Il rudere

Ogni uomo ha la sua colpa nascosta. Ogni uomo ha il segreto che non confesserebbe mai, nemmeno sotto tortura. Il momento in cui è caduto, in cui si è mostrato piccolo, meschino, codardo. Ogni uomo ha la sua vergogna. La mia ha un nome esotico e stravagante. Si chiama William. William Noce Enrietta.

Ogni tanto provo a cercare il suo nome, fra le pieghe di Internet. Lo googlizzo con e senza virgolette. Ma che mi senta fortunato o meno, non trovo mai nulla. D’altra parte William è sempre stato così. Nascosto negli interstizi della sciagurata classe delle medie che ci era toccato in sorte di condividere, ricettacolo di prossimi ospiti delle patrie galere e di imberbi ras del quartiere. Mafiosetti di nemmeno dodici anni pronti a minacciarti per una pizza bianca di cui omaggiarli con la massima devozione. William era la loro pecora nera, quello contro cui viene naturale accanirsi. Era strano, disgustosamente educato. Non imprecava mai, non si vantava, non prendeva in giro i compagni per farsi forte e non annuiva servile quando lo facevano gli altri, quelli che contavano davvero. William era come il bicchiere di acqua fresca disciolto in ettolitri di liquame: incomprensibile e intangibile.

William era alto. Portava una capelli perennemente a caschetto, occhiali da vista con lenti troppo spesse su una montatura marrone fuori moda già negli anni Settanta e un folto corredo di brufoli gentili sulle guance e sulla fronte. Era un ragazzino come pochi altri, con un modo di fare riservato, che sembrava tendere spietatamente all’autismo. E strane inquietudini da adolescente che ti lasciavano senza parole. Come quando annunciò a mia madre che il nostro Orazio – un bastardissimo di nessun pregio, che il dio dei canidi lo abbia in gloria – aveva due palle “grosse come uova”. Odino! Un incrocio fra un qualcosa di peloso e le rotaie del tram, tutto fuorché un alano del sesso superdotato. Quel commento lasciò interdetto perfino lui, che nel dubbio corse a nascondersi sotto il tavolo, per non correre rischi.

Il William dalle infinite partite al commodore in una stanza da qualche parte vicino allo spazio vuoto del futuro Stadio delle Alpi. Immerso con me davanti alla battaglia di Trafalgar, inglesi contro francesi e strategie elementari di chi usa i cannoni solo per sparare per primo e vaffanculo a tutte le logiche marinare. Chi affondava l’altro era il più “figo” dei sette mari, a parte il fatto non secondario che nessuno era più distante da quel concetto di noi due, chiusi a spararci addosso un grumo di pixell, con golf ricamati e jeans sottomarca che neanche il più disperato dei paninari si sarebbe sognato mai di indossare.

Con quel nome da finto nobile decaduto, William si spacciava di aver avuto antenati sudditi della corona. Ce lo sbatteva in faccia talmente tanto (era il suo personale “chi gioca in prima base?”) che uno degli ultimi giorni prima degli esami la professoressa di inglese decise di torturarlo davanti a tutti, con la malvagità degli ignoranti di potere. Proprio lei, che pronunciava l’inglese con un fiero e insopprimibile accento di Marsala – periferia sud, di Marsala – lo sbattè alla lavagna a elencare le parole che conosceva, cavandogliele dai denti una dopo l’altra.
“Flàuer”
“Bravo, William! E poi?”
“Ehm… Cat”
“Uuuuuhhhh incredibile! Cat! E poi?
“Bòll”
“Dai William, non eri inglese? Vai avanti…”
“Friènd…”
“Minchia, pure friend! Bravo! E poi? E poi? E poi?”
Con tutta la classe che rideva e additava il punto debole del branco per la gloria di quella donnetta da quattro soldi, pronta a prendersi la sua rivincita con la vita su un ragazzino di tredici anni. Tutti si cambiavano gomitate e battute. Me compreso, che forse avevo già deciso di tradirlo e stavo prendendo appunti su come farlo nel modo peggiore. Dopo una lezione simile non era affatto facile. Ma meno di un anno dopo ci riuscii.

Mi bastò scorgere il suo caschetto dal vetro del parrucchiere dove mi ero lanciato a tagliarmi il pelo, nella speranza di riuscire a sfiorare furtivo l’enorme seno della pettinatrice che mi danzava intorno. Lui entrò, con la sua goffaggine ancora stampata a fuoco sulla fronte. Che ci facesse da quelle parti era un mistero di cui non pareva interessarsi. Si sedette, o meglio, si lasciò cadere sulla poltroncina marrone delle attese, alzò gli occhi per buttare una flebile luce intorno e d’un tratto si illuminò tutto, perché mi aveva riconosciuto.

Sorpreso, incrociai il suo sguardo e gli feci quasi un cenno di saluto. Per poco non gli chiesi che fine avesse fatto, in che scuola fosse… Ero perfino lì lì per informarmi su come stesse sua madre e sulle nuove strategie di battaglia dell’ammiraglio Nelson. L’avrei fatto rientrare nella mia vita, se una voce non mi avesse urlato di lasciar perdere, di evitare discorsi imbarazzanti sulle attuali dimensioni delle palle di Orazio o sui nostri pomeriggi da sfigati che si bombardano le fregate al computer. Su quello che mi poteva rendere simile a lui, il mio personale rudere del passato. Così l’ho ignorato. Ho semplicemente distolto lo sguardo e iniziato a parlare con la parrucchiera, assaporando con la testa ogni furtivo scorrere del suo seno stupefacente sui miei capelli.

Ora lo voglio dire: non crediate che sia stato facile. Sentito tutta la gravità del mio comportamento e me ne vergognavo completamente. Capivo in qualche modo di stare entrando ufficialmente nel mondo dei “grandi figli di puttana”, ma non potevo farci nulla. Stavo diventando anche io uno di loro. Sarei stato capace di non salutare un amico, solo per capriccio. Avrei venduto parenti a amici per un vantaggio personale immediato e tangibile. Avrei fatto tutto questo. O forse no. Io non ero così, non lo ero mai stato. Neanche oggi lo sono. William fu la mia eccezione. La mia prima occasione di mostrarmi forte con i deboli, quando la mia debolezza con i forti era già un dato di fatto completo e incontrovertibile. Feci quello che dovevo fare, pronto a pagarne le conseguenze.

Ma passati i primi minuti, quelli che ci mise a capire che non l’avrei salutato mai, tutto è andato come doveva andare. Abituato a mimetizzarsi sulle pareti come un camaleonte per sopravvivere, William non era tipo da creare problemi. Non disse nulla. Guardò fisso davanti a sé agitandosi appena sulla poltroncina, come a cercare la posizione migliore, e rimase così. Fino a quando non mi alzai a pagare e uscii, per non rivederlo mai più.

Non so se sono stato solo uno dei tanti a ferirlo o se ho una mia personale posizione di vantaggio nella top ten dei figli di puttana della sua vita. Ma personalmente preferirei sapere che William mi ha odiato per ognuno dei giorni che sono passati da allora. Secondo la mia scala di valori dovrei aver superato di slancio perfino la marsalese “daughter of a bitch” che lo aveva annientato sulla pubblica piazza. Se così non fosse approfitto di queste poche righe per chiederglielo ufficialmente: quando farai la tua personale classifica di chi ti ha rovinato la vita mettimi in testa, davvero. Ci tengo, William.

Non è che voglio darmi arie. Non penso di essere stato “talmente importante nella tua vita da condizionarti l’esistenza ancora oggi con un mio comportamento negativo… eccetera eccetera”. È che io so di averti offeso. Cazzo, se lo avessero fatto a me avrei passato le giornate a chiedermi perché diavolo qualcuno avesse potuto essere tanto cattivo! Cattivo. Proprio come dicono i bimbi quando si arrabbiano perché gli oggetti non gli obbediscono. Non sarà un’attenuante, ma sapessi quante volte ci ho ripensato in tutto questo tempo. Mi capita di rivedere la scena e mi vergogno per quel ragazzino spocchioso e infoiato, che se fosse mio figlio trascinerei per un orecchio via dalle tette di quella fornicatrice col rasoio per sbattertetelo davanti a chiedere scusa.

Quando sono in coda da qualche parte, parrucchiere o non, guardo sempre la gente che mi circonda. Soprattutto dai vetri che mi trovo davanti nei negozi, nei grandi magazzini, negli ospedali. Spero di incrociare un paio di occhi dietro lenti spesse due dita che mi riconoscono senza alcun margine di errore (“William, guarda sono io!”). Fissandomi per un istante, giusto il tempo di prendere una decisione. Prima di spalancarsi e di lasciarsi seguire da un sorriso aperto e sincero. “Marco! Dio mio, quanto tempo… Come stai?”. Perché tu non mi lasceresti indietro, William, ne sono certo. E sarebbe la punizione più giusta e meritata.

Vaìa

7 Commenti »

  1. pietro ha scritto,

    Luglio 6, 2007 @ 01:39

    gomma questo è veramente immenso. universale. e non è facile farmi stare incollato al browser a quest’ora di notte. Complimenti. Penso sia il post di fiction più entusiasmante letto negli ultimi mesi…

  2. Gommaweb ha scritto,

    Luglio 6, 2007 @ 08:46

    arrossisco di virgineo candor…

  3. cla ha scritto,

    Luglio 6, 2007 @ 09:22

    Ooohhh! Bravo!

  4. lorenzo ha scritto,

    Luglio 6, 2007 @ 11:22

    La soffiata mi è arrivata da Pietro. Ho letto il post tutto d’un fiato. Bellissimo! Sei riuscito a rendere benissimo le sensazioni di quell’età. Grazie!!

  5. Zelig ha scritto,

    Luglio 6, 2007 @ 12:42

    clap clap clap!

  6. BMV-Pedrita ha scritto,

    Luglio 6, 2007 @ 13:25

    Bello. Che viaggio indietro nel tempo!

  7. ivan ha scritto,

    Luglio 6, 2007 @ 19:20

    bravo è molto bello.

    ciao

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