Archive for Giugno, 2006

L’anello

Adorava scavare buche nella sabbia. Al mare lo faceva sempre, fin da piccolo. Si metteva a non più di due metri dal bagnasciuga e ci dava dentro finché non spuntava l’acqua. Poi cercava di arginarne l’effetto distruttivo sulle pareti della piccola caverna che ne veniva fuori. Sempre inutilmente. Era una di quelle attività che non serviva assolutamente a nulla, salvo che a distrarre la mente con un compito impossibile. Come svuotare il mare con un secchiello. Un gioco innocente e senza senso. Un diversivo contro la noia.

Solo che questa volta tutto era andato in modo decisamente diverso dal solito. Se ne era accorto quando quella che gli pareva essere un sasso più lucido delle altre, una volta ripulita dalla sabbia e dal sale si era rivelata essere una pietra molto particolare. Un diamante o uno zircone, vai a sapere. Ma comunque qualcosa di incongruo. Fuori posto. Qualcosa di strano, come l’anello argentato (o era oro bianco?) che la sosteneva, e il dito candido, affusolato, assurdamente elegante con la sua unghia rosso fuoco, intorno al quale era avvinghiato. Senza più nessuna mano a sostenerlo.

Dopo esserselo rigirato qualche istante fra le mani, stando ben attento a non tirarlo fuori dalla buca, lo appoggiò nuovamente sul fondo. Non sembrava essere stato tagliato di recente, ma d’altra parte chi poteva saperlo? Non aveva mai visto un dito mozzato in vita sua. È solo che se fosse stato immerso per molto tempo là nell’umido forse si sarebbe dovuto decomporre di più. In ogni caso non se la sentiva di chiedere informazioni ai bagnanti. Comunque non gli faceva schifo. Anche perché dopo questa breve divagazione anatomica, la sua attenzione fu subito riconquistata dall’anello. Semplice ed elegante al tempo stesso. Sicuramente di valore, visto che la pietra era tanto grossa da fare a gara per rotondità con una delle nocche delle sue mani.

Cosa fare lo sapeva bene. Alzarsi, procurarsi un fazzoletto di carta o un asciugamano, avvolgerci dentro la sua scoperta e correre di filato dal bagnino per chiamare la polizia. Che si sarebbe occupata di transennare la zona, allontanare vecchiette curiose e bimbi vocianti, e darci dentro con domande, esami e perquisizioni. A lui per primo.

Per curiosità provò a sfilare leggermente l’anello. La pelle, dopo una stentata resistenza, si aprì come un frutto maturo, arrotolandosi su se stessa. A pensarci bene forse non era stato tanto recente, il taglio. Lasciò la presa di scatto e fece per alzarsi, vergognandosi un po’ del moto di repulsione che lo aveva preso alla gola senza preavviso. Dito e anello ricaddero nell’acqua sporca con un tonfo che sapeva tanto di medusa morta. Tirò su le gambe, incrociandole davanti allo scavo e si accorse delle prime piccole ma insistenti frane che da lì a poco avrebbero definitivamente fatto sprofondare di nuovo quella specie di reliquia fra sabbia e mozziconi.

D’un tratto far finta di nulla gli sembrò la cosa migliore. D’altra parte perché avrebbe dovuto rovinare il pomeriggio al grassone che se ne stava pancia all’aria ad arroventarsi il grasso, quando bastava aspettare qualche minuto perché il “problema” si risolvesse da solo? I bambini avrebbero potuto continuare a giocare con i loro camion di plastica simulando incidenti stradali e inondazioni improvvise. Nessuno avrebbe impedito alle mamme in attesa del loro “marito da week end” di continuare a fare le gatte morte con il bagnino e centinaia di cruciverba sarebbero stati compilati senza problemi fino all’ultima casella. Bastava aspettare.

Vincendo la ripugnanza tirò fuori il dito dall’acqua sporca. La carne rotta non faceva neanche più tanta impressione. Provò a sfilare ancora l’anello. Sarebbero bastati pochi millimetri e poi sarebbe praticamente venuto via da solo. Magari portava inciso sul lato interno il nome della proprietaria. Avrebbe potuto essere un indizio importante per la polizia. Pelle e carne si arricciarono ancora un po’ prima di cedere del tutto, accompagnando l’anello fra le dita, integre, del suo nuovo proprietario. Niente nome però. Né dediche o altro. Il metallo era opaco ma era sicuro che sarebbe bastato darci dentro nel modo giusto per farlo tornare lucido come appena uscito dall’orefice. Giusto per non perderlo se lo mise nella tasca del costume, mentre con l’altra mano riponeva quel dito sconosciuto sul fondo della piccola caverna da cui l’aveva salvato. Per guardarlo scomparire sotto una valanga di sabbia umida insieme a quel buco scavato con tanta passione. Prese un sasso bianco e piatto e segnò il punto esatto sulla spiaggia, per poterlo ritrovare senza problemi quando sarebbero arrivati gli agenti.

Qualche minuto più tardi si sedette davanti a un bicchiere di the ghiacciato. Da dove si trovava, un’elegante anche se rustica terrazza di legno vista mare, non riusciva neanche a immaginare dove fosse la sua rudimentale segnalazione. Sapeva bene, invece, dove si trovava l’anello. Ne soppesava il valore con il palmo della mano, con il cellulare inutilmente adagiato sul tavolino e il pensiero rivolto a quella sera e al compleanno di Carla, per il quale si era fatto ancora una volta trovare impreparato come uno scolaretto alla lavagna l’ultimo giorno di scuola. Si lasciò il pensiero alle spalle, afferrando il telefono e componendo il numero che si stava ripentendo mentalmente da qualche minuto. Era già la mezza passata, ma aveva avuto ragione a pensare che in certi posti c’è sempre qualcuno pronto ad ascoltarti. Poteva chiamarlo senso del dovere o chissà cos’altro, ma era sicuro che presto avrebbe sentito qualcuno dall’altro capo del filo. Nonostante tutto, però, il “pronto” gli sfuggì fuori dalle labbra a un volume insolitamente alto.

- Buongiorno, mi dica…
- Sì, buongiorno… ecco… Mi chiamo Mario Forti, sono in vacanza per qualche giorno qui a Finale e questa mattina mi è capitato di trovare un anello nella sabbia.
- Complimenti! Una giornata fortunata.
- Ecco… sì. Solo che…
- Solo che si sente in colpa e vorrebbe restituirlo?
- In effetti.
- Ma lasci perdere! Se lo tenga, dia retta a me. Chi l’ha perso aveva soltanto da tenerlo ben stretto a sé, altro che!
- Se è per questo penso ci abbia provato…
- Dice? E com’è che ce l’ha lei adesso?
- Ecco… dovremmo chiederlo alla proprietaria, non crede?
- Ma certo! Facciamo così. Venga qui da noi stasera. Diamo un occhio al gioiellino e se ne vale la pena ci diamo una bella lucidata, lo mettiamo in una scatolina et voilat, come nuovo.
- Dice?
- Ma certo! Potrebbe persino regalarlo e nessuno se ne renderebbe mai conto.
- In effetti mi farebbe anche comodo…
- E mi dica, c’ha anche una pietruzza sopra?
- Veramente la chiamerei una piccola noce.
- Splendido! Allora bisogna fare un lavoretto come si deve… Costa un po’ di più me ne varrà la pena, dia retta a noi. La aspettiamo!

“Perché non dovrei farlo?”, pensò chiudendo la comunicazione. In fondo, chiunque lo abbia perso, adesso avrà ben altro a cui pensare. “Spero”, aggiunse fra sé. Chissà poi Carla come sarebbe stata felice quella sera. Non se lo sarebbe mai aspettato, neanche nei suoi sogni più proibiti. Un anello con diamante per il compleanno! (“E un ottimo modo per garantirsi un dopo cena coi fiocchi”). Poi si alzò, pagò il conto e rimise a posto le pagine gialle di Savona e provincia, che aveva lasciato aperto sul bancone, alla voce gioiellerie.

Vaìa

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Uno orizzontale. Due lettere

NO

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Piccolo dialogo senza significato

- Lavoro?
- Una merda.
- Creatività?
- Non pervenuta.
- Sport?
- Meglio lasciar perdere.
- Prospettive?
- Come?
- Prospettive… Voglio dire… come vedi il futuro?
- Prego?
- Ok… Ho capito. Fai così. Molla tutto due giorni e vai da qualche parte.
- E dove?
- Boh… in montagna.
- Odio la montagna d’estate.
- Allora al mare.
- Al mare?
- Al mare!
- Dici?
- Dico!
- E serve?
- A un cazzo, ma almeno ti distrai due giorni.
- Ok. A lunedì allora…
- A lunedì. A proposito… ricordati le Asics, almeno corri un po’ e ti sfoghi.
- Giusto! Allora ciao…
- Ciao, caro. Ciao!

Vaìa

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Schiene dritte!

Ciampi aveva ragione da vendere quando esortava i giornalisti a tenere la schiena dritta. Di sicuro non aveva ascoltato questa conversazione telefonica fra Bruno Vespa e il portavoce di Fini, Salvatore Sottile.

Ma, diciamo così, come molti di noi… subodorava qualcosa.

(Fonte: Repubblica.it)
PORTA A PORTA
Il 4 maggio 2005 Sottile parla con il giornalista Bruno Vespa.

V: "Pronto?"
S: "Bruno? Salvatore"
V: "ehi"
S:"senti, come è strutturata la trasmissione?"
V: "e niente, dipende da voi"
S: "no, aspetta (…)"
V: "gliela strutturiamo, gliela confezioniamo addosso"
S: "che fai, fai una… una ricostruzione sui documenti che ci sono?"
V: "facciamo, sì"
S: "oppure fate (…)"
V: "no no, allora lo, ti facciamo, il Berlusconi in Parlamento
S: "Berlusconi in Parlamento"
V: "perfetto eh allora"
S: "Sì"
V: "come contraddittore?"
S: "eh, … non so, tu chi c’hai Fassino chi c’hai?"
V: "non lo so, no, uno che, che proponevamo noi se lui non hai niente in contrario sarebbe Rutelli"
S: "uhm"
V: "non gli va? (…)"
S: "non lo so, no.. . non lo so, aspetta un attimo"
V: "sento però dei cenni di assenso, da parte del tuo principale"
S: no, non senti nessun segno di assenso (….)
V: (ride)
S: siccome sa che tu sei un pessimo giornalista
V: e che, infatti. Allora chi… allora, che facciamo, proviamo con Rutelli?
S: Gianfranco. che dici Rutelli?
V: proviamo
S: proviamo a Fassino?
V: è che Fassino è venuto molto spesso, capisci? E’ venuto sempre lui
S: (…) uno vale l’altro mi ha detto.

Vaìa

ps- sia lode ai savoia per questo scandalo estivo fatto di pupe, mazzette e casinò!

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Tabù

Oggi su Repubblica segnalo un interessante articolo di Miriam Mafai. Il titolo è eloquente: "Le parole tabù del centrosinistra". Che poi sarebbero tutte quelle che ci fanno correre il rischio di definire meglio la nostra posizione intorno alla felicità degli uomini. Pacs, gay pride, fecondazione eterologoga, eutanasia…

Tutti aspetti del vivere civile e personale che non solo non vengono affrontati dal punto di vista normativo (e quando questo accede era meglio lasciar perdere come la legge 40 contro cui l’anno scorso si è arenato il referendum abrogativo), ma dei quali in Italia non si può neanche parlare, perché dividono, fanno paura politicamente, fanno tremare le vene ai polsi di un governo la cui maggioranza è più risicata della mia speranza di vincere lo scudetto giocando da centravanti nella Fiorentina.

Però. Ecco. Queste sono tutte considerazioni di mero passatempismo (ovvero l’arte di passare il tempo rimandando ogni rischio) che a parer mio in un paese normale e in un centrosinistra normale meriterebbero un unico, solenne, clamoroso: ECHISSENEFOTTE!

C’è in Italia una parte politica trasversale che giudica l’embrione un essere vivene al pari del malato terminale sofferente a cui non si deve permettere di scegliere quando morire? ECHISSENEFOTTE! Facendo le somme l’altra parte del paese (o della coalizione) dovrebbe avere le palle per provare lo stesso a cambiare le cose.

C’è in Italia una rumorosa e falsamente etica parte politica trasversale che ritiene contrario alla morale che due persone che si amano e che non vogliono sposarsi possano vedere garantiti ugualmente i loro diritti? Come dite? Perché non si sposano in fondo c’è anche il matrimonio civile? ECCHISSENEFOTTE! Loro preferiscono così. Non credono in quella istituzione, ma solo nel loro amore. E tanto dovrebbe bastare per trattarli da cittadini come gli altri.

Così come per la donna che vuole avere un figlio naturale, anche se il seme non è quello del marito con cui vive. Così come per la coppia di malati genetici che preferirebbe che il loro figlio non dovesse affrontare malattie debilitanti o dolorose solo perché non hanno i soldi per poter fare una diagnosi preimpianto in qualche clinica di un paese più civile del nostro (cioé in tutta Europa o quasi).

CHISSENEFREGA! La vita è già così piena di ostacoli e dolori per la maggior parte delle persone che io semplicemente non riesco ad accettare che si possa con tanta ottusità da baciapile a tradimento ostacolare la naturale, umana, dolorosa ricerca della felicità. Che può passare dal un boa di struzzo usato per urlare la propria diversità a una cellula umana che resta congelata a casa del cervello atrofizzato di un vescovo prima e di un politico poi.

E se questa ottusità di pensiero mi fa schifo quando proviene da qualche esponente dell’Udc o di Forza Italia (gente che la felicità fa solo rima con conto corrente), mi fa doppiamente schifo quando proviene da chi ho votato. Basta vedere la levata di scudi che ha provocato Mussi quando ha tolto il veto italiano alla ricerca sugli embrioni in Europa. Sembrava quasi che fosse entrato in un asilo nido di Bruxelles armato di un’ascia a far strage di bambini indifesi!

Non sei gay? Bene, ma non ostacolarli se vogliono sposarsi. Mica sei obbligato a farlo tu!
Hai appena avuto il tuo quindo figlio perché scopi sempre e solo senza profilattico? Perfetto, congratulazioni. Ma perché non dovrebbe provare la stessa gioia anche l’uomo che non ha la stessa tua capacità riproduttiva? Dimmi un solo motivo, cazzo!
T’è andata bene perché quella macchiolina era benigna? Credimi, son felice per te. Ma non sarebbe anche il caso di pensare di fare un po’ di ricerca per capire se le staminali ti sarebbero potute servire nel caso che la prossima volta tu non fossi tanto fortunato?

La sola cosa che dovrebbe contare è permettere alle persone di avere almeno una possibilità di trovare nella propria vita la serenità che tutti meritano (oddio, anche Calderoli?). Parliamone. Troviamo il coraggio di essere uno stato normale, de-vaticanizzato, responsabile e adulto. Lo dico in altri termini, meno aulici e svolazzanti: Margherita? Udeur? LA FINITE O NO DI ROMPERE LE PALLE???

Sennò l’unica speranza rimane davvero una bella tirata d’orecchi europea. Insomma, lo vedranno o no che siamo incapaci di prendere decisioni serie? Lo vedranno o no che qua comandano i preti, anche se ormai la maggioranza degli italiani di quel che dice la Chiesa se ne "stracafotte la minchia" per dirlo alla Montalbano.

Ti prego, cara "unione europea allargata a venticinque", renditi utile. Oltre ai parametrici economici, rendi obbligatori anche dei parametri etici e morali. Lascia godere i benefici del mercato e della moneta unica solo ai Paesi che non hanno paura di essere davvero laici. Gli altri, abbandonali nelle grotte dove meritano di stare. Forse potremmo darci una mossa perfino noi italiani. Forse.

Vaìa

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Sanpablog: la voce di San Paolo

Ieri ad Atrium hanno presentato il Sanpablog, che altro non è che uno dei primissimi - se non il primo - primo urban blog "di quartiere" italiano. Un progetto andato on line circa sei mesi fa e realizzato su inziativa della Città di Torino e del suo Progetto Periferie, dal Laboratorio Vigone e del CSP.

Cosa significa? Che ci sono decine di persone che quotidianamente scrivono e commentano quel che succede intorno a loro in zona San Paolo. Come la scomparsa dei "turèt" (le tradizionali fontanelle verdi con la testa di toro) dalle strade, l’apertura di un circolo che fa del disagio mentale un motivo di intregrazione sociale ("Spazzi") o la grande conquista di aver convinto l’assessore comunale a riaprire i cortili delle case ai giochi dei bambini.

Oltre ai post tradizionali, fra cui consiglio quelli di Matilde (vera memoria storia del quartiere con i suoi quasi ottant’anni di vita), sono assolutamente da segnalare anche le fotografie scattate da abitanti e visitatori e i video-post di prossima attivazione. Ne hanno anche presentato uno, esilerante, con un’intervista doppia al modo delle "iene" fra un’ambulante del mercato di via Di Nanni e il gestore di una polleria di corso Racconigi.

Come dire… I quartieri vivono e sono pieni di storie - e strade - tutte da raccontare. Sanpablog lo fa, e pure bene. Vale la pena leggerlo, farlo conoscere e, perché no, anche scriverci su. In fondo San Paolo è un quartiere ricco di spunti e di blogger c’è sempre grande abbondanza.

Vaìa

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Un Toro mondiale

Il Torino batte il Mantova 3-1 e torna in serie A!!!I ragazzi del Toro ieri sera ci hanno regalato una gioia immensa, unica, fantastica. Al termine di un campionato oscenamente lungo e di 120 minuti di calcio fatto di cuore, muscoli e sudore.

Una prova di coraggio e sentimento da poesia del calcio e dei calci. L’ennesima che mi spinge questa sera a tifare per chi ancora vive il mondiale come un sogno e non come un business. Per chi ha il coraggio dei propri desideri e non per chi se li è già giocati con una telefonata o con una scommessa per interposta persona. Per chi riesce a considerare ancora una squadra come un’opportunità e un punto di arrivo e non soltanto come un trampolino verso nuovi soldi e nuovi colori.

Perché quando ci si riempie la bocca di parole come "sogno", "dolore" e "orgoglio" (pregasi leggere una qualsiasi intervista azzurra di questi giorni) l’amore vero per una nazione e per un’idea lo si dimostra di più sperando nella sua sconfitta che in una vittoria di plastica senza gusto né sapore.

Vaìa

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La personale di Al Zarqawi

Non bastava la foto del morto. Nemmeno la sbornia mediatica. E neanche la retorica del "vincere e vinceremo!" Hanno voluto strafare e c’hanno aggiunto un bordo di legno dorato che è un inno al cattivo gusto. Un sovrappiù di oscenità.

Già me li immagino gli alti comandi USA a fare le prove… "Senza cornice io non vado in onda, non se ne parla", "Allora mettiamola marrone anticato", "No che deprime le masse!", "Meglio d’oro", "Sì, facciamoli crepare d’invidia quei pezzenti!".

E tutti giù a cercare un corniciaio. Che a Bagdad, poi, coi tempi che corrono non è proprio facile.

Vaìa

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