Pensare che doveva essere una tranquilla azione di pattugliamento.

“Certo che cammini!. Ma non ci pensare adesso. Se ti può consolare non posso alzarmi nemmeno io. M’han preso alla gamba e alla schiena. Sai che si fa? Si sta qui e s’aspetta che se ne vadano e che qualcuno ci venga a prendere. Va bene?”. “E se non viene nessuno? Dì un po’ Rosso, e se prima che qualcuno ci aiuti quelli vengono e ci finiscono? E se quelli vengono e ci sparano in testa? Rosso!”.
Certo che sarebbero venuti i neri. Rosso lo sapeva che sarebbero venuti. Ma come si può dire a un ragazzo di diciassette anni che la sua vita sta per finire? Senza dubbio, senza possibilità di scampo. Come si può dirgli che è solo questione di tempo? “Non so Libero. Non credo”.
Appena finì la frase gli parve di sentire delle voci in lontananza, sempre più nitide e vicine. Poi rumore di scarponi militari e ordini gridati a mezza voce. Guardò Libero e gli sorrise, perché i fascisti stavano arrivando.

Marcello si era risvegliato due giorni dopo in ospedale, pieno di tubi e cavetti, e ne aveva dedotto di non essere troppo in forma. L’unica cosa positiva è che non sentiva più male al ginocchio, che pure lo aveva tormentato per un’intera settimana, da quando aveva iniziato a piovere.
Era stata la moglie a spiegargli tutto. Gli aveva raccontato di come una vena della sua testa avesse deciso all’improvviso di essere molto stanca e si fosse chiusa su se stessa, impedendo il passaggio del sangue. E di come questo avesse causato la rovina di un’ampia zona del suo cervello,  nell’emisfero sinistro, lasciandolo inerme sul pavimento della cucina e paralizzato per tutto il lato destro del corpo. “Ecco perché non c’ho più male alla gamba”, pensò.
Lui l’aveva ascoltata con attenzione e pazienza. Poi si era spostato con la mano buona la mascherina dell’ossigeno e le aveva fatto una sola domanda, con una voce impastata e confusa che lui stesso aveva stentato a riconoscere. “Per quanto?”.
La moglie lo accarezzò dolcemente sulla fronte e gli diede un bacio sulle labbra, prima di rimettergli a posto la maschera. Come si fa a dire al proprio marito che non camminerà mai più, che dovrà guardare il mondo attraverso il soffitto di un letto d’ospedale e mangiare attraverso un cannello impiantato nello stomaco? “I medici non lo sanno ancora, amore. Bisogna aspettare e sperare”. Pregare no, quello non glielo avrebbe mai detto. Ci avrebbe pensato lei, come al solito.

“Stai zitto e fermo Libero. Dammi retta e non temere”. I passi si erano fatti sempre più vicini. Poi i neri raggiunsero il corpo di Ottobre e gli spararono una raffica addosso. Il Rosso li controllava con la coda dell’occhio, e il rumore del mitra, che aveva spezzato l’aria come un grido, lasciava ben pochi dubbi.
“Sarti, che cazzo stai facendo? Ti ho detto che non dobbiamo sprecare le munizioni. Te lo vuoi ficcare in quella testa di cazzo che ti ritrovi? Non dobbiamo sprecare le munizioni!”. “Scusi Sergente. Mi sono fatto prendere la mano. Colpa di questi comunisti di merda”. L’accento di Sarti non era di quelle parti. Al Rosso sembrava la voce di un uomo avanti con gli anni, forte, rude e spavalda. Chissà perché gli ricordò quella di un amico di Roma che non vedeva da troppo tempo.
“Quante volte ve lo devo dire, eh? Un colpo in testa e via se sono ancora vivi. Un colpo in testa e via”. Evidentemente al sergente piaceva ripetere le frasi per sembrare più autorevole. O forse perché i suoi uomini erano molto stupidi. Da buon comunista il Rosso preferì questa seconda ipotesi. In altre situazioni si sarebbe fatto una grossa risata, ma ora non ne aveva proprio voglia. Se fosse stato da solo tutto gli sarebbe sembrato più facile. Invece proprio di fianco a lui la voce di Sarti si era avvicinata a Stalin. “Stai fermo e zitto, Libero”, pensò il Rosso. Ma lo sapeva che non sarebbe servito a nulla. “Questo è vivo, Sergente!”. Il Rosso chiuse gli occhi. Un colpo e via, Libero non c’era più.
Avrebbe voluto stringere le palpebre fino a farsi scoppiare gli occhi. Mordere il fango e scavarlo coi denti per nascondercisi dentro. Fuggire come un verme nel cuore caldo della terra per non sentire e vedere più nulla. Ma non poteva, perché fuggire gli aveva sempre fatto orrore più della morte. Così aprì gli occhi, per non doversene vergognare.

“Hai visto amore? Hai un nuovo compagno di stanza”, gli disse premurosa la moglie. “Eh già – pensò Marcello – un nuovo arrivo nella camerata. Benvenuto!”. Ma riuscì soltanto a biascicare un sì a mezza bocca. Poi si tirò su, facendo leva con il braccio sinistro per girarsi un po’ e guardare il letto che gli si trovava di fianco. Sopra c’era un uomo, appena più giovane di lui, con il corpo trafitto da mille tubicini e collegato a un macchinario che lo faceva respirare a intervalli regolari. Marcello non poté fare a meno di pensare a un moderno San Sebastiano, martire della scienza medica.
“Cosa…?” mormorò guardando Roberta. “Un incidente. Un’auto lo ha investito mentre tornava a casa e lo hanno già operato tre volte”, gli rispose lei abbassando la voce e avvicinandosi. Poi in un soffio: ” Non sanno se se la caverà, ha sempre emorragie interne. Pensa che il figlio viene a trovarlo tutti i giorni”.

Davanti al Rosso c’era un repubblichino. In piedi e con la pistola spianata gli parve terribilmente giovane, persino un po’ impacciato nella sua divisa nera. Lo guardava fisso negli occhi e sembrava indeciso sul da farsi. Forse era la prima volta che si trovava a dover uccidere un uomo a sangue freddo. Forse addirittura non aveva mai capito realmente cosa significasse dover puntare un’arma contro qualcuno che ti osserva, con gli occhi fissi e lo sguardo fermo di chi ha già reso conto di tutti i suoi peccati. La prima volta faceva sempre lo stesso effetto. Solo l’esperienza permetteva di sbloccarsi.
Il ragazzo era biondo, con gli occhi neri e una fossetta gentile in mezzo al mento. Sulla guancia destra una piccola cicatrice rosa pallido. “Minguzzi, è vivo quello? Dai che voglio tornare in paese… se è morto andiamocene, sennò sai cosa devi fare”. La voce del sergente contribuì ad accorciare ogni attesa. “Un colpo e via”, pensò il Rosso. “Un colpo e via”, ripetè meccanicamente il soldato. Poi fece fuoco.

La notte in ospedale è fatta di rumori diversi e insistenti. C’erano i sussurri delle macchine che elargivano cibo e liquidi con i loro tentacoli trasparenti. I bip freddi dei monitor di controllo. Cuore, pressione, temperatura. E sopra tutto i respiri affannati dei malati più gravi, il soffio ininterrotto che proveniva da quelli con i respiratori o le mascherine di ossigeno e i tanti colpetti di tosse fatti per schiarirsi la gola. I mugugni di chi si lamentava per il dolore o perché non riusciva ad addormentarsi e il russare pesante di chi era crollato in un sonno profondo e senza sogni. Le invocazioni poi, quelle parole mormorate a fior di labbra – Mamma! Dio! Madonnina! – che Marcello detestava con tutto se stesso perché gli stringevano il cuore ogni volta che era costretto a sentirle. Vale a dire tutte le notti, ininterrottamente, da due mesi.
Quella notte, verso le quattro, si aggiunse al solito sottofondo anche il rantolo del suo compagno di stanza. Dapprima forte, poi sempre più debole e fioco. Con qualche sforzo Marcello si girò su un fianco, come aveva imparato a fare. Sull’altro letto un paio di occhi neri lo guardavano sbarrati e pieni di paura. Come un urlo muto. Più sotto il sacchetto delle urine si stava riempiendo velocemente di sangue e nel giro di qualche minuto era già tanto colmo da scoppiare.
Calcolando il tempo passato dall’ultimo giro, Marcello valutò che l’infermiera non sarebbe passata prima di un’ora. Guardò il suo vicino e poi il pulsante delle chiamate di emergenza, che dondolava appeso a un filo ad almeno mezzo metro dal suo letto. Non ci sarebbe mai arrivato. “Non ce la faccio…”, riuscì a mormorare al compagno di stanza. Fu in quel momento che lo riconobbe.

Il Rosso aspettò un’ora buona prima di sollevare la testa da terra. Voleva prima di tutto essere sicuro di essere ancora vivo, e per questo ci mise una mezz’ora buona, e poi che non ci fosse nessuno in giro. Quindi si girò sulla pancia e incominciò a strisciare con la poca forza che gli era rimasta lontano dal luogo dell’agguato. Guardò un’ultima volta il volto di Libero. Sembrava sereno, quasi addormentato, tanto che il Rosso pensò che forse sarebbe bastato scuoterlo un po’ per svegliarlo e portarlo via con sé. Ma il foro circolare sulla fronte del giovane uccise sul nascere anche questa fantasia.
Per sua fortuna non aveva perso troppo sangue e riuscì a mettersi al riparo dietro una grande roccia sulla riva del torrente. Verso sera fu recuperato da un gruppo di compagni che passavano in perlustrazione là vicino. La sua convalescenza fu molto lunga, ma si rimise abbastanza in forze da festeggiare la fine della guerra su una vecchia sedia a rotelle, piazzata su un camion scoperto poco prima di entrare in città per la parata.

L’uomo che lo stava fissando era di un bianco cadaverico, ma aveva capelli color cenere, una piccola cicatrice rosa pallido su una guancia e una fossetta gentile proprio in mezzo al mento. Marcello lo rivide in piedi, giovane, con la pistola puntata verso la sua testa. Si aggrappò con il braccio buono alla balaustra del letto e si spinse ansimando verso il campanello. Il tubo che aveva in pancia gli tirava terribilmente e iniziò seriamente a temere che gli si potesse strappare via dal corpo.
A qualche centimetro dal pulsante gli esplose di nuovo nelle orecchie il frastuono del proiettile che lacerava la terra poco distante dalla sua fronte. Quando il giovane soldato si girò per andarsene (“Adesso è morto, signor sergente”), le sue dita afferrarono l’interruttore, facendo oscillare violentemente il filo che lo teneva sospeso. Perse i sensi nello stesso momento in cui sentì rimbombare per il corridoio il passo affrettato e pesante dell’infermiera di guardia.

Vaìa

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