Cuore di tenebra?
Sinceramente di fronte all’orrore di Tommaso non sono più in grado di pesare troppo le parole. Quel bimbo aveva l’età esatta del mio Jacopo. E gli stessi capelli, arruffati e riccioli, tanto che quando guardo la sua foto mi sobbalza il cuore in petto. I particolari che si aggiungono di ora in ora, poi, mi mozzano il fiato. Oggi ho letto che quando è stato ucciso indossava lo stesso pannolino che gli aveva messo la mamma, qualche ora prima.
Ci sono emozioni che solo chi ha figli può sentire con la stessa forza. Non è una frase fatta. Prima non lo credevo, adesso lo so. Mettere il pannolino a un bimbo di diciotto mesi è una piccola, dolce ed estenuante battaglia. Fatta di inarcamenti, fughe repentine, immobilizzamenti. Creme fissan che si spandono ovunque e dolci chiappotte da lavare, ascigare e mordere, anche. E risate, baci, abbracci, smoccolamenti, arrabbiature. Perché si è stanchi se la giornata è alla fine e ti sembra impossibile che le forza di tuo figlio non debbano esaurirsi mai.
Ma poco altro ti riavvicina più al concetto di amore. Per questo, l’idea che qualcuno, poco tempo dopo le nostre baruffe, possa strapparmelo malato dalle mani per portarlo a morire al buio e al freddo, con una vangata in testa… Il pensiero che si possa concretamente afferrare il manico di una pala e colpire a morte un esserino tanto indifeso e spaventato mi atterrisce, prima ancora che farmi schifo.
In questi ultimi due giorni, da quando ho saputo come tutti quel che era successo, sono andato spesso a salutare mio figlio mentre dormiva. A guardarlo respirare e a godermi la sua serena dolcezza di bambino senza preoccupazioni o pensieri al di fuori del volere sempre e solo quello che in ogni istante desidera di più. Come è giusto che sia. E ho scoperto in me una voglia di violenza che non immaginavo.
Non voglio la pena di morte, ma solo perché ritengo sarebbe troppo poco per chi ha commesso questo crimine. Nè vorrei che l’assassino cadesse vittima del "codice d’onore" dei detenuti, pronti a mettere una corda al collo a chi si macchia di reati simili. Non per pietà, ma solo perché tutto si risolverebbe troppo in fretta. Quel che voglio è una condanna lunga e certa, senza permessi di alcun tipo. Fatta di sofferenza fisica e di morte spirituale ogni giorno, anno dopo anno, fino all’ultimo respiro.
Senza alcuna concessione al concetto del carcere che "redime". Perché ho scoperto che ci sono crimini che non si possono perdonare e persone che non si devono riabilitare. Che non voglio che siano riabilitate. Che non voglio che possano neanche lontanemente pensare di poter aspirare a una condizione carceraria che sia anche solo un po’ migliore di una cella umida nella segreta di una fortezza medievale.
Apparirò violento e meschino. Forse ipocrita. Forse perfino più attento al caso particolare che alle tragedie di massa che quotidianamente si portano via migliaia di bambini come Tommaso in tutto il mondo. Ma il mio dolore, sincero in entrambi i casi, nasce dalla coscienza della perdita che hanno sofferto i suoi genitori. E la mia rabbia dalla consapevolezza di non poter proteggere sempre e comunque chi pensa di essere al sicuro solo per il fatto che io stia lì a guardarlo, attaccato al suo lettino, mentre dorme.
Vaìa




