Se chiudo gli occhi ti vedo ancora. Abbandonata mollemente sulla poltrona – come direbbe uno scrittore dalla scarsa fantasia –, il collo bianco lasciato scoperto dalla maglia più di quanto avresti voluto. Con la testa reclinata che guardi un po’ di sbieco e non si capisce se ascolti la musica della festa o pensi o fai soltanto finta di avere qualcosa di interessante da osservare per non osservare me. Che sto un po’ in disparte, appoggiato al muro, con le mani in mano e il bicchiere di un miscuglio che non conosco dimenticato sul tavolino.
- Un caffè, lungo – faccio all’uomo del banco. Che ha la faccia di chi farebbe di tutto pur di non essere là, alle otto meno un quarto di mattina, a saltellare freneticamente fra cornetti caldi senza marmellata e la teglia dei saccottini al cioccolato da tirar fuori all’istante, sennò bruciano. Magari non ha nemmeno dormito, proprio come me, troppo occupato nel far da parete alle stanze.
- Scusi, ma croissant integrali al miele non ne avete? – gli chiedo, beccandomi in cambio un’occhiata più che storta. Lo sguardo che si dedica di cuore al primo rompicoglioni della giornata, quello che di fronte a ogni ben di dio farcito di qualsiasi imbottitura possibile - cioccolato-marmellata-cremaallimone - ha voglia di incaponirsi proprio sull’unica che non hanno. “Un croissant integrale al miele”… Oltretutto una roba da fighetti salutisti, come direbbe mio padre, che non mangio mai.
La sento, davvero, sento fisicamente la sua voglia di mandarmi affanculo, magari perfino di saltare il bancone per prendermi a pugni. Come diavolo farà a controllarsi. Io non ci penserei due volte.
- No, mi spiace – mi fa, sintetico.
Così io insisto, mi stupisco, lo incalzo. Perché sono di cattivo umore e per tirarmi su va benissimo anche solo il pensiero di un po’ di pasta integrale farcita. Al miele.
- Signore – inizia a alterarsi – purtroppo non c’è. Abbiamo di tutto - mi fa aprendo il braccio e mostrandomi la mercanzia, come un mercante di schiavi – ma niente col miele. Lo vuole un saccottino? Perché non si mangia un bel saccottino?
- No, grazie. Prendo solo un caffè, allora. Strano però – aggiungo – ormai quelle col miele ce le hanno tutti. Ma vi arrivano?
Per un istante, mentre si gira verso la macchinetta per afferrare la mia tazzina, me la nasconde alla vista. Se fossi sospettoso penserei che lo ha fatto per sputarci dentro o infilarci anche solo un dito, prima di passarmela con quel sorriso finto beato che mi sta mostrando proprio in questo istante.
Faccio finta di niente, solo mentre bevo mi rendo conto che avrei potuto anche inventarmi qualcosa per farmene fare un’altra. Potevo rovesciarla sul bancone e fregarlo. Dimostrargli di essere più furbo di lui. Di aver capito tutto e di avere più palle di lui. Lo potevo affrontare e condurre il gioco. Ma in fondo è solo un caffè, il suo sapore non mi dice niente. Anche se quando abbasso la tazzina, lo vedo passarsi il dito sul grembiule, come per asciugarlo.
A ripensarci adesso, mentre vado alla cassa, mi chiedo cosa sarebbe successo se mi fossi seduto di fianco a te e ti avessi accarezzato il viso. Forse me lo avresti lasciato fare, smemorata com’eri di tutto e di tutti. Avrei potuto vivere il mio momento di rischio non calcolato, dimostrare di essere capace di farlo. Potevo schiodarmi dal muro e lasciarmi alle spalle il tavolino con quel suo insulso bicchiere di brodaglia tarata male. Potevo prendere in mano la situazione, condurre il gioco, lanciarmi a testa bassa. Invece mi sono comportato come davanti a una tazzina di caffè a rischio. Ho preso quello che veniva, come veniva, niente di più.
- Quant’è?
- Lasci, va. Oggi offre la casa, così ci facciamo perdonare per il croissant integrale. Che ne dice?
- Grazie, ma insisto – “O cazzo!”, penso.
- Lasci stare, davvero. Vada, e buon lavoro - aggiunge, lui, mostrandomi trentadue denti di gentilezza.
- Ah… Beh… Grazie allora, e buon lavoro anche a lei.
C’ha sputato dentro al caffè, altro che dito.
Vaìa