Archive for Marzo, 2006

Piove all’insù

“Piove all’insù” (Bollati Borlinghieri) è il primo romanzo di Luca Rastello. Giornalista torinese (fra l’altro Narcomafie, Repubblica, “D”, Diario), già autore de “La guerra in casa” (sulla guerra civile jugoslava, Einaudi 1998), ma soprattutto amico caro e unico “Capo” a cui sia mai andato il mio totale e incrollabile rispetto. Colui, per intenderci, a cui devo gli insegnamenti più preziosi che ho ricevuto nella mia vita professionale.


Io il libro l’ho comprato ieri durante la presentazione e l’ho iniziato a sfogliare, come da tradizione, prima di dormire. Non avevo dubbi sul fatto che mi avrebbe preso dalle prime righe. Ragione per cui voglio consigliarvelo subito, un po’ sulla fiducia.


Della trama non voglio dirvi molto, odio svelare le cose. Chi è interessato può saperne di più qui. Sappiate solo che è una storia in bilico fra la flessibilità del mondo del lavoro di oggi e i ricordi di un’Italia lontana, quella degli anni Settanta. Con tutto il suo carico di lotte sociali e strategie della tensione.


Ora per me il problema sarà quello di riuscire a farmi fare una dedica come si deve dall’autore. Ieri alle Cantine Risso di Torino c’era talmente tanta gente da non riuscire quasi ad avvicinarlo. Ma a dispetto del titolo del libro che veniva presentato, era una magnifica giornata di sole.


Vaìa

Technorati Tags: , , , ,

Commenti (1)

Par condicio

In tempi di par condicio questo blog non vuole assumente posizioni aprioristiche in merito alle prossime elezioni politiche. Per questo motivo ho deciso di ospitare le opinioni di due leader dell’Unione e della Casa delle Libertà. Invito i lettori, soprattutto gli indecisi, a prenderne atto liberamente, sperando di aiutarli, senza preconcetti o messaggi subliminali, a scegliere per chi votare.

I temi affrontati sono tre: TAV, Immigrazione e Tasse.

TAV
Unione: «Quello della TAV, e delle grandi opere più in generale, è un punto che non può prescindere da una discussione schietta e diretta con le popolazioni coinvolte. Poi, certo, è necessario prendere delle decisioni. Ma sono decisioni che non possono essere prese in testa alle persone. Il dialogo è la soluzione migliore»

CDL (FI): «Sono opere prioritarie. Le facciamo e basta!»

Immigrazione
Unione: «I Centri di Permanenza Temporanea devono essere rivisti o chiusi. Certo così come sono sono una vergogna. La Legge Bossi Fini ha favorito la clandestinità. Anche l’immigrazione non può essere combattuta a prescindere dalle vite delle persone che arrivano nel nostro Paese. Gli immigrati sono una risorsa da rispettare, ma devono rispettare la nostra identità e le nostre regole. Come noi italiani stessi, anche se lo dimentichiamo, siamo stati una risorsa per gli altri Paesi e abbiamo dovuto giustamente sottostare alle loro leggi»

CDL (Lega): «Musulmani di merda! Vi prenderemo a calci nel culo!»

Tasse
Unione: «Dobbiamo tornare a un sistema per cui chi guadagna di più, paga di più. È una regola fondamentale della democrazia e non si può farne a meno. Rispetto a 5 anni fa chi era ricco oggi è più ricco grazie alla destra. E chi era povero oggi è più povero, comprese tante famiglie normali, che hanno visto spalancarsi sotto i piedi il baratro dell’incertezza economica. Dobbiamo invertire questa tendenza, intervenendo anche sulle rendite patrimoniali, ma sempre rispettando i piccoli risparmiatori. Come quelli che investono in BOT e CCT».

CDL (FI e AN): «COMUNISTI!»

Nei prossimi giorni torneremo sul tema affrontando gli argomenti: Guerra in Iraq, Conflitto di Interessi e Sanità.

Grazie per averci seguito. Buonanotte… e buona fortuna!

Vaìa

Commenti (2)

Il Pirellone di Gianduia

«Il grattacielo di cristallo immaginato da Fuksas - ha spiegato Bresso - potrebbe diventare per il Piemonte ciò che il Pirellone è per la Lombardia». (Da Repubblica Torino, 21 marzo 2006, pag. 1).

Bene, avremo un Pirellone anche noi. Deliberato dalla Giunta Ghigo e riesumato da quella Bresso. Come dire, una decisione bipartisan per spendere soldi (pubblici presumo) che potrebbero andare altrove. Quanto? Sempre l’articolo parla di 100 milioni di euro nella prima versione, che avrebbe dovuto sorgere nell’area della Spina 3.

Adesso il Pirellone si sposterà verso il Lingotto, dove sorgeva Fiat Avio. Con tutte le riprogettazioni del caso. «La somma - si legge ancora - è infatti destinata a crescere per ciò che riguarda progetto e costruzione, visto che si prevede un palazzo più capiente».

E’ vero che la Regione spende oggi 20 milioni di euro in affitti e che potrebbe dismettere palazzi in centro che oggi sono utilizzati per uffici. Però… non so, mi resta un retrogusto sgradevole, come qualcosa che ha a che vedere con un sogno megalomane. Saranno le troppe Olimpiadi, che un po’ di teste devono averle montate. Ma preferirei altre soluzioni. E soprattutto progetti meno faraonici rispetto a grattacieli tutti di vetro.

Siamo comunque ancora e sempre in un momento difficile. Magari predicare un po’ di austerity non farebbe male. O volare un po’ più basso… che non necessariamente significa essere incapaci di sognare e di reinventarsi un futuro. Rompendo di netto, aggiungo, con quanto stabilito dalla Giunta precedente, che per altro aveva acquistato i terreni della Spina 3 attraverso, si legge, «una transazione che è oggi oggetto di indagini dalla Procura».

Non voglio fare il conservatore a tutti i costi. Ma pretendo dalla mia parte politica un po’ più di senso pratico (e del limite). Il Pirellone invece mi pare tanto l’equivalente edilizio del senso di frustrazione che spinge chi ce l’ha piccolo a comprarsi un Suv per sentirsi veramente maschio. Anche se abita in via Barbaroux (per i non torinesi tipica via del centro larga 2 mt o poco più). Ora, da Ghigo o da Formigoni posso anche aspettarmelo. Ma da Mercedes un po’ mi inquieta…

Vaìa

Technorati Tags: , , , ,

Commenti (3)

Torino è la mia città?

Volevo partecipare a questo concorso. Mi sono iscritto, ho seguito le istruzioni e mi son messo a pensare… Mentre il cursore era lì che lampeggiava beffardo sul foglio bianco. Ma io – ho concluso dopo qualche minuto di stordimento – di Torino cosa posso dire? È una bella città, non c’è dubbio. È fornita di servizi, ci si vive tutto sommato bene. Non è troppo incasinata e non vanta (fortunatamente) i picchi di traffico allucinante che affliggono, che so, Roma o Milano. Ma Torino, volendo parafrasare Culicchia, è la mia città? C’è qualcosa di lei in cui possa identificarmi a tal punto da farla vivere davvero con le mie parole?

Sono nato a Firenze e ci ho passato a rate la mia infanzia. Se devo pensare a “casa” penso a lei. Penso agli affetti che avevo e che ho in massima parte perduto con gli anni. Penso alla “mia” Fiorentina, al suo stadio dal manto sempre verde. Penso alle mie passeggiate tirate avanti fino allo sfinimento per il centro. Al Duomo, a piazza Santa Croce e alla statua di Dante e a quella scritta (“A Dante Alighieri, la Patria”) che sempre mi ha lasciato un brivido di immortalità sulla schiena.

Penso alla casa-rifugio dei miei nonni, ai loro soprammobili, al loro odore. Ai dolci che mi preparavano e alle bistecche alte un palmo in cottura sul fornello, fra gli schizzi del grasso che si infiammava sul fuoco. Penso alle partite a briscola con l’altra nonna, che barava – bontà sua – alla tenera età di ottant’anni e con un bambino come avversario. Ai suoi quadri che riempivano letteralmente ogni centimetro quadrato di parete. Tanto che ancora oggi (in questo il babbo mi aiuta) mi sento perso in una casa che abbia meno di quaranta dipinti per parete.

Penso all’Arno, che scorreva (e pare ancora scorra) placido sotto il balcone di casa. Al suo profumo penetrante di foglie umide, al parco delle stradine dove ho imparato a guidare macchinine giocattolo e a quello dell’albereta, dove ho corso l’ultima volta che mio nonno stava bene. Penso a tutti quei mille piccoli, insignificanti particolari che ti fanno capire, davvero, che un posto (e solo quel posto) è casa tua. Perché c’è solo un luogo al mondo che puoi rimpiangere con tutte le tue forze di aver perduto. Ed è casa tua. Quella e non altre.

Il risultato è che non sono riuscito a mettere insieme mille caratteri su Torino. Non ne posso parlarne che per contrapposizione. La Torino città degli anni orrendi delle medie… da cui scappavo a Firenze. La Torino degli anni terrificanti (personalmente e pubblicamente) dell’adolescenza e del ginnasio… da cui fuggivo per rifugiarmi a Firenze. La Torino dell’amore incontrato e della nascita di mio figlio… che la “mia” Firenze non vedrà mai… Ma anche la Torino del dovere e del lavoro, del tran tran di tutti i giorni, contrapposta alla dolcezza del sogno e al ricordo.

La Torino città grigia per eccellenza, anche se ormai si fa finta che non lo sia più e la si illumina di neon come un albero di Natale. La Torino capace di sorprenderti con un cielo dall’azzurro feroce e con una corona di montagne che ho frequentato troppo poco. Una Torino che non si offende se la considero come un ripiego e non come l’amore della mia vita. Come un matrimonio combinato dai genitori e non come la ragazza dagli occhi dolci per cui smaniavo dalle elementari.

Torino non sarà mai completamente mia, non le apparterrò mai davvero. Non è mai stata capace di emozionarmi e non mi ha mai fatto piangere. La lascerei senza rimpianti, anche se sono certo che sarei pronto a ritrovarla in ogni momento con piacere.

Insomma, credo proprio che Torino non sia la mia città e forse che non aspiri neanche a esserlo. D’altra parte la capisco. L’ho tradita troppe volte per un’altra e adesso che lei non c’è più la tradisco con il suo ricordo (che detto per inciso ci appare sempre migliore della realtà). Roba che se si parlava di donne vere avrei avuto già una pletora di avvocati divorzisti sotto casa. Come avrei potuto raccontarla senza farla passare per una figurante, quando avrebbe dovuto essere la protagonista?

Vaìa

Technorati Tags: , , , , ,

Commenti (2)

Mi alzo e me ne vado

Non mi piace Lucia Annunziata. Quando c’era da difendere non lo ha fatto (si ricordi il caso RaiOt e l’amarissima imitazione di Sabina Guzzanti) e ora cerca di passare da martire epuranda al pari di biagi-santoro-luttazzi.

Mentre cercavo di raccapezzare le idee su come dirlo attraverso queste piccole pagine elettroniche, ecco che mi salta su il Travaglio (lui sì uno che non le manda MAI a dire) e lo fa come sa fare lui. Sintetico ed efficace.

Per cui me la cavo con un link. E con la consolazione che come lui, mannaggia all’Annunziata, per una volta penso che la ragione non stia solo dalla nostra parte. Che poi il cavalier asservente non sia in grado di controbattere ai giornalisti un po’ cazzuti è risaputo.

Ma la prossima volta preferirei più fatti e meno questioni di bon ton. Se cerchiamo la rissa, insomma, facciamolo per qualcosa che valga la pena. Altrimenti mi alzo e me ne vado prima io.

Vaìa

Commenti

Il giorno fortunato

Sono al terzo giro dell’isolato. Niente posteggi, ne ero certo. Che cazzo di città. A quest’ora è impossibile pensare di poterne trovare uno. Accidenti ai dentisti e accidenti a me, che me ne sono scelto uno in pieno centro. Avessi almeno potuto fissare un appuntamento più tardi. Figuriamoci! Non c’è verso di far valere le proprie ragioni con quella razza di squalo.
“Mi dispiace, o domani alle 15 e trenta  o fra un mese alle 19. Che fa conferma?”
Confermo lurida befana d’una segretaria, confermo. “Va bene signora, mi fissi alle 15 e trenta”, che son tre giorni che non dormo per quest’ascesso, stronza! Altro che un mese di attesa.

O cazzo! Un posto! Cazzo! Veloce, non devo farmelo fregare sotto il naso. Madonnegesumadonna! Un posto… proprio sotto casa dello squalo. Fantastico! Ecco che… EHI? – una macchia mi sfreccia di fianco – EHI BRUTTO FIGLIO DI BUONA DONNA CHE FAI? Il posto è mio! Ma che cazzo…”. Scendo e gli corro incontro. È una donna, figurarsi.

“Scusi? Ma sta scherzando, vero? Non mi dica che non ha visto la freccia!”
“L’ho vista, l’ho vista. Ma sia gentile. Devo correre a lavoro…”
“E chi se ne frega! Io ho un appuntamento. Si tolga, per cortesia, che devo posteggiare.”
“Lei non capisce, per favore.”
“No, LEI non capisce. Si levi di mezzo, forza. E anche veloce.”
“Non mi metta le mani addosso!”
“Come? Ma che dice, sono a mezzo metro!”
“NON MI TOCCHI… AIUTO!”
“Signora, ma che dice?”
“AIUTO! AIUTOOOO!”
“Uè ma è scema? Se non la sto toccando!”

Due o tre passanti si fermano a guardare. Li noto con la coda dell’occhio. Uno è grande e grosso. Sembra il prototipo del camionista o dello scaricatore di porto. Si fa avanti e gonfia i bicipiti. Il problema è che si notano anche da sotto il golf.

“Ha bisogno signora?”
“ODDIO! Grazie… Stavo tremando di paura. Questo signore mi sta minacciando.”
“La sta minacciando?” – Mi chiede la bestia, sempre più gonfia di steroidi e testosterone.
Meglio farsi sentire. “Ma figuriamoci! Guardi che è lei che mi ha fregato il parcheggio. Sono solo sceso per dirle di andarsene.”
“Lo sente? Mi sta minacciando. Sono arrivata prima io. Ho un appuntamento, sennò il posto glielo avrei anche lasciato. Ma ho troppa fretta e lui è sceso dalla macchina per farmela pagare.”

Il portuale guarda la signora, gonna corta, maglietta rossa aderente, bel fisico e faccia da stronza, e guarda me. Barba non rasata e sguardo allucinato dal dolore per il mio dente ribelle. Sceglie la stronza, come temevo.

“Risalga in macchina.” – mi fa. Gelido come un calippo nel posto sbagliato.
“Guardi, lei non ha capito.”
“Le ho detto di risalire in macchina” – ripete, avvicinandosi. È decisamente brutto.
“Non ci penso neanche. Quel posto…”

Il primo pugno mi arriva in piena faccia. Fortunatamente sulla guancia sana. Il secondo nello stomaco. Il terzo di nuovo in faccia, sfortunatamente sulla guancia gonfia. La stronza, che mentre cadevo a terra ho visto ridacchiare, chiude la macchina a chiave e ringrazia il suo salvatore con un bacio sulla guancia e un’aria e metà strada fra la ninfomane in astinenza e la scolaretta modello.
Il risultato è che l’armadio arrossisce come un bimbo. Giuro che se se non ci fossero i miei occhi a testimoniarlo non ci crederei mai. Mentre svengo non mi accorgo neanche del calcio che mi assesta sul fianco andandosene. Così, per buon peso.

Complice un po’ d’acqua che qualcuno mi spruzza in faccia, nonostante tutti mi guardino un po’ come una specie di mostro di Dusseldorf di quartiere, torno in me e mi tiro su a fatica. Se non altro non sento più male. O meglio, ne sento talmente tanto che non me ne rendo neanche più conto. Quando mi giro verso la macchina vedo che i vigili se la stanno portando via con il carroattrezzi.

“Scusate, ma… Che succede?”
“Divieto di sosta. Mi spiace.”
“Ma come… Divieto di sosta? Ma da dove cazzo siete sbucati?
“Innanzitutto moderi il linguaggio, per cortesia. Ci ha avvisato il tenente Sarti. Si stava prendendo un caffè quando l’ha vista molestare una signora. Lasciando la macchina in doppia fila, oltretutto.”
“Il tenente Sarti?” – sarà mica il camionista in gita che mi ha gonfiato?
“Esatto. Intanto voglia favorire patente e carta di circolazione, grazie.”

Verbalizzato da una multa lunga un metro e più leggero di cinque punti, dopo un’altra mezzora di contrattazioni mi dirigo finalmente verso il palazzo del mio dentista. Giuro che se non riesce a far qualcosa me lo faccio strappare questo maledetto dente. Così, senza anestesia.

“Prrrrrrr, Sì?” – odio il rumore di questo citofono. L’ho sempre odiato.
“Sono Verri, signora. Ho un appuntamento con il dottore.”
“Prrrrrrrr, Veramente lo aveva un’ora fa…”
Stronza, pure tu! “Lo so, sono in ritardo. Ma vede… Il posteggio… E poi c’era un tale che…”
“Prrrrrrr, Va bene, va bene. Salga.”

Salgo. Per le scale conto i gradini. Mi aiuta a rilassarmi. Sono 79, lo dico per i più curiosi. La porta dello studio è socchiusa. Apro ed entro.

“Buongiorno.” – e mi fermo, per non dire qualcosa di spiacevole.
“Buongiorno.” Miss Finto Sorriso mi guarda come se mi vedesse per la prima volta. Saranno le ecchimosi.
“Sono Verri. Ho un appuntamento con il dottore.”
“Mi spiace. Il dottore non c’è.”
“Prego?”
“C’è il sostituto. Impegni familiari.”
“Il sostituto?”
“Non si preoccupi. È bravo e son sicura che le piacerà. Comunque oggi è la sua giornata fortunata. Anche se è in ritardo davanti a lei non c’è nessuno. È incredibile quanta gente non si fidi di un dentista se prima non lo ha provato almeno una ventina di volte. Appena hanno saputo della dottoressa sono tutti andati via.”
“La dottoressa?” - penso io, ma non lo dico.

Mi siedo sul lettino. Tovagliolo, bicchierino pieno d’acqua, sputacchiera e lampione negli occhi. Tutto è al suo posto. Chiudo gli occhi e cerco di rilassarmi. Una donna… Speriamo almeno che abbia le tette grosse, così quando si appoggia per lavorare ci si diverte un po’. Mi passo la lingua sulle labbra e sento aprirsi la porta. Ci metto un paio di secondi a inquadrarla, tutta in controluce com’è. Ma quando la metto a fuoco non posso sbagliarmi. Camice bianco su gonna corta e maglietta rossa. Bel fisico e faccia da stronza.

“Buongiorno, apra bene la bocca che diamo un’occhiata” – mi fa. E accende il trapano.

Vaìa

Commenti (7)

4 8 15 16 23 42

Lost: 25 puntate e una dozzina circa di serate e notti insonni.

Vagabondaggi notturni per la rete e sassolini sulle finestre dei miei pusher abituali di episodi non ancora editi in Italia.

Numeri ingannatore e canzoni che ti restano nella testa come le spine di un riccio sotto i piedi quando lo pesti al mare (Make Your Own Kind of Music, 1971).

Botole che si aprono e invece di dare risposte ti forniscono solo nuovi dubbi.

Sottotitoli che ti permettono di vagare nel buio a volte totale dell’inglese con accento americano (anche se ammetto, per lo più non troppo strascicato).

E in fondo a tutto questo chi ci trovo? Nascosto come una talpa nella terra?

L’ex corridore da stadio serale? Il quasi dottore? L’incontro inatteso subito dopo l’operazione della vita?

Desmond??? DESMOND!!!

Vaìa

ps
Mi scuso per l’ermeticità di questo post, che in pochi capiranno. Ma quei pochi, come me, saranno gli eletti sull’isola del volo Oceanic 815 da Sidney a Los Angeles.

Technorati Tags: , , , ,

Commenti (4)

Notte bianca

Potevo girare fino all’alba fra locali e discoteche. Seguire una rassegna non-stop di film ucraini con sottotitolo in uzbeko per sentirmi colto e farmi figo agli occhi delle donne. Potevo parlare del lavoro e del futuro con persone interessanti, sperando - chissà - che ne saltasse fuori qualcosa oltre che il piacere di un momento speso bene. Seguirle nei loro ragionamenti e farmi trovare pronto a ribattere, interessato a ogni particolare.

E se mi sentivo particolarmente ribelle (o tamarro) potevo perfino fare le penne con la vespa nel posteggio deserto di un supermercato, illuminato soltanto da qualche cassonetto in fiamme. O persino passeggiare fino allo sfinimento aspettando l’alba sul bordo del Po, vicino a bottiglie di birra un tempo piene e ragazzotti che smaltiscono la sbornia. Rollandomi una canna e assaporandone il gusto ormai dimenticato.

Invece sono stato con te, abbracciato con te, ancora una volta. Con gli occhi negli occhi e le dita intrecciate fra i tuoi riccioli d’oro. A baciarti sulle palpebre e sulle guance. A sentire il tuo profumo di biscotto fragrante. A stringerti mentre cercavi il sonno e a sentire le tue lamentele perché non arrivava. Avvinto a te come le radici alla terra. E bagnato a tradimento dal calore spesso e improvviso della tua pipì che strabordava fuori dal pannolino.

Prima di ogni altra cosa, forse, avrei dovuto cambiarti.

Vaìa

Commenti (1)