Archive for Ottobre, 2007

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E adesso torniamo al caso clamoroso della scomparsa di Franco Ferrazzi, di Casale Monferrato. Molti di voi ci hanno scritto per sapere se c’erano novità. Purtroppo non si registrano passi avanti nelle indagini, anche se gli inquirenti non disperano di poter arrivare a una conclusione positiva…

Eccolo che alza la testa. E guarda, gli occhi spenti del bovino che rumina. Poi il lampo. Ecco il pensiero che si fa strada. Inizia sempre così. Sempre.

…ricordiamo a tutti voi che Franco, 39 anni, è scomparso la sera di lunedì 23 marzo di due anni fa, mentre stava andando a fare la spesa al supermercato sotto casa. Indossava un paio di pantaloni di fustagno marroni e un giaccone…

- Hei, mi sa che parlano di te.
- Come no!
- Minchia! Ma se sei uguale! Se non sapevo che ti chiamavi Giorgio pensavo proprio a te. No?
- No cosa?
- Ti chiami Giorgio, no?
- Infatti.
- E volevo dire. Minchia ma è proprio uguale a te!
- Io sono più magro.
- Beh, cazzo! Due anni son lunghi… E poi quando vieni a mangiare qua al bar non è che butti giù un granchè. Sposti solo il cibo nel piatto.
- Non ho fame.
- Minchia, ma come fai a non aver fame che ti spacchi il culo tutto il giorno sulle impalcature lo sai solo te.
- Non ho fame e basta.

… ma chi era davvero Franco Ferrazzi? I suoi amici lo ricordano come una persona normalissima, tutto casa e lavoro. Una fidanzata fissa, un posto in prima fila in chiesa ogni domenica e un incarico di responsabilità nella direzione della fabbrica di famiglia…

- E il pizzetto quando l’hai tagliato? Stavi bene…
- Mai portato.
- Sì, certo… Ma in foto là in tivvù ce lo avevi e come. Bello folto. Minchia che barbone!
- Ti dico che non l’ho mai portato.
- Ok, Ok…. Cazzo, ma qua parlano di una ricompensa a chi chiama e lo fa trovare.
- Dici?
- Cinquantamila euro! Ma sei un cazzo di vip! Cinquantamila euro, ma pensa te!
- È inutile che ti scaldi. Non sono io. Finiscila, Toni.
- Sarà…

… sentiamo adesso l’appello dei familiari del giovane. La madre Maria lo ha rivolto al figlio dalle nostre telecamere, che l’hanno raggiunta nella loro villa. Eccola, abbracciata al figlio minore, mentre cerca di convincere Franco a tornare indietro…

- Prima che dica qualsiasi cosa, Toni, io sono figlio unico.
- Certo… Minchia ma tuo fratello è uguale a te!

… Franco, hai capito? Noi ti vogliamo bene, torna! Siamo qua che ti aspettiamo a braccia aperte. Non importa cosa hai fatto in tutto questo tempo…

- Forte tua madre!
- Non è mia madre. I miei sono morti.
- Comunque a me non la racconti. Cazzo se non me la conti giusta. Si vede che tu qua sei diverso…
- Da te di sicuro.
- Sì scherza, avessi una mamma che mi paga a peso d’oro scherzerei di più anch’io.
- Ti ho detto che mia madre è morta.
- Ok, Ok. Come vuoi tu. Io ho bevuto troppo! Aspetta va che vado a pisciare, ancora che casco dal ponteggio.

…vi ripetiamo, chiunque avesse informazioni ci chiami al numero che vedete in sovrimpressione… ottocento zero sette ventiquattro ventiquattro. Il nostro centralino è sempre a vostra disposizione…

Eccolo che si ferma alla cassa. Prende un foglietto e una penna e scrive goffamente con quelle dita enormi, senza farsi vedere. O almeno ci prova, povero stronzo. Ti ho detto che non sono io. Ma tanto non lo capisci. Non vuoi capire un cazzo. Cinquantamila euro sono più di quanto tu abbia mai sperato di avere. Tutti soldi facili, una giocata da padre di famiglia. Ti basta solo una telefonata. Povero stronzo, davvero. Non sapresti nemmeno descrivermi tu a mia madre.

- Minchia che pisciata! Uè, Giorgio, non finiva più. Dai che si torna indietro! Giorgio? Ehi, ma dove sei finito? Ma che sei già andato da solo? E che non si aspettano gli amici? Giorgio? Giorgio! Ma dove cazzo sei finito?

Vaìa

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Io le mani gliele avrei messe in faccia…

Mani “insanguinate” contro la Rice - Insolito incidente al Congresso americano: il segretario di Stato, Condoleezza Rice, impegnata in un’audizione, è stata presa d’assalto, al suo ingresso nell’aula della Camera da una dimostrante con le mani simbolicamente colorate di rosso sangue. La donna è riuscita ad arrivare a pochi centimetri dalla Rice protestando contro la guerra in Iraq. Immediato l’intervento delle forze di sicurezza in aula (foto Ap) - da Corriere.it

Vaìa

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Sì, ok… va bene la Ferrari…*

… ma qua ci piace solo la Viola. Terza in classifica e inzuppata di italiani e ragazzini. Devo aggiungere altro?

Pazzini esulta dopo il gol dell'1-0 contro il Siena (ris. 3-0)

Vaìa

*Poi, vabbé, la rossa che si mangia Ron Dennis all’ultimo giro è da appluausi perenni. Ridicoli ricorsi compresi. Ma gli inglesi non erano i padri (o padrini) del fair play?

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Sono democratico. Ma non troppo (manifesto utopistico in salsa scandinava)

Domenica non ho votato per la costituente del Partito Democratico. Anche se, per dirne una, ero entusiasticamente andato a votare per Prodi nelle primarie dell’Ulivo nel 2005.

Non che gliene possa fregare qualcosa a qualcuno, ma di mettermi in coda con il mio eurino e la faccia orgogliosa e sorridente proprio non me la sono sentita.

Perché? Perché sono stanco di slogan, di frasi fatte, di “grandi feste della democrazia”. I bei discorsi si scrivono a tavolino e le foto si scelgono per emozionare. Ma io voglio una cosa sola. Fatti. Lo scriverò più chiaramente: F-A-T-T-I.

Non mi interessa leggere dichiarazioni sull’Italia che cambierà. Io voglio fatti.

Non mi interessa sentire cosa faranno contro il precariato o il lavoro nero. Io voglio fatti.

Non me ne frega una mazza di “lotta alla mafia” e “sviluppo del mezzogiorno”. Io voglio fatti.

Non mi interessa ascoltare dibattiti sulle “opportunità” dei diritti civili, delle unioni di fatto, dell’eutanasia. Io voglio fatti.

Non mi interessa sapere come intendano muoversi per tagliare i rami secchi della politica, gli sprechi, le “zone d’ombra”. Io voglio fatti.

Non ne posso più di questa nazione tutta “chiacchiere e distintivo”.

Io voglio un paese dove chi sbaglia paga e si toglie di torno. Sparisce. Scompare.

Voglio un paese dove chi fa fallire le imprese, fallisce con loro e non si ricicla con buoneuscite milionarie.

Voglio un paese dove posso scegliere con chi vivere, quando morire, chi sposare. Senza che il “legislatore” si faccia puntualmente scavalcare a destra dalla chiesa e a sinistra dai giudici.

Voglio un paese dove mi senta parte di un sistema che funziona nel rispetto di tutti. A partire da chi gestisce la cosa pubblica.

Voglio un Paese dove Report non abbia più niente da raccontare. Chiuso per mancanza di cronaca (che la Gabanelli mi perdoni!).

Voglio un paese dove gestiscano i nostri soldi e le nostre tasse guardando lontano e non pensando solo ai giorni che mancano a fine mandato.

Voglio un paese di gente che non vivacchia e non s’ingegna. Ma progetta e costruisce il suo futuro con solida razionalità.

Voglio un paese dove la politica sia una cosa bella e pulita per tutti.

Voglio un paese dove Beppe Grillo non abbia più appigli per la sua demagogia facile facile. Da supermercato della democrazia.

Voglio questo, quello e pure quell’altro.

Voglio sapere che se lavoro bene verrò riconosciuto. Anche se non sono “figlio di”, “compagno di”, “camerata di”.

Voglio essere certo al 1.000×1.000 che “rossi e neri” NON “sono tutti uguali”.

Voglio sentirmi scandinavo!

Voglio sedermi, aspettare, osservare, annusare.

Quando le “grandi feste della democrazia” saranno finite e (forse) si avrà la possibilità di tornare a sporcarsi le mani governando allora tornerò ad occuparmi del Partito Democratico.

E sarò il primo a votarlo, sperando che per una volta non mi facciano cascare le braccia due minuti dopo averci messo sopra la x.

Vaìa

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Regole ed eccezioni

Il calcio in fondo ha poche regole. Molte sono semplici, essenziali. Ma una è particolarmente difficile: la regola del fuorigioco.

Non ho mai conosciuto una donna che la comprendesse, almeno alla prima spiegazione. Ma da un paio di domeniche (dal derby…) pare che vadano spesso in confusione anche gli arbitri (Attivo? Passivo? Ininfluente? Disturbante della visuale…?)

Sarà il caldo ancora presente su alcuni campi. Saranno i tempi barbari che viviamo. Sarà che han dato una mano di bianco al carrozzone, ma un po’ tirata via. Un po’ superficiale.

O piuttosto saranno quelle strisce. Sempre le stesse. Sempre uguali. Sempre ladre.

Vaìa

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L’urlo (di Gomma)

Fra un casino e l’altro (lavorativo, per lo più), pensavo oggi ai cinque più clamorosi urli calcistici che ho emesso in vita mia.

E non mi riferisco a quelle più o meno frequenti occasioni in cui si dà una qualche manifestazione di gioia esagitata. Ma a quei momenti di assoluta e bestiale trasformazione in un essere senza cervello e ritegno che solo il calcio può provocare in una persona mediamente acculturata e civilizzata come il sottoscritto.

Così li ho messi in fila e ho deciso di condividerli con voi. Se ne avete di clamorosi da raccontarmi, fatevi avanti.

V posto
Gol di Marco Nappi in semifinale Uefa 1989/1990, contro il Werder Brema (quella persa poi coi soliti rigatini maledetti). Non esistono video on line, ma l’azione è la seguente. Da calcio d’angolo per il Werder (siamo in Germania), un rimpallo lancia il Nappi in fuga solitaria per tutto il campo. Immaginatevi un omino (brutto) che corre come un pazzo con dietro tutti e dieci i giocatori avversari che mirano soltanto alle sue caviglie. Ma che arriva ancora abbastanza lucido da segnare il gol del vantaggio.

Io avevo 17 anni (Dio mio!) e ho urlato talmente tanto e tanto a lungo che ho perfino continuato a urlare mentre telefonavo a mio padre per condividere con lui quel beato momento di estasi. Chi all’epoca passava da via Domodossola (quartiere Parella, Torino) forse si ricorda le vibrazioni nel terreno e i lampadari dondolanti.

IV posto
Gol di Omar Gabriel Batistuta contro l’Arsenal a Wembley (Champions League 1999-2000). Un gol impossibile, di forza e precisione, per una vittoria che ci lanciò verso l’olimpo del calcio (anche se per poco). Eccolo:


Il gatto di mio padre è morto da qualche anno. Ma credo che abbia iniziato a star male per lo sfondamento dei timpani e lo shock che gli provocai per l’occasione.

III posto
E qua si entra nella zona calda, come si suol dire. A far bella mostra di sé è ancora il Re Leone di Reconquista, quando con una zuccata ben messa piazza la palla alle spalle di Peruzzi, lanciandosi in una corsa di gioia sfrenata, con mitragliate e chitarrine (stagione 1998-1999).

Il motivo? Beh, s’andava in testa alla classifica a +10 sulla Rubentus. Se non riuscite a gioire per questo è perché siete morti e non lo sapete (o perché siete gobbi, che è lo stesso).


II posto
La medaglia d’argento spetta senza dubbio all’urlo liberatorio seguito al temine della stagione 2004/2005, quella della salvezza raggiunta all’ultimo secondo dell’ultimo minuto dell’ultima giornata. Quando finì la partita della Fiorentina contro il Brescia (3-1) rimasi attaccato alla radiolina per aspettare la fine di Bologna-Sampdoria e Lecce-Parma.

Quando un’incredibile concomitanza di risultati ci permise di salvarci non riuscii più a trattenere la tensione, lanciando in aria occhiali e radio e prendendo a pugni i cuscini del divano. Urlando. Una scena indubbiamente triste, fortunatamente evitata a mio figlio dalle caritatevoli mani della madre (oltre che una prova provata di quanto fosse assurda la teoria secondo cui ci comprammo la salvezza a suon di telefonate moggiane ai vertici Figc, fra l’altro, ma questa è un’altra storia).

I posto
Medaglia d’oro e miglior urlo di sempre al gol di Fantini nello spareggio per la serie A col Perugia (2003-2004). Quando segnò di testa (su perfetto assist di Maggio) il Franchi esplose come una bomba Maradona nel Capodanno di Piedigrotta. Me compreso, che urlavo abbracciato a gente mai vista prima (e che mai più avrei rivisto) come se fossero (scegliete voi): la mia donna, il mio migliore amico, mio fratello, Batistuta o Monica Bellucci.


Quello che successe al fischio finale, beh… È meglio non raccontarlo. Piangevamo un po’ tutti come vitelli in un’orgia di zolle lanciate dal campo agli spettatori da alcuni ultras distributori di sogni e reliquie a poco prezzo.

I ciuffi d’erba di una di queste sono ancora nel mio portafoglio. Ogni tanto li guardo, e mi sento più buono.

Vaìa

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